Quella notte in cui il corridoio Vasariano salvò Firenze.

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Prosegue il racconto dell’estate del 1944, quando i tedeschi fecero saltare tutti i ponti di Firenze, tranne uno. Ponte Vecchio fu risparmiato ed il Corridoio Vasariano rimase in piedi: una fortuna, non solo per il patrimonio artistico.

 

C’eravamo lasciati con i racconti discordanti sulla mancata distruzione di Ponte Vecchio, risparmiato dalla misericordia tedesca, dalla passione dei nazisti per l’arte, oppure salvato da un eroe popolare.

Nessuno può dire con certezza che cosa successe quella notte, quello che si può invece affermare con forza, è che tutto ciò fu assolutamente decisivo per l’esito dei conflitti nei giorni successivi.
L’estate del ’44 fu un momento cruciale per la liberazione della penisola italiana, lo stivale era ormai spezzato in due, con gli alleati che risalivano da sud a nord e, ciò che rimaneva dei fascisti, si ritirava con il sostegno dei tedeschi, impegnati ormai su troppi fronti.
In queste prime settimane di agosto, l’Ottava Armata Britannica, con diversi reggimenti partigiani al seguito, era giunta alle porte di Firenze.
I nazisti avevano raso al suolo ogni passaggio possibile sul fiume che divide in due il capoluogo toscano, relegandosi nel centro della città, la parte che comunemente veniva definita dai soldati, il ‘di qua d’Arno’.
Arroccati per difendere il presidio, stavano i paracadutisti tedeschi ed i franchi tiratori fascisti, isolati dalla distruzione di tutti i ponti.
‘Di là d’Arno’ si erano piazzati gli alleati, con l’intento di attaccare: non restava che attanagliare il nemico, muovendosi esattamente come fanno le chele di un granchio, stringendolo dalle due estremità esterne.
Grazie all’aiuto di molti partigiani reclutati sulla via per Firenze, gli alleati riuscirono anche a guadare il fiume, creando una via d’accesso percorribile.
Ma serviva di più per sorprendere le forze nazi-fasciste, serviva la partecipazione del popolo fiorentino, era necessario un intervento di coloro che si erano uniti nel nome della ‘Resistenza’: gli abitanti di Firenze dovevano aiutare l’ottava armata britannica a sfondare la linea nemica.
Ecco che riprende, proprio da questo punto, il nostro racconto, il nostro tuffo nel passato, un viaggio che ci spiega nei dettagli, la fatale coincidenza della mancata distruzione di Ponte Vecchio.

Innanzitutto dobbiamo fare un enorme passo indietro.

Firenze, anno 1565, Cosimo I de’ Medici, Granduca di Toscana, Signore della città, convoca nelle sue stanze un personaggio sorprendente quanto competente, è un illustre storico, un sublime pittore, ma sopratutto un eccellente architetto: le nozze del figlio Francesco con la principessa Giovanna d’Austria, hanno bisogno di un’opera mirabile che consacri questo legame.
Nelle stanze private del signore De’ Medici, entra Giorgio Vasari (del legame tra Cosimo de’ Medici e Giorgio Vasari ne abbiamo già parlato qui) , la sua idea, il suo progetto e la conseguente realizzazione, segneranno per sempre la storia di Firenze.
Gli eventi che avevano sconvolto la città, quasi cento anni prima, erano ancora vivi nella memoria della famiglia medicea: la Congiura de’Pazzi, in cui perse la vita Giuliano, fratello del Magnifico, era il monito delle insidie nascoste nelle fazioni nemiche.
Il sangue schizzato sulle sacre pareti della chiesa di Santa Maria Del Fiore, era inchiostro indelebile per gli eredi della nobile famiglia e gli eventi successivi all’attentato, dopo la morte del grande Lorenzo, con la cacciata della signoria e l’instaurazione della Repubblica, non potevano essere dimenticati.
Per questo Cosimo I manifestò la necessità di attraversare la città in tutta sicurezza, senza rischiare di essere inghiottito dalla folla, evitando di esporsi alla furia dei subdoli nemici, che organizzavano agguati alle sue spalle, invidiosi di un bramato potere.
Discutendo col Vasari, giunse ad una conclusione: serviva un vero e proprio passaggio privato, sicuro, segreto, che permettesse ai signori di Firenze di muoversi liberamente per gli edifici cardine del potere signorile: Palazzo Vecchio e Palazzo Pitti, dovevano essere collegati, ed il Granduca doveva muoversi dall’una all’altra meraviglia, senza correre il rischio di essere colto di sorpresa.
Giorgio Vasari sfoderò un progetto portentoso, uno stretto corridoio, lungo circa un chilometro, che pareva sospeso nell’aria, che attraversasse il nascituro Palazzo della Magistratura, adesso meglio noto come ‘Uffizzi’ e passasse sopra a Ponte Vecchio, dove si svolgeva il suggestivo mercato delle carni.
Un vero e proprio passaggio sopraelevato, da cui poter osservare la città intera, senza essere notati: un capolavoro architettonico che, da subito, il Vasari ipotizzò che richiedesse 5 anni di duro lavoro.
L’insistenza del Granduca costrinse alla drastica soluzione di accelerare i lavori a dismisura, obbligò Giorgio Vasari a notti insonni e sforzi immani per dirigere i lavori: in soli 5 mesi, il Corridoio Vasariano, dominava Firenze.

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Solo dopo questa premessa è possibile addentrarsi nella storia più recente e scoprire che, nel 1938, il Duce d’Italia Benito Mussolini, in occasione della visita del capo di Stato tedesco, Adolf Hitler, fece aprire altre tre ulteriori finestre all’interno del Corridoio Vasariano, per permettere una visuale ampia sulle meraviglie fiorentine.

Adesso siamo pronti per tornare a quella notte di agosto del 1944, quando l’Ottava Armata Britannica è schierata ‘al di là d’Arno’, lo scontro è bloccato in una fase di stallo, gli schieramenti attendono una mossa avversaria per procedere.
Due uomini coraggiosi entrano nel Corridoio Vasariano, sono due esponenti della Resistenza Fiorentina, vogliono comunicare che il popolo è pronto per insorgere ed accogliere gli alleati, per scacciare le ‘forze nere’.

Il buio regna sovrano, il corridoio è minato, devono fare molta attenzione, in un silenzio tombale, attraversano la città tramite quell’incredibile passaggio sopraelevato, in apnea.
Sgattaiolando dall’ingresso presso Palazzo Vecchio, giungono miracolosamente dall’altra parte della città, uscendo nel Giardino di Boboli.

Il patriota Bruno Fischer e lo storico dell’arte Carlo Ludovico Ragghianti, riuscirono a presentarsi al cospetto degli Alleati, facendosi portavoce dell’intero popolo toscano, dichiarando che le Forze Armate Partigiane fiorentine erano pronte alla rivolta.
Grazie alla sicurezza di tale appoggio, le forze alleate poterono sferrare l’attacco ed il resto è tutta cronaca dei fatti.

Quest’affascinante quanto clamorosa vicenda, invece, si snoda tra la storia e la leggenda, a tratti smentita o ridimensionata, da alcuni avvalorata e confermata: un racconto di libertà e coraggio, di passione sfrenata ed amore smisurato per la propria città, per la vita dei cari.
E non ci resta che contemplare la potenza del patrimonio artistico della nostra Firenze, che oltre che renderla unica nel mondo intero, è riuscito pure, in qualche occasione, a proteggerla dal peggiore dei mali: la guerra.

Gianluca Parodi

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