Il pianista di Yarmouk

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«Musica per la pace» così si chiama il primo album del pianista Aeham Ahmad, in concerto nella Sala Vanni, ex Refettorio del Convento di Santa Maria del Carmine, a Firenze.

Il suo disco è stato registrato in Germania, ma la sua musica nasce molto più lontano: tra le strade martoriate del campo palestinese di Yarmouk, alle porte di Damasco, e lungo il percorso di fortuna tra mare, montagne e confini mezzi chiusi mezzi aperti, che gli ha permesso di attraversa mezza Europa. Nonostante tutto ciò che ha vissuto, quando sale sul palco per l’incontro prima del concerto, Aeham sorride, non guarda direttamente il pubblico, la sua timidezza è grande. Sorride, ringrazia, sorride di nuovo, si siede e inizia il suo racconto, in un inglese un po’ improvvisato ma nonostante tutto molto comunicativo. Racconta di vite, amicizie e famiglie spezzate dalla guerra, di carestie e povertà, di rotte impervie e di destinazioni lontane, ma nonostante questo le sue parole sono piene di incredibile ottimismo.

Yarmouk era un “campo” di rifugiati palestinesi scappati dopo la creazione dello Stato di Israele nel 1948. Si è progressivamente trasformato in un quartiere della capitale arrivando ad ospitare circa diciottomila persone in una superficie di 4 chilometri quadrati. Da quando è iniziata la guerra in Siria, nel 2011, tutte le fazioni in lotta, anche quelle che si sono aggiunte a conflitto iniziato, hanno provato a prendere il controllo del campo in virtù della sua posizione geografica strategica vicinissima al palazzo presidenziale siriano.
Verso la fine del febbraio 2015, quando alle porte del campo è arrivato l’ISIS, la popolazione Yarmouk è stata messa sotto assedio, incastrata nel fuoco incrociato delle parti belligeranti. Yarmouk rappresentava all’epoca, e rappresenta ancora, tutta la complessità della crisi siriana: non ci sono solo l’ISIS, il governo e l’esercito lealista siriano a contendersi la zona, ci sono anche i partiti palestinesi, i gruppi siriani affiliati ad al-Qaida e tutta una schiera di fazioni e fazioncine dei cosiddetti “ribelli” siriani più o meno moderati. I primi missili che hanno raggiunto il campo avevano come obbiettivo i tre ospedali presenti, mentre le strategie belliche hanno portato all’accerchiamento e al suo totale isolamento da generi alimentari, medicine, risorse idriche o elettriche. Altri missili hanno distrutto le case e resi impossibili i rifornimenti. Fame, sete, bombardamenti e ferite sono diventati tutte cause di innumerevoli decessi e la fuga è stata resa sempre più complessa
Proprio in questa cornice si svolge il cortometraggio, intitolato “Blue” e realizzato da Abu Gabi, che vede protagonista Aeham Ahmad, proiettato proprio all’inizio dell’incontro. Con il suo pianoforte montato su ruote, si vede Aeham suonare e cantare insieme agli amici, ai bambini, ai suoi figli tra le strade devastate, in sottofondo, in alcuni momenti ad accompagnarlo è il rumore della guerra. È anche ciò che Aeham racconta mentre risponde alle domande delle sue interlocutrici, Marcella Simoni (docente di Storia di Isrele e Palestina all’Università Ca’ Foscari di Venezia) e Melissa Pignatelli (La Rivista Culturale), racconta del sostegno ricevuto dal suo pubblico, affetto dalla guerra, per il quale lotta per cambiare il tempo, trasformare la guerra in speranza e divulgare il messaggio di pace dell’Islam con un linguaggio universale: la musica.
A convincerlo a fuggire, racconta, è stata una bomba dell’ISIS che ha ucciso sua figlia e bruciato il suo pianoforte. Da quel giorno, è iniziata una nuova avventura, una senza musica, un lungo viaggio. Grazie all’aiuto della madre è riuscito a prendere un passaggio, per sé e la sua famiglia, per andare da Yarmouk verso il confine turco, ma è intervenuto l’esercito per cui sono dovuti tornare indietro dopo aver passato dieci giorni in prigione. Aeham ha allora deciso di partire da solo. Nascosto dentro una cassa di pomodori è arrivato fino a Homs, poi a Hama, da lì, dentro un furgone di trasporto legnami, è riuscito a raggiungere Idlib. Il confine con la Turchia lo ha varcato a piedi passando dalle montagne per non farsi prendere dalla polizia turca. Sempre di nascosto, senza documenti, è riuscito ad arrivare sulla costa a Izmir (Smirne) dove si è imbarcato su un gommone di fortuna che lo ha portato fino a Metilene. Sulla spiaggia, racconta di aver trovato oltre ai corpi dei migranti di un precedente naufragio i documenti di viaggio, i passaporti, che galleggiavano a metà tra le onde e la riva. Un giornalista della BBC gli ha chiesto di documentare le sue peregrinazioni marine, ma Aeham aveva paura che il flash della macchia fotografica li facesse avvistare, così ha invitato il giornalista ad unirsi a loro sul barcone, ma egli ha rifiutato, “era troppo pericoloso” dice ridendo.
Quando Aeham ha intrapreso la rotta dei Balcani, ancora i confini non erano stati chiusi, ai varchi non è stato bloccato: ogni dieci minuti, cento persone potevano passare. Arrivato in Germania è riuscito ad ottenere un appartamento e in breve tempo a ricongiungersi con la famiglia.
In Germania ha continuato a suonare e quando un amico gli ha proposto di registrare il disco non ne capiva il senso, tutti potevano sentirlo gratis. I suoi amici hanno insistito e gli hanno fatto registrare il suo disco “professionally”, dice quasi senza crederci.

La musica, dice, gli ha salvato la vita, gliela salva tutti i giorni, senza sente il trauma che gli ha lasciato la guerra, senza pensa che si ucciderebbe. Tuttavia, oggi gira l’Europa con la sua musica, per la pace e per la speranza. Grazie ai concerti adesso riesce a pagarsi l’affitto, la vita della sua famiglia, senza il sostegno dello Stato tedesco, non è più un rifugiato. Ma in Siria c’ ancora la sua famiglia e tanti dei suoi amici sono bloccati lungo il percorso.
Conclude l’intervento ricordando a tutti che la sua storia, per quanto bella, non è che una delle tante e che tra i siriani fuggiti come lui, ci sono tante storie belle da sentire e loro hanno ancora tanti ricordi belli della Siria da condividere.

https://www.youtube.com/watch?v=EPySYTNbU0A

Barbara Palla

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