I 20 gregari che hanno fatto la storia della Fiorentina
Quando si raccontano cento anni di Fiorentina, i primi nomi vengono quasi da soli. Antognoni, Hamrin, Julinho, De Sisti, Baggio, Batistuta, Rui Costa. I gol, le giocate, le fotografie diventate poster nelle camere dei ragazzi.
Ma una squadra di calcio non vive soltanto dei suoi campioni.
Vive anche di chi rincorre un avversario per ottanta metri. Di chi entra quando la partita si è fatta sporca. Di chi gioca terzino, mediano, esterno o dove serve. Di chi segna poco, ma magari quella volta segna un gol che Firenze ricorderà per sempre. Di quelli che a fine partita hanno la maglia sporca, le calze abbassate e poco spazio nei titoli dei giornali.
Li chiamiamo gregari, ma non è una diminuzione. È quasi un titolo al merito.
Per il centenario della Fiorentina abbiamo scelto venti di loro. Non necessariamente i più forti e neppure i più importanti. E certamente non gli unici. Sono venti giocatori che, in epoche diverse, ci sembrano raccontare qualcosa dello spirito viola: fatica, appartenenza, sacrificio e quella particolare capacità di farsi voler bene da Firenze senza dover essere per forza il numero 10.
Giuseppe Chiappella –
Il mediano del primo scudetto
Prima ancora che “gregario” diventasse una parola del calcio moderno, c’era Beppe Chiappella. Arrivò alla Fiorentina nel 1949 e diventò uno degli uomini fondamentali della squadra di Fulvio Bernardini che nel 1955-56 conquistò il primo scudetto della storia viola. Mediano con vocazione difensiva, grande intelligenza tattica e temperamento da battaglia, sapeva arretrare, coprire, guidare la manovra e proteggere i compagni. Fu anche capitano: un gregario, dunque, solo nel significato più nobile del termine. Quello di chi rende migliore la squadra facendo soprattutto ciò che serve.
Maurilio Prini –
L’ala che correva anche all’indietro
Nella Fiorentina del primo scudetto c’erano i gol di Virgili, il talento di Montuori e una squadra costruita da Bernardini con un equilibrio quasi perfetto. Maurilio Prini ne fu uno degli uomini meno celebrati ma preziosi. Ala, fiorentino di Sieci, disputò 26 partite e segnò sei gol proprio nella stagione 1955-56. E quando la Fiorentina arrivò fino alla finale di Coppa dei Campioni l’anno successivo, fu suo uno dei gol più pesanti: quello segnato a Belgrado, a tre minuti dalla fine, nella semifinale d’andata contro la Stella Rossa. Anche i gregari, ogni tanto, decidono la storia.

Andrea Orlandini –
Birillo, uno di casa
Fiorentino, mediano, uno di quei giocatori che sembrano appartenere naturalmente alla maglia che indossano. Andrea “Birillo” Orlandini visse due periodi in viola e tornò a Firenze nel 1977 per chiudere proprio lì la carriera. Era uomo di corsa, marcatura e sostanza, uno che nel calcio degli anni Settanta poteva essere mandato a occuparsi del talento avversario senza troppe spiegazioni: in Nazionale gli capitò perfino Johan Cruijff. La sua ultima stagione fu quella del 1981-82, la Fiorentina che arrivò a un passo dallo scudetto. Giocò poco, quattro partite, ma c’era. Anche questo, in fondo, significa appartenere a una storia.
Mario Faccenda –
La Fiorentina senza fronzoli
Mario Faccenda appartiene a una Fiorentina diversa, quella degli anni Ottanta e dei primi Novanta, quando il calcio era fatto ancora di marcature, contrasti e partite nelle quali prima di giocare bisognava riuscire a sopravvivere. Difensore ruvido, concreto, poco interessato all’estetica del gesto, rappresenta perfettamente una categoria che nel calcio contemporaneo sembra quasi scomparsa: quella del giocatore che non aveva bisogno di essere elegante per essere utile. E Firenze, città capace di innamorarsi anche di chi semplicemente non tira mai indietro la gamba, questo tipo di calciatori li ha sempre capiti.
Beppe Iachini –
“Picchia per noi”
Ci sono cori che raccontano un giocatore meglio di qualsiasi statistica. Per Beppe Iachini la Fiesole ne aveva uno inequivocabile: “Picchia per noi Beppe Iachini”. Arrivò nel 1989 ed era il mediano incaricato di andare a prendere il giocatore più tecnico degli avversari. Correva, marcava, contrastava. Grintoso ma corretto, serio negli allenamenti e generoso in partita. In quella Fiorentina avrebbe vissuto anche la finale di Coppa UEFA del 1990. Anni dopo sarebbe tornato a Firenze da allenatore, ma per una generazione di tifosi resterà prima di tutto quel centrocampista con i capelli lunghi che sembrava disposto a correre finché qualcuno non spegneva le luci dello stadio.
Alberto Di Chiara –
Su e giù per quella fascia
Quando arrivò a Firenze nel 1986 era un’ala. Poi il calcio gli cambiò posizione e lui cambiò il modo di interpretarla. Alberto Di Chiara aveva corsa, velocità, dribbling e cross: partendo da terzino poteva trasformarsi improvvisamente in un attaccante aggiunto. Cinque stagioni, 172 partite complessive e 13 reti in viola, attraversando Fiorentine molto diverse tra loro fino alla finale di Coppa UEFA del 1990 contro la Juventus. Non aveva bisogno di fermarsi per decidere se attaccare o difendere. Faceva entrambe le cose. E spesso sulla stessa corsa.
Stefano Carobbi –
Il ragazzo diventato capitano
Fiorentino, cresciuto nella Fiorentina, terzino sinistro quando ai terzini veniva chiesto prima di tutto di difendere e poi, possibilmente, di ricominciare a correre. Stefano Carobbi è uno di quei nomi che non hanno bisogno di una singola impresa per trovare posto in questo elenco. La sua è una storia di appartenenza. Partì dal settore giovanile, arrivò in prima squadra, se ne andò e poi tornò. Nella stagione 1992-93 indossò anche la fascia di capitano. Non riuscì a evitare la dolorosissima retrocessione, ma ci sono legami che non vengono cancellati nemmeno dalle stagioni peggiori.
Sandro Cois –
Correva perché Rui Costa potesse inventare
Se dovessimo spiegare cosa intendiamo con la parola gregario usando un solo giocatore degli anni Novanta, probabilmente sceglieremmo Sandro Cois. Arrivò nel 1994 e rimase fino al 2002. In mezzo c’erano Batistuta, Rui Costa, Toldo, Edmundo, Chiesa. E poi c’era lui. Correva, recuperava palloni, chiudeva gli spazi, ricominciava. Otto stagioni e 175 presenze in Serie A viola, diventando il contrappeso necessario al talento degli altri. Vinse la Coppa Italia e la Supercoppa del 1996 e arrivò perfino al Mondiale del 1998. Non era quello che compravi sulla maglietta. Era quello che serviva perché la squadra funzionasse.
Anselmo Robbiati –
Spadino, l’uomo delle occasioni
Anselmo Robbiati, per Firenze semplicemente Spadino, arrivò nell’estate più difficile: quella del 1993, con la Fiorentina appena precipitata in Serie B. E iniziò subito segnando. Piccolo, tecnico, rapido, capace di accettare la panchina e poi entrare e cambiare una partita. È forse questa la sua fotografia più bella: non la superstar, ma l’uomo che devi avere accanto quando una stagione è lunga e non sai mai chi dovrà risolvere la prossima domenica. Con Ranieri visse la risalita e poi gli anni di Batistuta e Rui Costa. Uno di quei giocatori che Firenze ha finito per chiamare con il soprannome, che è quasi sempre il segnale definitivo dell’affetto.
Francesco Baiano –
Correre accanto a Batistuta
Definire Ciccio Baiano un gregario può sembrare quasi ingeneroso. Era forte, segnava e arrivò a Firenze dopo essere stato protagonista nel Foggia di Zeman. Ma accanto a Batistuta seppe trasformarsi. Seconda punta, movimento continuo, rapidità, spazi aperti per il centravanti argentino. Nella Fiorentina di Ranieri c’erano i gol del Re Leone, ma dietro molti di quei gol c’era il lavoro di chi gli correva vicino. Baiano lo fece senza perdere la propria identità. E forse il gregario più prezioso è proprio quello che avrebbe abbastanza talento per chiedere più luce, ma capisce che la squadra viene prima.
Stefano Borgonovo –
La B2 che fece sognare Firenze
Stefano Borgonovo forse gregario non lo era affatto. Ma in questa lista deve esserci, perché racconta perfettamente quanto un giocatore possa diventare enorme anche giocando accanto a qualcuno destinato a essere ricordato come un fuoriclasse assoluto. Nella Fiorentina 1988-89 nacque la B2: Baggio-Borgonovo. Uno inventava, l’altro attaccava gli spazi e segnava. Insieme fecero innamorare Firenze. Molti anni dopo, quando Borgonovo affrontò la battaglia contro la SLA, Baggio tornò accanto a lui definendolo un “eroe moderno”. A quel punto il calcio era già diventato qualcosa di infinitamente più grande del calcio.

Giacomo Banchelli –
Quando bisognava risalire
Ci sono giocatori che vengono ricordati perché hanno partecipato alle vittorie. Altri perché c’erano quando bisognava ricostruire. Giacomo Banchelli appartiene alla seconda categoria. Fiorentino, attaccante, fece parte della Fiorentina di Claudio Ranieri che nel 1993-94 dovette affrontare la Serie B dopo una delle retrocessioni più traumatiche della storia viola. Quella squadra aveva Batistuta, certo, ma aveva bisogno anche di uomini disposti a giocare su campi diversi da quelli immaginati soltanto pochi mesi prima. La Fiorentina vinse il campionato e tornò immediatamente in Serie A. Anche le risalite hanno bisogno dei loro gregari.
Enrico Fantini –
Due gol per tornare a casa
Se esiste un’impresa capace di trasformare un gregario in protagonista assoluto per qualche giorno, Enrico Fantini l’ha vissuta nel giugno 2004. La Fiorentina, risorta dalle macerie del fallimento, deve superare il Perugia nello spareggio per tornare finalmente in Serie A. All’andata, in Umbria, segna Fantini: 1-0. Al ritorno, davanti a oltre trentamila persone al Franchi, segna ancora Fantini. Due partite, due gol. Il secondo vale praticamente il ritorno nel posto in cui Firenze sentiva di dover stare. Non sarà ricordato tra i grandi bomber viola. Ma quando una città deve tornare a casa, qualcuno deve pur aprire la porta.
Mauro Bressan –
Una notte, un volo, l’eternità
Il 2 novembre 1999 al Franchi arriva il Barcellona. In campo ci sono Rui Costa, Figo, Rivaldo, Guardiola, Kluivert, Luis Enrique. Batistuta è assente. A prendersi la notte, però, è Mauro Bressan. Un pallone respinto sale altissimo fuori dall’area. Bressan non lo aspetta: si coordina e lo colpisce in rovesciata da una distanza quasi assurda. Il pallone disegna una parabola e finisce sotto l’incrocio. Uno dei gol più belli nella storia della Champions League. Bressan non era il giocatore che quella sera avrebbe dovuto finire sulle copertine. Ed è esattamente per questo che quel gol continua a essere così bello. Per un istante, il gregario volò più in alto di tutti.

Lorenzo Amoruso –
Il difensore che segnò una finale
Arrivò nel 1995 e trovò una Fiorentina che aveva finalmente ricominciato a pensare in grande. Lorenzo Amoruso era forza fisica, personalità, marcatura, ma anche un difensore capace di farsi sentire nell’area avversaria. Il momento che lo consegna alla memoria viola arriva il 18 maggio 1996, finale di ritorno di Coppa Italia contro l’Atalanta. La Fiorentina aveva vinto 1-0 all’andata; a Bergamo è Amoruso ad aprire le marcature, prima che Batistuta chiuda definitivamente i conti. Quella Coppa tornò a Firenze dopo ventuno anni. Il primo colpo della notte decisiva lo diede un difensore.
Moreno Torricelli –
Geppetto non smetteva mai di correre
La sua storia sembrava già scritta altrove: dal lavoro da falegname alla Juventus, fino alla Champions League. Poi nel 1998 Moreno Torricelli seguì Trapattoni a Firenze e ricominciò a correre come se non avesse vinto niente. Terzino, marcatore, uomo da battaglia. Nella sua prima stagione la Fiorentina fu campione d’inverno e chiuse terza, conquistando la Champions. Rimase quattro anni, attraversando il grande sogno europeo e poi il progressivo crollo della società, ma riuscì ad aggiungere alla bacheca viola la Coppa Italia del 2001. Torricelli era questo: potevi cambiare squadra, stadio e obiettivo. Lui avrebbe comunque corso.
Angelo Di Livio –
Restare
Di Angelo Di Livio si potrebbero ricordare la Champions, le corse sulla fascia, il soprannome “Soldatino”. Ma per raccontare cosa abbia significato per Firenze basta una parola: restare. Nell’estate del 2002 la Fiorentina fallisce e scompare. Di Livio viene da una carriera ai massimi livelli e ha appena giocato il Mondiale con l’Italia. Potrebbe andare altrove. Invece riparte dalla C2 con la Florentia Viola. Campi di provincia, una società da ricostruire e la fascia al braccio. Anni dopo avrebbe raccontato di non essersi mai pentito di quella scelta. Ci sono giocatori che diventano simboli per i trofei che alzano. Di Livio lo diventò scendendo di categoria.

Jörg Heinrich –
Il tedesco del Trap
Arrivò nell’estate del 1998 dal Borussia Dortmund, con alle spalle una Champions League vinta, e si infilò nella Fiorentina di Trapattoni senza chiedere di essere una star. Jörg Heinrich poteva giocare sulla fascia, più indietro o a centrocampo: fisico, corsa, disciplina tattica. Nella prima stagione disputò 31 partite di campionato e segnò anche tre reti; quella Fiorentina sognò lo scudetto, diventò campione d’inverno e conquistò l’accesso alla Champions League. L’anno successivo visse le grandi notti europee insieme a Rui Costa, Batistuta e compagni. Uno straniero rimasto soltanto due stagioni, ma perfettamente riconoscibile dentro quella squadra: meno riflettori, moltissimi chilometri.
Martin Jørgensen –
Ovunque servisse
Ci sono giocatori per i quali il ruolo scritto sulla distinta sembra quasi un dettaglio. Martin Jørgensen era uno di questi. Arrivò nel 2004, nella Fiorentina appena tornata in Serie A, e rimase fino al gennaio 2010. Esterno, centrocampista, uomo offensivo e, quando servì, persino terzino destro. Con Prandelli fu uno degli interpreti di una Fiorentina tornata stabilmente in Europa, fino alla Coppa UEFA e alla Champions League. In viola mise insieme 182 presenze complessive e 17 gol. Il suo valore stava soprattutto nella domanda alla quale sembrava rispondere sempre allo stesso modo: “Dove c’è bisogno?”. Lì.
Rolando Mandragora –
Il gregario che ha imparato a segnare
E poi arriviamo alla Fiorentina di oggi. Rolando Mandragora non è mai stato il giocatore intorno al quale costruire la copertina della stagione. È stato però quello che gli allenatori hanno continuato a utilizzare: centrocampo, equilibrio, pressione, seconde palle, inserimenti. E con il passare degli anni sono arrivati anche i gol. Molti. Nelle stagioni europee della Fiorentina è diventato una presenza quasi permanente, fino a stabilire record nelle competizioni UEFA con la maglia viola. Nel febbraio 2026, con una splendida punizione contro lo Jagiellonia, è diventato il miglior marcatore della Fiorentina nella storia della Conference League. Un destino curioso e bellissimo: il gregario che, continuando a fare il gregario, ha finito per entrare nei record.
E tutti quelli che mancano
Venti nomi per cento anni sono pochissimi. Lo sappiamo.
Mancano giocatori che qualcuno avrebbe messo al primo posto. Carnasciali, Pasqual, Ujfaluši, Donadel e tanti altri. Qualcuno troverà Baiano troppo forte per essere definito gregario. Qualcun altro dirà che Borgonovo era un campione. Altri ancora tireranno fuori un terzino dimenticato degli anni Settanta o quel centrocampista che ricordano soltanto loro e altri cinquemila abbonati della Fiesole.
Ed è giusto così.
Perché una squadra non è fatta soltanto dalla formazione che entra nei libri. È fatta anche dai giocatori ai quali ciascun tifoso, per ragioni spesso inspiegabili, finisce per affezionarsi.
I campioni hanno regalato alla Fiorentina i gesti che ricordiamo. Ma per cento anni, accanto a loro, qualcuno ha corso, marcato, coperto, rincorso e ricominciato.
Questa volta volevamo ricordare loro.
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