Quando Machiavelli chiamò “porco” Dante

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Nel 1524 Niccolò Machiavelli scrisse un dialogo immaginario con Dante nel quale lo apostrofava come “infame” e “osceno”.

 

Niccolò Machiavelli

Dante Alighieri e Niccolò Machiavelli sono indubitabilmente due giganti della cultura italiana e le loro opere, universalmente note, dominano la letteratura occidentale. Eppure i due, a secoli di distanza, si trovavano su posizioni antitetiche: simili per propensioni e concezione dell’uomo, Dante e Machiavelli riassumevano nelle loro opere visioni completamente opposte dell’universo, della politica e della lingua. Tanto che Machiavelli, duecento anni dopo la morte di Dante, si trovò a criticarlo apostrofandone il linguaggio come “porco”.

Tra il 1524 e il 1525 Machiavelli aveva ormai vissuto non una ma molte vite. Uomo di lettere, geniale scrittore, analista politico senza pari, era stato figlio di un commerciante particolarmente sfortunato dal quale aveva ereditato il cattivo tempismo. Alla fine del XV secolo, dopo la cacciata dei Medici da Firenze a seguito della discesa dei Francesi, Machiavelli aveva esordito in politica ricoprendo importanti cariche nella cancelleria fiorentina. Ma la fortuna dei Francesi non era durata, tantomeno quella del regime repubblicano in un’Italia ormai trasformata in potenti Signorie, così nel 1512 il papato e gli spagnoli avevano ripreso Firenze per i Medici sciogliendo il governo democratico. Machiavelli, dopo l’arresto e la tortura della corda, fu rilasciato e costretto all’esilio politico, proprio come Dante duecento anni prima. E proprio come Dante, il suo esilio fu una sfortuna per lui e un’incommensurabile fortuna per noi, perché diede lo stimolo alla stesura di due opere fondamentali per la letteratura e la politica del mondo occidentale: Il Principe e i Discorsi sulla prima Deca di Tito Livio.

Machiavelli scrisse queste opere nel tentativo, mai realmente riuscito, di rientrare nelle grazie dei Medici. Considerato un traditore della patria come Dante, diversamente da lui non rinunciò mai alla sua Firenze, e alla fine, al contrario dell’Alighieri, riuscì a rientrarvi, seppure per poco. Nel 1519 Lorenzo de’ Medici morì, lasciando il governo a un protettore di Machiavelli, il cardinale Giulio, a cui lo scrittore dedicò l’Arte della Guerra, un’altra opera fondamentale per l’Europa.

Dante Alighieri

Nel 1524 quindi, il buon Niccolò aveva ritrovato un po’ di serenità, e in quel periodo scrisse un testo che non fu mai reso pubblico: il Discorso intorno alla nostra lingua, in cui intavolava un immaginario dialogo con l’Alighieri sull’italiano, tema che il sommo poeta aveva affrontato nel De Vulgari Eloquentia. Le differenze intellettuali, oltre che cronologiche, tra questi due autori erano incolmabili: accumunati solo dal pessimismo antropologico, frutto probabilmente delle disavventure e della disillusione di cui erano stati vittime durante la vita, Machiavelli e Dante erano l’uno l’antitesi dell’altro. Teocentrico e medievale l’Alighieri, antropocentrico e rinascimentale Niccolò, mistico il primo e pragmatico il secondo. Per Dante l’universo era regolato dalla morale divina di cui la politica era un’appendice terrena, per Machiavelli tra politica e morale non vi erano legami. Se Dante riteneva la Fortuna solo un mascheramento della volontà del Signore, Machiavelli la considerava Caso e le dava lo stesso valore della Virtù nel regolare le vite degli uomini (e lui di casi e accidenti se ne intendeva).

Anche sulla lingua, prevedibilmente, i due entrarono in polemica. O almeno lo fece Machiavelli, perché Dante era ormai morto da un pezzo (dopo averla creata quella lingua di cui Machiavelli si serviva). Per l’autore l’Alighieri era un infame che aveva rinnegato la sua patria, descrivendola nel peggiore dei modi a causa del livore per il proprio esilio, e che non aveva voluto attribuire al fiorentino, nel De Vulgari Eloquentia, il ruolo che gli spettava. Tesi piuttosto anacronistica, poiché Dante visse nel ‘300, epoca nella quale il fiorentino come lo conosceva Machiavelli stava nascendo, e in Italia la lingua colta era il siciliano che, attraverso la corte degli Svevi, aveva importato la poesia provenzale e stimolato la creazione di una letteratura italiana.

L’autore del Principe non riusciva, inoltre, a digerire l’oscenità di Dante:

«Non hai fuggito il porco, com’è quello: “che merda fa di quel che si trangugia”; non hai fuggito l’osceno, com’è: “le mani alzò con ambedue le fiche”; e non avendo fuggito questo, che disonora tutta l’opera tua, tu non puoi haver fuggito infiniti vocaboli patrii che non s’usano altrove che in quella»

Proprio a confronto della sua esperienza personale, Niccolò tacciava Dante di manchevole patriottismo, avendo lui stesso patito esilio e tortura ma essendo rimasto fedele alla sua Firenze (e quindi ai suoi Signori):

«E non potendo altro fare che infamarla, accusò quella d’ogni vitio, dannò gli uomini, biasimò il sito, disse male de’ costumi et delle legge di lei; et questo fece non solo in una parte de la sua cantica, ma in tutta, et diversamente et in diversi modi: tanto l’offese l’ingiuria dell’exilio, tanta vendetta ne desiderava!»

Ma, come vedremo, la fiducia dello scrittore in Firenze era mal riposta. In ogni caso, con questa invettiva, Machiavelli voleva sostenere l’uso, come lingua franca per l’Italia intera, del fiorentino del suo tempo, di contro al cortigiano di Baldassarre Castiglione e al fiorentino trecentesco di Pietro Bembo, basato su Petrarca e Boccaccio. Ma, nonostante anticipasse un tema poi ripreso da Manzoni tre secoli dopo, l’opera non ebbe fortuna, mai pubblicata rimase nascosta fino al 1730, e fu, forse, manipolata da autori posteriori.

Basilica di Santa Croce

Nel 1527 Niccolò Machiavelli, che ormai carezzava la possibilità di un rientro in politica, subì un nuovo rovescio della fortuna. I Medici, ai quali si era nuovamente legato per ritornare in città e alla carriera pubblica, furono cacciati da Firenze e lui ridotto sul lastrico. Dalla delusione si ammalò morendo poi in povertà e solitudine per essere modestamente sepolto in Santa Croce. Solo nel 1787 la città riconobbe all’autore la sua grande importanza, innalzandogli un monumento all’interno della basilica, di fronte alla quale, ottant’anni dopo, nel 1865, fu eretta la statua in onore di Dante. E chissà che ancora oggi, tra le ombre senza tempo delle navate di Santa Croce, i due, le cui grandi menti rendevano grande ogni argomento, non continuino a litigare, bisbiglianti statue di marmo ignare di eventi e alterne fortune del mondo moderno.

NICCOLÒ BRIGHELLA

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