Intervista a Meiko Yokoyama. Poesia della Carta Giapponese.

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In occasione di una mostra personale presso il Castello di Poppi, abbiamo intervistato l’artista giapponese Meiko Yokoyama che risiede stabilmente a Firenze, da lei definita come la sua seconda casa.

 

Meiko è l’unica al mondo che, attraverso un gioco di retroilluminazione intermittente e l’uso originale di una particolare carta giapponese, riesce a sovrapporre due immagini su una sola tela, utilizzando un contrasto di tridimensionalità e effetti ottici. Uno spettacolo sorprendente che affascina e stupisce: l’emozione di vedere un quadro trasformarsi lentamente in un altro e mescolare, armoniosamente, elementi occidentali e orientali.


L’artista ci ha aperto le porte del suo studio fiorentino per mostrarci come lavora e per parlarci di questa antichissima carta che, da foglio per gli scritti buddisti a supporto per le bombe durante la guerra, è stata usata nei modi più disparati dai giapponesi per più di 1.300 anni. La carta, di invenzione cinese, viene modellata a mano, con fibre di Kozo (famiglia del gelso), imbevute in acqua, ispessite e filtrate con un setaccio di bambù. Attualmente è utilizzata per l’arte dell’ikebana, dell’origami ma anche per cucire futon o kimono e, dal novembre 2014, è stata inserita tra i Patrimoni orali e immateriali dell’umanità dell’UNESCO. Infatti, per esempio, una variante di questa è utilizzata dall’Opificio delle pietre dure di Firenze e da alcuni restauratori per prevenire il distaccamento dei colori dal supporto.
Con l’alluvione del 1966, la carta giapponese fu riscoperta dagli occidentali e subito riconosciuta come uno dei migliori materiali per salvare le tante opere d’arte danneggiate e successivamente utilizzata in tutto il mondo per il restauro di opere d’arte, pitture ed affreschi e per il recupero di libri e stampe antiche.

Ma perché Meiko hai deciso di usare proprio questa carta nelle tue opere?

“La carta giapponese è caratterizzata dalla sottigliezza, ma anche dalla robustezza e dalla tipica sensazione di levigatezza che lascia al tatto. Queste caratteristiche sono dovute alla lavorazione originale giapponese.
Sedici anni fa ho scelto questo materiale per la realizzazione di un’opera quasi per caso, ma adesso sono sempre più convinta di aver fatto la scelta giusta, anche perché rappresenta un legame forte con la mia città natale Kochi, uno dei principali centri di produzione al mondo.
Per la realizzazione dei quadri non utilizzo nessun colore poiché la carta stessa, che scelgo personalmente dai fornitori, è già colorata. Se non trovo la sfumatura giusta, la tingo io. Così ogni dettaglio (occhi, linee del viso, contorni o sfumature) è dato solo dalla sovrapposizione delle carte, con la tecnica del collage”.

Uno degli aspetti caratteristici dei tuoi quadri è l’uso della luce. Potresti descrivere brevemente come funziona?

“Io faccio prevalentemente arte figurativa (persone, animali…) e mi ispiro all’arte classica e rinascimentale. Tuttavia, volevo che i miei quadri fossero costantemente ‘in divenire’ e non statici: che si trasformassero in altro, davanti allo spettatore, catturando la sua attenzione. Per questo ho avuto l’idea di usare una retroilluminazione che consentisse la comparsa di una seconda immagine, inizialmente nascosta, per dare un nuovo significato alla prima, aggiungendo bellezza”.

Di che tipo di illuminazione si tratta?
“Non è stato per nulla facile arrivare alla soluzione attuale. Avevo un’idea che volevo portare avanti ma non avevo nessuna conoscenza sull’elettricità e sui vari circuiti… Solo con numerosi esperimenti e tentativi fatti nel corso degli anni passando attraverso lampadine, illuminazione al neon, utilizzo di sensori, ecc. nel 2009, sono arrivata infine alla tecnica definitiva: il LED, più sicuro, più economico e più piccolo.
Mi piace far notare che i miei tre connazionali, inventori del LED, nel 2014 hanno ricevuto il Premio Nobel per la Fisica”.

Il Giappone è una parte importante della tua produzione artistica: ci sono numerosi richiami, sia nell’utilizzo dei materiali (come la carta appunto), sia nella simbologia di alcuni soggetti (dragoni, caratteri ecc.). Perché hai deciso di lasciarlo?

“Sono stata affascinata dall’arte rinascimentale fin da bambina. Nel 1998 mi sono laureata a Kochi in pedagogia dell’arte con una tesi su Leonardo Da Vinci. Due anni dopo sono volata a Firenze, attratta dalle sue bellezze e desiderosa di approfondire i miei studi, per questo mi sono iscritta all’Accademia delle Belle Arti. Qui ho iniziato a dipingere e nonostante fossi convinta che i miei quadri fossero di stile occidentale, molti mi hanno fatto notare che da essi traspariva una nota orientaleggiante che io non percepivo… Questo mi ha portato a ripensare alla mia identità e alle mie origini e così è nato il desiderio di realizzare delle immagini-ponte tra la cultura orientale e quella occidentale.
Nel frattempo il mio amore per Firenze è cresciuto sempre di più e ho deciso di trasferirmi qui in pianta stabile, iniziando anche a fare le mie prime mostre: prima in negozi e ristoranti poi, nel 2007, ho esposto i quadri in una personale all’Officina Profumo – Farmaceutica Santa Maria Novella”.

Parallelamente però coltivi i tuoi rapporti artistici anche con il Giappone?

“Sì, nel 2009 finalmente ho adottato la tecnologia a LED e ho iniziato a esporre anche in Giappone in varie gallerie a Tokyo, Kyoto e infine Kochi: qui, nel Maggio del 2015 ho realizzato una personale dal titolo “La poesia della carta giapponese a Firenze” presso il Museo della carta di Ino e ho ricevuto più di 4000 visitatori. Un vero successo di pubblico e di critica, davvero inaspettato”.

Una bella soddisfazione! Firenze ti ha offerto delle possibilità simili per esporre e far conoscere la tua arte al pubblico?

“Decisamente sì. Per esempio, in occasione del 50° dall’alluvione a Firenze, ho avuto l’onore di partecipare a una collettiva per omaggiare questa triste ricorrenza. In questa occasione, ho avuto modo di illustrare il forte rapporto che lega Firenze al Giappone e di parlare dell’uso della carta washi per il restauro delle opere alluvionate. È stata un’esperienza davvero intensa”.

Firenze è anche un motivo ricorrente nei tuoi quadri, perché?

“È una città che mi ha dato molto: possibilità di crescita personale, artistica e professionale, è fonte di ispirazione costante e mi sembra giusto ‘restituire’, in senso metaforico, tutte queste emozioni attraverso la mia arte. Firenze è ormai nel mio cuore”.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

“Posso anticipare che, dopo l’esposizione al Castello di Poppi fino al 10 Settembre, ho in programma una mostra che si terrà a inizio Novembre presso l’Antica Farmacia di Santa Maria Novella. In più continuo a fare ricerca e sperimentazione: la mia arte, come i miei quadri, è tutta in divenire…”

Rita Barbieri
Ph Carmeli Belli / Bedarumica

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