I bar di quartiere a Firenze, quelli di cui tutti abbiamo davvero bisogno
Food & Drinks 8 Settembre 2026 10 min di lettura

I bar di quartiere a Firenze, quelli di cui tutti abbiamo davvero bisogno

Storie di bar storici e di quartiere dove non devi fare networking, lavorare al computer o fotografare il cappuccino: devi solo entrare e (re)stare.

Bar Giardino alle Cure, uno dei bar di quartiere di Firenze

I bar di quartiere a Firenze, quelli di cui tutti abbiamo davvero bisogno

Ne aprono mille, sempre diversi e sempre più belli. Sono pensati per offrirci un’esperienza, per farci mangiare qualcosa di buono, bere qualcosa di interessante, lavorare al computer, incontrare qualcuno o realizzare la storia Instagram più invidiata che ci sia. Ci sono quelli progettati in ogni dettaglio, quelli con il bancone perfetto, la luce perfetta, la sedia perfetta e quella vaga sensazione di essere entrati dentro un luogo che, prima ancora di accoglierti, vuole raccontarti qualcosa.

Firenze è piena di posti così. Posti belli, a volte addirittura bellissimi, ma che qualche volta hanno un problema: sembrano più interessati a essere guardati che a essere vissuti. Non è una critica al design, né tantomeno alla bellezza: badate bene. Il problema arriva però quando il bello diventa un obiettivo in sé, quando l’estetica comincia a sostituire l’identità e persino l’autenticità diventa qualcosa che si può progettare. Il muro scrostato lasciato apposta, la sedia vintage comprata per l’effetto wow, il bancone che sembra avere cinquant’anni ma che in realtà è stato montato appena ieri. Insomma, nella nostra città capita sempre più spesso di entrare in posti che hanno studiato talmente bene come sembrare autentici da risultare, alla fine, completamente finti.

E allora succede una cosa curiosa: a volte i posti brutti sono più belli di quelli belli. Un bar con le luci al neon, le sedie di plastica, il televisore acceso, il bancone che ha visto tempi decisamente migliori e magari un pavimento che nessun interior designer contemporaneo avrebbe il coraggio di proporre può avere qualcosa che un locale perfettamente studiato non riesce a comprare. Non deve dimostrare niente. Non ti chiede di fotografarlo, di raccontarlo, di apprezzarlo. Puoi semplicemente entrarci. È questa, forse, la cosa che hanno ancora alcuni dei vecchi bar fiorentini: la possibilità di essere luoghi e basta.

Ecco la nostra lista dei bar di Firenze di cui tutti abbiamo bisogno.

Bar Argentina

Il Bar Argentina, in via della Mattonaia, è uno di questi. Oggi è ancora attivo come bar-tabaccheria, così come aperitiveria della porta accanto, con gli orari e la quotidianità di un esercizio di quartiere. Non è un posto che devi necessariamente scegliere. È uno di quelli in cui puoi capitare: perché abiti lì, perché ci passi davanti, perché hai bisogno di un caffè (o un Negroni) o perché devi aspettare qualcuno. E la differenza è enorme. Un locale contemporaneo spesso vuole diventare una destinazione – mai sentito parlare dei place to be? – mentre un bar di quartiere può permettersi semplicemente di essere ed esserci.

Bar Argentina in via della Mattonaia a Firenze durante una serata di pioggia

Bar Consigli

Per trovare una delle storie più lontane dalla Firenze delle nuove aperture bisogna invece salire verso Monte Morello, fino a Ceppeto. Il Bar Consigli è aperto dal 1952 e compare ancora nella lista ufficiale delle attività economiche storiche e tradizionali della città. Quando ha aperto, a Ceppeto la strada non era quella che conosciamo oggi e la vita quotidiana aveva ritmi completamente diversi. Settant’anni dopo, però, il bar è ancora lì. Non è diventato famoso perché ha costruito un’immagine intorno alla propria storia: è diventato storico perché ha continuato a esistere mentre il mondo intorno cambiava. È una distinzione che vale la pena fare. Perché oggi chiamiamo facilmente “storico” qualsiasi luogo abbia un’insegna vecchia, ma la storia di un bar non sta soltanto negli anni che sono passati. Sta nelle persone che hanno continuato a entrarci.

Bar Francesconi

Tornando a Firenze città, il Bar Francesconi, in via del Ponte Sospeso, è solo un altro esempio del nostro sguardo alternativo e un po’ vintage. La famiglia è legata al locale dal 1966 e l’attività è tuttora aperta, il Comune stesso la riconosce tra le “attività tradizionali fiorentine”. Qui non c’è bisogno di costruire una scenografia della Firenze popolare: fuori dal bar ci sono una strada, le macchine, gli autobus, i negozi, le persone che vanno al lavoro. È una parte della città che non ha bisogno di sembrare autentica perché lo è ancora, per davvero.

bar francesconi firenze

Caffè Dogali

In viale Malta c’è il Caffè Dogali, altro nome inserito dal Comune nella lista delle attività storiche e ancora oggi regolarmente attivo. Anche questo è lontano dalla Firenze delle cartoline e dalle strade dove il turismo detta ormai gran parte delle regole. È uno di quei luoghi che hanno una funzione prima ancora di avere un’immagine: ci si va perché serve, perché è comodo, perché fa parte della geografia quotidiana di qualcuno. Chi non ha mai assaggiato le loro schiacciate o non si è fermato almeno una volta a pranzo prima della partita?

Una schiacciata nel sacchetto del Caffè Dogali, tenuta in mano davanti all'insegna del locale in viale Malta a Firenze

Caffè degli Artigiani

Il Caffè degli Artigiani, in via dello Sprone, continua a essere aperto e attivo nel cuore dell’Oltrarno. È un altro di quei locali che non hanno bisogno di essere universalmente belli per funzionare: ha una dimensione precisa, raccolta, quasi domestica, e soprattutto ha una storia variopinta fatta dalle persone stesse che lo frequentano. Costa poco e non è necessario che piaccia a tutti. Un bar, del resto, non dovrebbe necessariamente piacere a tutti.

Caffè de’ Serragli

Restando in zona, pure il Caffè de’ Serragli, nell’omonima via, continua a essere operativo come bar-tabaccheria. C’è di più, perché questo indirizzo racconta bene la contraddizione dell’Oltrarno contemporaneo: una strada sempre più attraversata da chi visita Firenze, ma ancora piena di attività che continuano a lavorare soprattutto per chi qui ci vive. Il suo essere un bar, solo e soltanto un bar, è forse la cosa più interessante che possa offrire.

Bar Giardino

Alle Cure c’è il Bar Giardino, altro esempio di quei locali in cui, in pochi metri quadrati, continua a succedere praticamente di tutto. Tabacchi, ricariche telefoniche, colazioni, pranzo, aperitivo e, perché no, anche una pizza per cena. È un bar a conduzione familiare e soprattutto un bar di passaggio, nel significato migliore del termine: uno di quei posti che finiscono dentro le giornate senza bisogno di essere programmati. Ci si va la mattina per fare colazione, per un caffè veloce dopo pranzo, per leggere il giornale o scambiare due parole con Betty e Katiuscha. E poi c’è l’immancabile Gratta e Vinci, perché in un bar di quartiere che si rispetti deve esserci anche la possibilità di fantasticare per qualche minuto su quel colpo di fortuna capace di cambiare tutto. Il Bar Giardino appartiene ancora a questa idea di bar: un luogo che non ha una sola funzione perché, in fondo, la sua funzione è accompagnare la vita quotidiana di chi gli sta intorno.

Bar Giardino alle Cure, uno dei bar di quartiere di Firenze

Bar Pappagallo

Poi ci sono i bar che esistono quando buona parte della città sta ancora dormendo. Il Bar Pappagallo, in via Fra’ Giovanni Angelico, apre alle quattro e mezza del mattino. Un orario che racconta già abbastanza bene che tipo di posto sia. Prima delle colazioni lente, dei brunch e dei cappuccini fotografati, c’è infatti una Firenze che si alza presto: ci va chi deve entrare al lavoro, chi ha appena finito il turno, chi guida, chi consegna, chi è già per strada quando fuori è ancora buio. Il Pappagallo appartiene anche a questa città. È il bar nella sua funzione più elementare e forse più importante: essere aperto quando qualcuno ha bisogno che lo sia. Non importa arrivarci apposta, importa sapere che c’è.

Bar Pasticceria Marchionne

In piazza Leon Battista Alberti c’è il Bar Pasticceria Marchionne, aperto dalla famiglia nel 1962, quando venne rilevato il precedente Bar Nannoni. Poi arrivò l’alluvione del 1966, i tabacchi, qualche anno più tardi il laboratorio di pasticceria e, soprattutto, una città che nel frattempo cambiava totalmente. Marchionne è rimasto lì, passando da una generazione all’altra e continuando a fare quello che fanno i bar quando diventano parte di un quartiere: adattarsi senza avere bisogno di reinventarsi. Colazione, pasticceria, tabacchi, una sosta veloce prima di andare al lavoro o un caffè preso senza dover consultare recensioni e menu online. Sessant’anni dopo, la cosa interessante non è tanto che sia diventato un locale storico, quanto che continui a essere un bar normale. Ed è proprio di normalità che parla questo nostro articolo.

Bar Marisa

Ci sono bar che, a forza di stare nello stesso posto, finiscono per diventare qualcosa di più di un bar. In viale Manfredo Fanti, davanti allo stadio Artemio Franchi, il Bar Marisa per generazioni di tifosi viola è stato un punto di ritrovo, quasi un prolungamento naturale delle gradinate dello stadio. Qui si arrivava prima della partita, ma soprattutto si parlava di Fiorentina. Si discuteva della formazione, dell’allenatore, del mercato, dell’arbitro e naturalmente dell’ultima sconfitta, perché a Firenze il calcio è sempre stato anche una straordinaria scusa per discutere. Già nel 1991 le cronache lo raccontavano come il tradizionale punto d’incontro del tifo fiorentino, tra bandiere viola e fotografie delle squadre del passato.

Per anni uno dei protagonisti di quei capannelli è stato Mario Ciuffi, che proprio al Marisa trasformava le discussioni sulla Fiorentina in piccoli comizi, circondato da tifosi, giornalisti e personaggi del mondo viola. Non a caso ancora oggi viene ricordato come uno dei templi del “calcio parlato” fiorentino. Davanti al Marisa sono comparsi striscioni, sono partite contestazioni e convocazioni della Curva Fiesole, si sono celebrate vittorie e metabolizzate sconfitte. Da lì sono passati dirigenti, presidenti, giornalisti e soprattutto migliaia di tifosi.

Certo, rimane un bar: caffè, birra, tabacchi, giornali, qualcosa al volo. Ma nei giorni della Fiorentina quelle cose diventano quasi secondarie. Perché al Bar Marisa, prima ancora di entrare al Franchi, la partita è già cominciata.

bar di periferia di firenze

Il bar di una volta è un bene intangibile e ce lo stiamo dimenticando. Negli ultimi anni abbiamo trasformato anche il modo di stare al bar in una forma di performance. Lavoriamo ovunque, rispondiamo al telefono ovunque, facciamo networking, coworking, aperitivi di lavoro, colazioni di lavoro. Anche quando usciamo per bere qualcosa, spesso scegliamo un luogo che diventa una nostra estensione: dice qualcosa di noi, dei nostri gusti, del nostro modo di vivere. Il bar contemporaneo non deve soltanto essere buono. Deve avere un’identità, e quell’identità deve essere immediatamente leggibile. I vecchi bar, invece, possono permettersi di essere brutti. Anzi, forse è proprio il loro essere brutti a renderli belli.

Sono quei posti dove le sedie di plastica non sono state scelte perché “anni Settanta”, ma perché costavano poco e duravano tanto. Dove i tavolini possono essere diversi l’uno dall’altro e il televisore è acceso perché qualcuno vuole vedere la partita, non perché contribuisce all’atmosfera. Dove i signori anziani possono giocare a carte per ore senza che nessuno pensi che stiano “vivendo un’esperienza”, pubblicandone ogni gesto su TikTok. Dove puoi sederti e guardare le macchine passare, leggere il giornale, parlare del tempo oppure non parlare affatto.

Non tutto ciò che è vecchio, naturalmente, è autentico. E non tutto ciò che è nuovo è finto. Ci sono locali contemporanei bellissimi che hanno un’anima vera e bar vecchi che sono… vecchi. La differenza, forse, sta nel motivo per cui un luogo esiste. Ed è per questo che un bar può essere pieno di difetti e avere un valore enorme. Perché non ci chiede di essere all’altezza del posto, di avere il vestito giusto, il lavoro giusto, l’età giusta o il social manager giusto. Non ci chiede nemmeno di essere interessanti. Puoi entrarci senza essere nessuno.

È una cosa molto più importante di quanto sembri, soprattutto in una città come Firenze, dove quasi ogni luogo rischia ormai di diventare una vetrina di se stesso. La città turistica ha bisogno di essere bella, naturalmente. Ma una città abitabile ha bisogno anche di luoghi in cui poter essere brutti, stanchi, anonimi, silenziosi.

I bar di quartiere sono ancora lì per questo. Non sono necessariamente i migliori bar di Firenze, e sarebbe sciocco trasformarli nell’ennesima categoria da collezionare. Non servono altri indirizzi da salvare su Google Maps, altri posti “imperdibili”, altri locali da fotografare per dimostrare di averli scoperti.

Servono luoghi in cui tornare, senza motivo.

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