Hip-hop is the solution: Udi Aloni al Middle East Now

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Mercoledì sera abbiamo incontrato per la prima volta Udi Aloni, regista di Junction 48, per la proiezione del film in occasione dell’ottava edizione del Middle East Now al Cinema La Compagnia.

Tra una birra palestinese Taybeh e qualche stuzzichino, in tutto il suo stile hip-hop, ci abbiamo fatto due chiacchiere.

Premiato alla Berlinale e al festival di Tribeca NY, Junction 48 racconta la vita delle nuove generazioni palestinesi in Israele attraverso l’esperienza del rapper palestinese Tamer Nafar (nel film Kareem), il suo gruppo DAM e la fidanzata Manar. Senza la presunzione di dimostrare niente: “Non è un film di protesta, ma vuole mostrare alcuni scatti di vita che compongono la quotidianità dei rapporti tra giovani palestinesi e israeliani, come un occhio esterno che guarda e ascolta”. A differenza di altre produzioni israeliane, il punto di vista è omogeneo: non sono Israele il soggetto e la Palestina l’oggetto del film, ma insieme si interscambiano, rendendo la vera protagonista nientemeno che la realtà.

In questo quadro, Kareem, artista della scena hip-hop palestinese, spinto dalla fidanzata Manar (la bravissima attrice e cantante Samar Qupty), decide di esibirsi in un club di Tel Aviv, dove gruppi hip-hop israeliani si alternano sul palco: all’inizio tutto bene, ma presto rancore, nazionalismo, consapevolezza dello stato di occupazione e contrasto linguistico complicano la convivenza persino nello stesso club. Nel frattempo, nella città di Lod – in cui vivono i protagonisti – non si ferma il processo di occupazione e controllo da parte dell’esercito israeliano sugli abitanti locali, mentre la famiglia di Manar inizia a farle pressione perché smetta di cantare e seguire Kareem alle varie performance in città, tornando al ruolo che le spetta secondo la tradizione. Udi Aloni racconta quindi più storie all’interno della stessa pellicola, “anche se tutti ti diranno sempre che un buon film è fatto di un’unica storia”, commenta con il suo tono pressoché sempre ironico, fiero della sua felpa Adidas.

Ispirato dalle letture di Edward Said e del poeta palestinese Mahmoud Darwish, il regista sviluppa nel suo film l’idea di un binazionalismo reale, non come quello di cui spesso si parla: la creazione di un doppio stato sarà infatti possibile solo il giorno in cui entrambe le parti si troveranno allo stesso livello, superando la dicotomia paese occupato/occupante. “Fino a quel momento, ogni tentativo di creare un doppio stato risulterà vano e fine a se stesso, seppur con le migliori intenzioni all’origine”, sottolinea, specificando che anche a livello linguistico si possa iniziare a fare la differenza, verso una lingua binazionale (cfr. E. Said). Infatti nel film i personaggi parlano sia arabo che ebraico, spalancando le porte a un possibile primo punto di incontro verso la condivisione e lo stare insieme.

Ma la bellezza e la profondità del film non si esauriscono qui, perche Udi Aloni riesce ad inserire un aspetto solitamente oscuro nella cinematografia israelo-palestinese: “Molto spesso si parla di rivoluzione, ma non menzioniamo mai la parte delle donne. Ho pensato che Samar fosse perfetta per interpretare il ruolo di Manar, probabilmente il personaggio piu coraggioso del film. È una combinazione perfetta di sensibilità femminile, capacità di muoversi tra le due lingue e presenza in prima linea per la causa palestinese: all’inizio appare come la bella fidanzata dell’artista hip-hop e alla fine del film si rivela la figura più coraggiosa della storia”. In questo senso, anche la madre di Kareem rispecchia una donna progressista, attiva, che parla e partecipa con entusiasmo, e allo stesso tempo molto religiosa, a indicare che non è l’appartenenza a una fede il problema, ma solo una scusa dietro cui celare le vere ragioni. In genere il senso di ribellione palestinese contro le ingiustizie dell’occupazione è mostrato in un’ottica prettamente maschile, dimenticando il ruolo femminile all’interno di questa cornice complessa e non lasciando spazio alle loro voci. Ed è quello che Aloni vuole superare, lanciando un messaggio molto forte: “la libertà di una nazione non è scindibile dalla libertà per le donne, alla fine si tratta dello stesso obiettivo, e di un’unica lotta”.

Film sulla poesia dell’identità, Junction 48 riesce a cogliere le più piccole sfumature della psicologia dei protagonisti, mostrandone apertamente la debolezza ma anche la forza, che si scatena in tutta la sua energia nelle performace hip-hop sul palco. “Militant art is the art of the weak”, e infatti l’ultima canzone del film recita “I want to stand weak in front of you”. Il film non vuole essere politico, ma lo diventa naturalmente. L’arte è resistenza. E che dire, che l’hip-hop possa davvero essere parte della soluzione?


Roberta Poggi

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