ERO, dentro l’arte di un outsider

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Niente di più urban lifestyle di ERO. No social, no sito internet, no email: identità blindata nell’anonimato per ragioni di opportunità (il vero writer, teme le autorità).

 

ERO si trova in strada. Un tag che si ripete, ossessivo, per tutta Firenze e a cui ho sempre fatto caso.
Tre lettere che sembrano suggerire qualcosa di esatto, nella parsimonia del linguaggio. Un malinconico memento alla sostanza tossica, pensavo. O un poetico e nostalgico imperfetto dell’infinito essere. No. ERO non è un pensiero pieno ridotto a una forma breve, ma un fatto breve che ha trovato la sua forma esatta.
Pur trovandosi, in maniera compulsiva, su tutte le pareti, e le cabine, i pali, in tutto il tessuto urbano della città, ERO non vuol dire nulla. È il risultato dell’accostamento di tre lettere che, tra le altre, formano il nome del writer 30enne. «Il vero writer è come una ragazza anoressica», dice, «lei dimagrisce e continua a vedersi grassa. Io scrivo e continuo a vedere troppi muri bianchi».
ERO: la sua esattezza ha qualcosa di musicale. Il suo tag ha la chiarezza e il vuoto stesso di una nota. Si ripete, miliardi di volte, come un’eco per i muri della città.
Il gesto di far sparire il muro dietro al proprio nome scritto a bomboletta non è semplicemente uno dei prodotti del narcisismo occidentale, segno di una vanità presuntuosa. Piuttosto, è la poetica maniera di trasmettere, di tracciare qualcosa di imprevisto per la strada. Da dieci anni ERO si muove nel mondo del writing ma non si occupa di politica, non usa i muri per diffondere frasi contestatarie, per anni ha taggato la città con questa scrittura alla prima, in cui lo schizzo o il ripensamento, il tentativo e la correzione sono ugualmente impossibili, perché il tratto non esprime un’affermazione dell’io, ma un modo grafico di esistere. Come koan giapponesi, anche i murales di ERO non devono essere risolti, come avessero un senso, e nemmeno deve essere afferrata la loro assurdità (che sarebbe ancora un senso), ma vanno rimasticati, ripercorsi con la memoria – come tutte le opere d’arte – vanno assorbiti.
ERO non è solo sui muri, ma anche i treni. Qui lo spray acquista un valore pittorico e romanzesco. ERO di notte frequenta le yard (i depositi dei treni), dipinge, sbattendo bombolette, al rumore delle biglie di ferro che rimbalzano all’interno, non c’è caldo e non c’è freddo, non esiste cattivo tempo, esiste solo cattivo equipaggiamento. Crea pannelli – come si dice in gergo – sospeso nella dimensione irreale delle stazioni, tra partenze e ritorni, tra testoni e frontalini. Ha fatto back jump (“assalto” a un mezzo in servizio) anche in pieno giorno, dipingendo vagoni in viaggio, nei pochi minuti in cui sostavano in stazione; per poi aspettare ore e ore, in attesa di rivedere passare il convoglio, per ritrovare l’opera.
Una settimana fa ero in treno, andavo a Milano. Dal finestrino guardavo il lungolinea, per lo più dipinto da lui: ERO in graffiti piccoli, poi giganteschi. Tutti ormai scoppiati oltre i margini delle tre lettere, in un furore fantastico di colori e forme. La sua è una pittura naïf, simile a quella di un bambino, che celebra la commedia dell’arte. E l’essenza dei suoi lavori è collettivizzata con quella di tutti gli altri writers: opere pubbliche che si frantumano tra i binari, tra le vie della città, creando significanti molteplici, che, in modo silenzioso, coinvolgono solo chi decide di prestare attenzione. •

ENGLISH VERSION>>>>
ERO is in the streets. A repetitive, obsessive tag spread all over Florence.
Even though it’s everywhere – walls, telephone boxes, lamp posts… – ERO doesn’t mean anything. It’s just three letters which form the real name of the 30-years-old writer. «The real writer is like an anorexic girl who loses weight but keeps on seeing herself fat. I write but keep on
seeing too many white walls», he says about himself.
ERO is a tag then, but it’s not a sign of narcissism or vanity. It’s a way of communicating something unforeseen. ERO has been tagging Florence for ten years without mentioning politics or spread protests, because his tag is his graphic way of existing.
As Japanese’s koan, ERO’s graffiti don’t necessarily have to make sense or to be «solved», they just need to be «absorbed».
ERO is not just on walls but on trains too. He sprays them at nights and doesn’t care if it’s hot or cold, bad or good weather. Once he made a back jump (an “assault” to a public mean of transportation) during daytime spraying carriages while the train was stopping at the station
for a few minutes, then waited for hours to see his work passing again by. A week ago I was on a train going to Milan. While the carriage was leaving Florence station I looked outside and saw ERO tags everywhere. He has a naïf style that celebrates the comedy of art, creating multiple meanings for those who want to pay attention. •

Testo di Martina Scapigliati
Foto di ERO

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