La passione di Artemisia: la prima grande pittrice della storia.

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Mi farò vendetta con la pittura, dipingerò quadri potenti, come non ho visto fare neppure a Caravaggio, quando frequentava mio padre.
Sono parole gonfie di rabbia e coraggio, è la promessa di una donna umiliata e ferita, è il motto di un’artista sopraffina ed innovatrice; questa è la storia di Artemisia Gentileschi: la pittora.

Roma, febbraio 1612, nelle stanze del tribunale inquisitorio, una donna sta per essere giudicata dai prelati dello Stato Pontificio. Non si tratta di una strega, non ci sono accuse d’eresia o vilipendio alla croce, l’imputata si chiama Artemisia Gentileschi e la sua unica colpa è quella di essere stata stuprata

Il XVII secolo, in Italia, è dominato dagli intransigenti ed ottusi valori cattolici della “Controriforma”, i Protestanti hanno condotto un attacco spietato alla fede, mettendo a nudo l’infamia e l’ingordigia dei vertici ecclesiastici; la dura reazione del Vaticano, è l’istituzione del tribunale della “Santa Inquisizione”, un organo di giudizio spietato ed immorale, un’enorme mano che proietta la sua ombra sui fedeli, che addita e schiaccia migliaia di innocenti. 

Il ruolo della donna è marginale, secondario, è una proprietà prima del padre e poi dell’uomo che la prende in sposa, non ha diritti né privilegi, non può avvicinarsi alle arti ed ai mestieri e se subisce violenze ed abusi, i giudici si riservano lo sporco beneficio del dubbio, che consente d’indagare sulle eventuali colpe carnali della vittima. 

E’ ciò che succede ad Artemisia, giovane figlia del pittore Orazio Gentileschi, il cui laboratorio, a Roma, è conosciuto e frequentato da artisti e modelli, che entrano ed escono continuamente: questa è la casa in cui  abita la ragazza, un andirivieni di uomini. 

Tra di loro c’è una figura oscura e meschina, un pittore conosciuto ed inserito nei “salotti” per la sua capacità di dipingere costruzioni architettoniche in prospettiva negli affreschi, ma noto anche per le sue numerose avventure con le donne: Agostino Tassi detto lo smargiasso”. 

Tassi è amico di Orazio, padre di Artemisia che, inizialmente non accetta le volontà della figlia e stronca i suoi sogni di diventare una pittrice, un vero e proprio azzardo all’epoca, per poi cedere e lasciare che osservi ed apprenda. La giovane donna passa le giornate a triturare la materia per fare la madretinta nei pestelli ed impara, assimila le tecniche e l’uso del colore, l’importanze del buio e della luce, in un laboratorio di chiara influenza caravaggesca.
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S’instaura una confidenza tra il Tassi ed Artemisia, su richiesta di Orazio, Agostino insegna alla ragazza le preziose tecniche della prospettiva; insieme trascorrono giornate all’aria aperta, nei parchi e nei cortili ed il pittore, conosciuto per la sua bramosia sessuale, s’infatua di Artemisia. 

E’ una giornata piovosa quando Tassi irrompe nella stanza del laboratorio, in cui la giovane sta dipingendo, come una bestia trascina Artemisia nella camera da letto ed abusa di lei, deflorandola. La giovane si dimena e reagisce ma lui non si ferma. 

Passa un anno, in cui i due continuano ad avere rapporti, Artemisia si concede ancora al Tassi perché le promette che l’avrebbe sposata, di lì a breve, scacciando via i demoni di quel terribile episodio, ma la giovane non sa che il pittore è già maritato e non potrà mantenere la parola data. 

A questo punto si apre un contenzioso tra Tassi ed Orazio, forse per l’attribuzione di un dipinto, sottratto dal laboratorio Gentileschi, così il padre convince la figlia a denunciare lo stupro subito un anno prima, presentandosi a regolare processo inquisitorio

Orazio non si cura del fatto che il tribunale metterà in forte imbarazzo Artemisia, sottoponendola ad una feroce critica ed a torture che potrebbero compromettere il suo futuro da brillante pittrice. 

Questo episodio, ancor più dello stupro, segna la personalità di Artemisia che vede scivolare la sua stima per l’amato padre, da molti definito “uomo dal carattere animalesco”, un padre che sacrifica la reputazione della sua bambina, in nome di una lite con un rivale. 

Si apre così uno dei processi più famosi della storia del ‘600, processo che si trasforma in un flagello per la povera Artemisia che deve sopportare atroci offese ed illazioni, ma soprattutto è sottoposta alla tremenda “tortura della Sibilla”. 

Sibilla, nella mitologia classica, era colei che stava a difesa dell’oracolo di Delfo, pertanto era la paladina e la custode della verità. 

Viene legato un cappio stretto alle dita della ragazza e tirato con forza brutale, stringendo e schiacciando le mani congiunte. 

Artemisia affronta il dolore, vede colare il sangue dalle proprie mani, supera il processo e progetta la sua vendetta, una vendetta di pennelli e colori, costellata di riconoscimenti e successi, che la porterà a diventare la prima donna ad essere ammessa all’Accademia dell’arte di Firenze

La potenza della sua espressione, la maestria nel domare gli effetti della luce e delle ombre, la capacità di maneggiare la forza del colore, saranno le sue armi invincibili. 

Raffigura soggetti biblici e classici, in pose rivoluzionarie e li ritrae da un punto di vista totalmente nuovo ed inedito: protagoniste dei suoi quadri sono le donne.
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Donne che non sono più soggetti splendidi da rappresentare, ma sono eroine, prendono in mano la scena intera e la dominano, sono forti e coraggiose, influenti e, se necessario, anche violente. 

Spicca l’intelligenza di creature condannate dalla società, relegate in posizioni secondarie, che impavidamente reagiscono, dimenticano abusi e soprusi e vincono, battono, superano, uccidono il senso di superiorità con cui gli uomini le guardano. 

Artemisia Gentileschi è un’icona del femminismo, un personaggio dalla tenacia impressionante, cruda e forte, innalza il dardo della donna in un’epoca in cui le era sconosciuto perfino il diritto di parola.

Tra i suoi capolavori raffiguranti eroine donne che hanno la meglio sugli uomini, risplende, senza dubbi, l’oggetto della nostra analisi, un dipinto dalla forza espressiva sconcertante, dalla potenza del linguaggio devastante, un tornado che spazza via gli occhi ed il corpo dell’osservatore, basito, immobilizzato dall’energia drammatica del dipinto. 

E’ conservato a Firenze, nella Galleria degli Uffizi, proprio nella nostra città, la città che ha accolto Artemisia dopo il processo, che l’ha resa grande e famosa; riconosciuta ed osannata non semplicemente come la “pittora” , reduce da un’ ignobile e famosa inquisizione, ma come un’artista d’immenso valore, richiesta nelle nobili corti, legata a personaggi rivoluzionari ed influenti come fu l’amico Galileo Galilei. 

Giuditta che decapita Oloferne
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Una donna possente e vigorosa, sicura e decisa, ritratta nell’istante della sua dimostrazione di potenza, impugna una spada e sgozza l’oppressore; il sangue schizza dalla gola, la vittima si contorce nello spazio dell’osservatore, e la scena pare avvenire in diretta, proprio sotto i nostri occhi. Dietro c’è un’altra donna, che soddisfatta assiste la protagonista, in una complicità tra donne che si uniscono, che collaborano contro il nemico, come mai è capitato ad Artemisia Gentileschi, da sempre sola in un mondo di uomini, orfana di madre e tradita da Tuzia, l’unica amica che avesse mai avuto, complice del Tassi durante il terribile processo. 

Come quasi tutte le opere dell’artista romana, si tratta di un quadro autoreferenziale, uno scenario in cui Artemisia si riconosce, in cui rappresenta Giuditta, eroina della Bibbia, come se fosse lei stessa, ed Oloferne è il ritratto dei pregiudizi degli infami che l’hanno perseguitata. 

Giuditta è un’eroina biblica alla cui bellezza non resiste Oloferne, crudele oppressore degli Ebrei in terra assira. La giovane donna lo attrae, lo attira a sé con la sua grazia e sensualità, fa bere il tiranno, ubriaco e vulnerabile. Con la mente offuscata dall’alcol ed i sensi sconvolti dalla bellezza della donna, Oloferne abbassa la guardia e Giuditta lo uccide senza pietà, liberando il suo popolo. La sua ancella la osserva, complice, consapevole del grande gesto di colei che ha salvato la sua gente da un terribile sopruso. 

La forza espressiva del soggetto si unisce ad una tecnica spettacolare, che fa emergere le figure dal buio, illuminate dalla luce della scena, esattamente come i lavori del maestro Caravaggio. 

L’uso del colore è potente e deciso, sferra un colpo all’occhio dell’osservatore, che entra nella scena in uno spettacolo quasi tridimensionale. 

Artemisia Gentileschi viaggerà nelle città d’Europa come a nessuna donna era mai stato concesso, si affermerà alla corte del Re Carlo I d’Inghilterra, ingordo accumulatore di opere d’arte, ed è proprio a Londra, dove conobbe l’apice del suo successo, che pronunciò delle parole indimenticabili che s’incidono nel grande libro della storia:

“Io, Artemisia Gentileschi, figlia di colui che tanti chiamano farabutto, io, stuprata dal peggiore degli uomini, io, pittora, riconosciuta per arte e non per infamia, dentro il color, io ho cercato di avvelenar l’oblio.”

Gianluca Parodi.

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