Spritz, tutta colpa degli austro-ungarici!

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Cosa si nasconde dietro questa apparentemente innocua bevanda che tinge di arancione ogni selfie estivo che si rispetti? Qual’è il motivo che spinge chiunque non abbia voglia di pensare a pronunciare davanti ad ogni bancone la fatidica parola con la “S”? Sarà colpa della mala o della pubblicità?

 

Alcune di queste risposte le ho, altre mi angosciano e mi perseguitano giorno e notte.Cominciamo con il puntare il dito subito sui responsabili: gli austriaci. Anzi, gli austro-ungarici.

Siamo negli anni della dominazione asburgica del nord Italia. I nostri invasori si adagiano agli usi e costumi della penisola e godono dei benefici di una terra ricca di prelibatezze gastronomiche e vitivinicole. Ma come diceva anche il mago di Oz “nessun posto è bello come casa mia”, per cui i nostri amici risentivano della mancanza della loro amata birra e, dopo un paio di decenni di tentativi falliti nel sostituirla con il vino (immaginate di farvi un paio di pinte di vino bianco e poi capirete lo stato d’animo di questi poveri cristi) la soluzione accorre dalla cittadina prussiana di Selters, in Alsazia: si chiama acqua di Seltz, ed è essenzialmente un’acqua molto gassata grazie alla aggiunta di uno sproposito di anidride carbonica. Aggiungendo questa in parti uguali ad un vino fermo, non solo riuscirono ad abbassarne la gradazione alcolica consentendone un maggiore consumo, ma gli conferirono anche quella frizzantezza che in fondo al cuore gli ricordava l’amata birra. Chiamarono questa miscela “Spritzer”, che in lingua tedesca vuol dire “spruzzo”. Secondo alcune fonti (alle quali mi aggrappo spesso per sottrarmi alla preparazione di uno spritz) un secondo significato della parola nello slang austro-ungarico del tempo vedrebbero una traduzione più accurata nella parola “schifezza”.

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Dunque, ricapitolando, lo spritz originario non è altro che vino fermo allungato con acqua molto gassata. Come siamo arrivati alla versione attuale? Gli austriaci rincasano finalmente nelle loro montuose terre, l’Italia è unita, ma in Triveneto l’usanza di bere questo vinello alleggerito rimane invariata. In particolare nelle città di Venezia e Padova l’abitudine è così radicata da divenire una sorta di bevanda nazionale, servita sin dalle prime ore del mattino in qualsiasi bar. Tra gli anni venti e trenta del novecento in queste città si comincia ad allungare il proprio spritzer con liquori dai sentori agrumati e dolci, come il Select o l’Aperol (presentato alla “fiera di Padova” nel 1919).

Per lungo tempo questa arancione bevanda rimane circoscritta in una piccola area geografica, almeno fino a quando nel 2003 il gruppo Campari acquista il marchio Aperol e decide che i tempi sono maturi per lanciare questo prodotto sul mercato nazionale ed estero. Nel 2006 tutti ci ricordiamo di aver visto in televisione una ammaliante panterona dai capelli rossi e la gonna molto corta che sale su una fila di tavolini tondi di metallo con un vassoio in mano ed elargisce spritz al popolo.

Al pari della Venere di Mileto, di Cleopatra o di Giovanna d’Arco, la signorina in questione segnerà l’inizio di un nuovo capitolo della storia: il momento in cui una intera popolazione si è lasciata convincere a bere un miscuglio dolceamaro di color arancione.

Dunque, per tornare alla domanda di prima: sì, è colpa della pubblicità.

Per chi proprio non riesce a starne senza qua di seguito vi mettiamo due varianti,
la classica e la mia interpretazione.

Classica:
Parti uguali di: Prosecco, Soda (o acqua gassata), Aperol o Campari. Fetta di Arancia.

Mezzo&Mezzo Nardini (mia alternativa):
parti uguali di Mezzo&Mezzo (liquore a base di rabarbaro e bitter), Soda. Scorza di Limone.

Julian Biondi 
Bartender fiorentino con la passione per la scrittura e per le storie. Collabora come giornalista per FUL e Bargiornale. Consulente freelance del settore F&B. Recentemente vincitore della prima edizione della “Florence Cockatil Week”.

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