Dopo che anche la Crusca sì è pronunciata, vi sveliamo perché in Toscana si dice Babbo.

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Il 19 Marzo è stata ufficialmente la festa del Papà, che in Toscana traduciamo con “la festa d’i’ babbo”. Non è un mistero infatti che, in terra fiorentina (ma non solo), i padri vengano sempre e comunque chiamati SOLO ‘babbo’. Fenomeno talmente popolare e diffuso ormai anche in altre regioni (come Umbria, Marche e Lazio) che anche l’insigne Accademia della Crusca ha finalmente sentenziato: ‘babbo’ è italiano, al pari (e anche di più…) di ‘papà’.

 

Ora che siamo tutti più sereni e appagati da tale rivelazione, possiamo anche sviscerare meglio la questione perchè se per indicare ‘mamma’ c’è una sola parola (pressochè universale e simile in tutte le lingue), di modi per identificare il ‘babbo’ ce ne sono…
Partiamo dal forbito ‘Padre’: a meno che non si usi in contesti estremamente formali o volutamente ‘ironici’, nessuno si rivolge direttamente al proprio genitore chiamandolo così. Questo perchè il termine, ha una sfumatura di ‘paternità in senso spirituale/religioso’: non a caso infatti, i sacerdoti e le figure ecclesiastiche prendono l’appellativo di ‘Padre’ ( per esempio il Papa è il Santo Padre).
Il termine ‘papà’ è un francesismo, che in epoca sette/ottocentesca andava a denotare una vera e propria differenza sociale: chi usava questa parola, aveva avuto accesso all’istruzione e alla lingua colta del tempo (il francese, appunto), chi non la usava apparteneva invece alla classe popolare. Con il tempo e con l’acuirsi della distinzione, i popolani ringraziarono il gruppo della sopracitata élite coniando l’espressione “figli di papà”: ancora attualissima e largamente in uso, denota chi “campa co’i’ soldi di’ babbo”. In questa espressione, MAI usare il sinonimo: pena il linciaggio, non solo paterno.
Parliamo ora di ‘babbo’: da dove viene? La risposta è banale: dalla bocca dei bambini, insieme alla verità. “Mamma” e “Babbo” sono le prime parole a essere pronunciate e questo perchè, per produrre le consonanti ‘m’ e ‘b’, lo sforzo articolatorio è minore che nella produzione di altri suoni consonantici. “M” e “B” sono entrambe consonanti bilabiali: formate facendo toccare le labbra insieme. Inoltre, in italiano, la maggioranza delle parole che terminano in “a” sono femminili e quelle che terminano in “o” sono maschili.
Ecco da dove nasce, semplicemente, la parola “babbo”. Come tutte le parole, nasce dal desiderio naturale di dare un nome alle cose. Ovviamente la letteratura è ricca di citazioni in merito e i vocabolari hanno approfondito più e più volte la questione. Una cosa però è certa: in Toscana ‘i’babbo’ è un’istituzione. Non si discute. D’altronde, non si potrebbe fare altrimenti: se dopo una vita che vi chiamate, metti caso, Paolo e Francesca, venisse la Crusca a dirvi che, per decreto linguistico, da oggi in poi siete Tristano e Isotta come vi comportereste? Ecco, appunto. Magari il contenuto, stringi stringi, è sempre quello ma la forma….
Poi per me ‘i’mi’ babbo’ è come un dogma: certe volte non lo capisco, ma gli voglio bene sempre.
Auguri babbo.

Rita Barbieri

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