Quando la moda detta lingua, portati i’toni che fà freddo.

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In tema di saldi estivi, mi pare opportuno spendere, oltre ciò che resta del mio stipendio, due parole in vestiti. Tanto più che in atmosfera da vacanze, si insinua puntualmente il tarlo della valigia: “Cosa ci metto?”.

 

In principio, prima ancora dei tutorials e dei fashion influencers, c’erano le mamme e il loro buonsenso che, a Firenze, scioglievano ogni dubbio di fronte all’armadio con un placido: “Se vai in vacanza, portati i’toni che la sera raffresca.”
Ecco, ci tengo a chiarire che nelle menti materne “i’toni” non è un baldo giovane dalle indubbie e quantomai apprezzate proprietà termoriscaldanti, quanto piuttosto una tristissima ma ben più pratica tuta da ginnastica, capace di riparare da vento, agenti atmosferici e resistente al tempo e alle mode (perchè quelle brutte, si sa che difficilmente passano). Ora ma perchè, da noi, si chiama così? Qual è la storia che c’è dietro?
A dire il vero sarebbe più corretto parlare di storie (al plurale) perchè esistono di verse spiegazioni, tutte più o meno attestate. L’Accademia della Crusca e numerosi dizionari (per esempio Treccani) sotto la voce “toni” riportano il significato di persona sempliciotta, una sorta di scemo del villaggio, sul calco dell’inglese “Tony” che indica appunto “a foolish/a simpleton”, come si legge nell’Oxford English Dictionary. Sembra che questo utilizzo sia ancora piuttosto presente anche nell’Italia settentrionale, a livello popolare. Normalmente tali individui non sono famosi per la loro eleganza o senso dello stile, anzi girano abbigliati come se ci fosse Pitti tutto l’anno (chiedo umilmente venia, ma conservo pur sempre una vena polemica): pigiami, tutoni ecc. sono il loro outfit quotidiano. Da qui il termine passerebbe dunque a designare l’oggetto, oltre che il portatore: un caso in cui il monaco, o il “toni”, fa l’abito e non viceversa.
Collegato a questo, un aneddoto racconta la storia di un certo Antonio (non meglio identificato) che, in epoche antecedenti, passeggiava per le vie del centro vestito nei modi più assurdi e pare che ciò abbia contribuito a rafforzare l’associazione tra il diminutivo del nome e l’abbigliamento. A dire il vero però, di questa storia esistono poche prove, se non appunto le leggende locali tramandate oralmente.

Altre ipotesi, più interessanti, riguarderebbero il periodo del secondo dopoguerra quando, al rientro in patria, i soldati americani si cucirono sulla tuta la sigla TO N.Y. (To New York, cioè verso New York) impressa anche sugli scatoloni che le contenevano. Sembra però che tali tute, per una serie di disguidi, non siano mai state spedite a destinazione, finendo invece sui banchi del mercato di San Lorenzo, a disposizione dei cittadini che, leggendo la scritta, logicamente pensarono che quello fosse il nome inglese e iniziarono a chiamarle così, italianizzando in “toni” (con la “i” finale al posto della “Y”). Un’altra interpretazione, sempre inerente, collega il vestito con il nome proprio Tony, convenzionalmente attribuito a tutti i soldati americani per semplicità: ‘toni’ indicava quindi ‘il soldato americano tipo’ e la sua uniforme.
Versione diversa quella per cui il vocabolo si ricondurrebbe addirittura al 1936, anno in cui si tennero le Olimpiadi a Berlino. Le divise della squadra italiana vennero realizzate a Firenze, coniando appositamente per l’occasione l’acronimo di Tuta Olimpica Nazionale Italiana: “TONI”.
Insomma qualunque sia la versione che più vi aggrada, seguite sempre il consiglio delle vostre madri: in valigia, mettetecelo un toni. Di stoffa o di forma umana, su questo agite pure secondo disponibilità e capienza. O, male male, all’occorrenza procuratevelo in vacanza…

Rita Barbieri

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