UFFIZI, STANZA 90, IL BUIO E LA LUCE: CARAVAGGIO.

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Un viaggio nel tempio dell’arte di Firenze, nella sala di un pittore geniale, avvolto dal mistero 

Entriamo nella “stanza 90” della Galleria degli Uffizi e tratteniamo il respiro; davanti ai nostri occhi esplode un gioco di ombre e luci, si avverte una tensione drammatica nell’osservare tre dipinti, tre meraviglie di un artista che rivoluziona non solo il mondo della pittura, ma l’intero universo della rappresentazione.

Sono doni ricevuti da Firenze, gemme preziose che la città conserva nel suo oracolo dell’arte; la mano, inconfondibile dell’autore, è quella di colui che molti indicano come il primo vero “fotografo” della storia, un genio che fa della luce e del buio ispirazioni e concetti delle sue creazioni: Michelangelo Merisi, meglio conosciuto come Caravaggio

Questi tre quadri presentano soggetti diversi, esprimono significati particolari, sono manifestazioni di tecnica e conoscenza: il “Bacco”, il “Sacrificio di Isacco” e “Lo scudo con la testa di Medusa”.
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Ci soffermeremo proprio su quest’ultimo capolavoro, ma prima di analizzare in dettaglio l’opera, dobbiamo provare a capire come si è giunti alla sua realizzazione, dobbiamo conoscere meglio il talento, la passione e la follia del visionario Caravaggio.

Luglio 1610, Porto Ercole, su una spiaggia della Maremma toscana, un uomo dai tratti oscuri cade a terra senza respiro; la morte strappa alla storia il protagonista di un’epoca rivoluzionaria in cui l’Europa cambia volto ed abitudini. 

Michelangelo Merisi ha solo 39 anni, ma è malato e consumato da rimorsi e paure, sta correndo verso una sperata libertà, il destino, però, s’insinua nel suo viaggio e lo conduce anzitempo nel regno dei morti.  

Caravaggio giace sulla riva senza vita, lo fa da artista mirabolante, da criminale, da condannato alla decapitazione, ma anche da “Cavaliere di Malta” e da favorito di nobili famiglie romane.
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Ma perché? Come è accaduto tutto questo?

Michelangelo Merisi nasce a Milano, oppure a Caravaggio, ancora si dibatte sulla questione che però ha poca importanza, ciò che conta è che il paese bergamasco di Caravaggio fa parte della sua infanzia e sarà decisivo per il soprannome con cui tutto il mondo lo conoscerà. 

Viene alla luce nel 1571, un anno decisivo nella storiografia, l’anno della battaglia di Lepanto, scontro tra la Cristianità ed i turchi, gli alleati infliggono una sconfitta agli Ottomani che sarà decisiva per la definitiva fine del dominio turco nel Mediterraneo, una vittoria schiacciante che ha contorni politici e religiosi. 

La religione stessa vive un momento di assestamento, di divisioni e supremazie, di reazioni e dimostrazioni di potenza; siamo in piena “Controriforma”, Lutero ha scosso l’Europa fratturando un mondo in subbuglio, nei paesi cattolici, l’osservanza delle regole e la conoscenza della Bibbia e del Vangelo sono un’ossessione, ed ogni ossessione provoca irrefrenabili trasgressioni: in questo complesso costrutto sociale nasce e cresce Caravaggio.

 Si forma a Milano, nella bottega dell’artista Peterzano, che si diceva allievo di Tiziano, sarà lui a pronunciare la perentoria frase: “Per essere un pittore devi conoscere i colori e le Sacre Scritture”. 

Dopo un periodo di apprendistato si sente pronto per approdare a Roma, cuore pulsante dell’arte, città che vive un momento di furore e devozione, dove si commissionano opere mastodontiche e si consumano crimini indicibili. In quegli anni, la capitale, ha una popolazione di circa 60mila abitanti, di cui ben 7mila sono carcerati che entrano ed escono dalle 5 prigioni presenti in città. 

Roma è un enorme teatro di sfarzosi mecenati e ricchi committenti, ma anche di liti ingiuriose e sfide a duello, terribili contenziosi che si risolvono nel sangue, come vedremo. 

L’arte del Merisi dapprima sconvolge, poi stravolge. 

Come un vero e proprio fotografo cattura la realtà, la immerge in un dualismo di buio e di luce, adotta modelli provenienti dalla strada, ritraendoli in pose ben differenti dalla soave armonia classica. 

I protagonisti dei suoi quadri sono prostitute, omosessuali, vecchi, malati, figure morenti, hanno sguardi inorriditi, talvolta lascivi ed ammiccanti, in una semplice parola, i suoi soggetti sono veri.

Per molti artisti Caravaggio sarà un mito vivente, attraversa il suo periodo di massimo successo proprio a Roma, dove lavora alle dipendenze del Cardinale Del Monte, che gli commissionerà alcune delle sue opere più illustri, ma la vita sregolata che il genio conduce, lo porta dritto al precipizio in cui cadrà, inesorabilmente.
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Le sue disgrazie iniziano con un omicidio, quello di Ranuccio Tomassoni, rivale d’amore: lo uccide in un duello ed è condannato alla decapitazione. Da quel momento è costretto ad un girovagare che lo costringerà a rifugiarsi prima a Venezia, poi a Malta, dove diviene Cavaliere dell’Ordine, prima di inimicarsi il Gran Maestro ed essere costretto a fuggire di nuovo. 

La potenza del suo talento però, non è dimenticata a Roma, dove c’è ancora chi è disposto a convincere il Papa a concedergli la grazia, ma proprio mentre sta rientrando con una nave, il suo viaggio s’interrompe per un sospetto naufragio. Il bagaglio con i suoi dipinti, pegno da pagare per l’annullamento della condanna, viene perduto e lui, nel tentativo di recuperarlo, vaga per le spiagge della Maremma, dove incontra una terribile morte. 

LO SCUDO CON TESTA DI MEDUSA
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Un’espressione terrificante, un grido spezzato, sangue che schizza dal collo, serpi che s’avvinghiano dimenandosi: un mostro sta morendo decapitato, è Medusa

Eseguito dal Caravaggio tra il 1597 e 1598, fu un prezioso dono che il suo protettore, il Cardinal Del Monte, esponente del Granducato di Toscana in Vaticano, portò a Ferdinando I De’ Medici

Probabilmente decisero insieme il soggetto da rappresentare, ma sicuramente ciò che non concordarono fu come rappresentarlo, l’iconografia di questo capolavoro resta un mistero, conosciuto soltanto dal pittore. 

Il mito di “Medusa” era un classico tema che risaltava l’astuzia e la furbizia in battaglia, un suggello di arguzia ed intelligenza.  

Nell’antichità, Esiodo in “Teogonia” e soprattutto Ovidio nelle “Metamorfosi”, avevano decantando la leggenda del mostro orribilmente seducente, con serpenti al posto dei capelli, che riusciva a pietrificare chiunque la guardasse. 

Solo Perseo riuscì ad ucciderla con l’inganno: guardò l’immagine di Medusa riflessa nel suo scudo di bronzo lucido e la decapitò. 

In seguito portò la testa mozzata alla Dea Minerva che l’appose sul proprio scudo, visto che la testa aveva ancora capacità di pietrificare. 

Il volto di Medusa è divenuto un vero e proprio simbolo bellico, un’icona rappresentata su molte armi nel corso della storia, naturalmente però, nel quadro del Caravaggio, c’è qualcosa di più, strani elementi che complicano la decifrazione del soggetto reale, interpretazioni che scatenano la fantasia di chi osserva.

Si potrebbe ipotizzare che nel quadro sia rappresentato lo scudo di Minerva, o uno scudo simbolico, uno dei tanti oggetti che presentano questo stemma in segno di grandi capacità belliche, in realtà, se guardiamo a fondo, ci sono due elementi che confutano questa tesi: il sangue vivo che schizza copioso dal collo di Medusa e l’ombra della testa, proiettata sullo scudo. 

Perché? 

Non si tratta di un’immagine catturata e riprodotta su di un’arma, probabilmente Caravaggio immortala la scena stessa dell’uccisione del mostro. Il volto di Medusa potrebbe essere riflesso sullo scudo di Perseo, che nel quadro non appare, in quanto invisibile; la leggenda vuole infatti che l’eroe avesse ricevuto dalle Ninfe l’elmo di “Ade”, un elmo che lo rendeva trasparente. Il momento potrebbe essere proprio il topico attimo in cui Perseo sferra il colpo mortale. 

La scena è comunque circoscritta, non si vede null’altro intorno, ma questa è una caratteristica classica del Merisi: era solito raffigurare le sue scene guardandole attraverso uno specchio, che racchiudeva l’immagine come dentro ad una cornice, proprio come inquadrata dall’obiettivo di una macchina fotografica. 

Un genio folle e rivoluzionario, un visionario, un precursore, una mente brillante e tormentata, contemporaneo di Galileo, assiste al rogo di Giordano Bruno; Caravaggio è testimone di un’epoca al contempo oscura ed illuminata, attore di uno spettacolo che cambierà l’umanità intera negli anni a venire, un artista maledetto, avvolto da un’aura di mistero.  

Giovan Battista Bellori, illustre storico dell’arte del ‘600 scrisse di lui:

 “Il modo del Caravaggio corrispondeva all’apparenza sua ovvero fisionomia; gli aveva complessione oscura ed occhi oscuri, il ciglio e la chioma erano neri, si che tale colore specchiava nella sua pittura.

Gianluca Parodi.

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