La manutenzione della comunità, intervista a Franco Arminio

La manutenzione della comunità. Intervista a Franco Arminio

Incontro con Franco Arminio, poeta paesologo, in occasione dello spettacolo “È stato un tempo il mondo”, realizzato con Ginevra Di Marco, Francesco Magnelli e Andrea Salvadori. Con lui abbiamo parlato di paesi, poesia, musica e dell’importanza di un uso consapevole del linguaggio.

Franco Arminio ha l’aria rilassata, anche se mancano pochi minuti all’ingresso in scena sul palco del Teatro Manzoni di Pistoia. Lo sguardo è quello di chi si prepara a condividere poesie e riflessioni pescate da una carriera pluridecennale, per raccontare cosa è stato un tempo il mondo e provare a capire dove stia andando. Lui, Ginevra Di Marco (voce), Francesco Magnelli (pianoforte e magnellophoni) e Andrea Salvadori (chitarre, tzouras ed elettronica) portano in scena uno spettacolo che alterna musica e parole: due dimensioni unite dalla cura e dall’attenzione nella scelta del linguaggio più adatto per raccontare il mondo, di un tempo e di oggi. Che tipo di responsabilità comporta questa scelta?

«Io penso che l’atto della scrittura non sia orientabile: ti porta dove vuole lui – spiega Arminio. – La scrittura ti deve guidare verso territori inesplorati, per non cadere nella tentazione di dire cose già dette. Devi farti tentare dall’impensato, rischiare quasi di impaurirti quando scrivi e chiederti: “Ma che cosa sto scrivendo?”. Tu scrivi perché non sai che cosa scriverai. Nel caso di questo spettacolo scelgo testi che mi sembrano avere lo stesso sapore della presenza di Ginevra e delle sue canzoni, senza alcuna costrizione. Il pubblico coglie l’affinità tra i testi e il nostro modo di guardare e raccontare il mondo. Non è uno spettacolo con un copione teatrale. Ma non è nemmeno pensato per rompere ancora di più l’ingranaggio: in questo momento complicato non sarebbe una scelta intelligente. Penso invece che sia il momento di cucire, di creare vicinanze. Di abbracciarsi. È uno spettacolo all’insegna del fare comunità e anche dello stare bene».

Scrivere per immagini

Siano libri, poesie o una semplice chiacchierata, Franco Arminio si esprime attraverso un linguaggio vivido, che tende a realizzarsi per immagini. O, forse, sono le immagini a generare il linguaggio: con ogni frase o periodo sembra scattare una fotografia che restituisce una visione inevitabilmente soggettiva della realtà. 

Come riesce a scegliere l’inquadratura più adatta? E non rischia di urtare la sensibilità di chi non condivide quella prospettiva?

«Sì, io scrivo essenzialmente per immagini – racconta Arminio. – Non a caso sono un fotografo dilettante e mi piace fare tante foto. Il mio andare in giro è essenzialmente guardare. A volte fotografo e porto a casa quello che ho visto. Altre volte, mentre guardo intorno a me, il mio corpo assorbe emozioni, si impregna di realtà e poi le restituisce sotto forma di parole. Anche in questo caso non c’è una scelta consapevole. Io scrivo col corpo, con le parole che il corpo decide di lasciare andare. Come la bava di una lumaca».

Non è, quindi, una scrittura di testa.

«No, non è che penso: “Devo usare questo aggettivo per esprimere questo pensiero”. Sulla pagina arriva l’aggettivo che arriva, se arriva. Poi, dopo averla scritta, rileggo la frase, la ascolto, cerco di capire se mi suona bene. Ma la mia non è una scrittura concettuale: è una scrittura visiva, un soffio visivo».

Una modalità che richiama alla mente Incontro, una canzone di Guccini pubblicata nell’album Radici. Un brano che racconta un ritrovo, dopo anni, con un’amica di vecchia data, attraverso immagini rapide e cinematografiche.

La manutenzione della comunità, intervista a Franco Arminio

La paesologia e i paesi invisibili

Oltre che poeta, Arminio è anche “paesologo”. Il termine, da lui coniato, deriva da “paesologia”, disciplina che approfondisce, narra e valorizza i paesi e i territori marginali o periferici. Qualche mese fa Rizzoli ha pubblicato il suo ultimo libro, Cara Luce. Atlante dei paesi invisibili, un racconto di luoghi immaginari. Che cosa possono lasciare questi paesi inventati a quelli reali? 

«Questo non lo so – risponde Arminio. – Anche se ho scritto di paesi invisibili, ho comunque considerato temi che ci riguardano: il senso di comunità, la solitudine. Sono piccoli apologhi, parabole morali. Ho fatto finta di allontanarmi, ma il fuoco è sempre sui paesi visibili, che ho raccontato partendo dall’invisibile.

Ho cercato di scatenare l’immaginazione anche per evitare una certa retorica. Ci sono discorsi “triti e ritriti” sui paesi, e cerco di non cadere in considerazioni inflazionate. Se il paese te lo inventi, hai più libertà per esprimerti senza perdere credibilità. Puoi raccontare storie che, se riferite a un paese reale, non sarebbero verosimili. Nessuno crederebbe, per esempio, che “Scandicci sta appoggiato su uno sbadiglio”. Ma se il paese lo inventi, hai la libertà di affermarlo».

Resistere alla modernità

Nei paesi in via di spopolamento si consumano vere e proprie storie di resistenza alla modernità. Alcuni nativi decidono, in controtendenza, di restare a viverci. E sempre più giovani scelgono di trasferirsi in paese, pur essendo nati in città, e di aprirvi un’attività. Che cosa offrono i paesi rispetto alle città?

«Credo sia sempre opportuno capire che ogni paese fa storia a sé – spiega Arminio. – Il paese vicino alla città è diverso da quello in alta montagna; i paesi del Sud Italia sono differenti da quelli del Nord. Un paese di 500 abitanti, per esempio, può offrire silenzio. Uno di 10.000 abitanti, invece, ne offre meno perché, almeno in certi aspetti, somiglia già più alla città. La geografia è importante. In generale, il paese non ha l’ossessione della modernità, della crescita, dell’attualità. È marginale rispetto al passo quasi meccanico e furente della contemporaneità. Il paese si prende il suo tempo: accelera, rallenta, si ferma.

Chi è stanco dei ritmi frenetici può trovare sollievo nel vivere in paese. Ti permette di immergerti in un paesaggio, cosa che le città offrono sempre meno. In poche città italiane esci dalle mura e ti ritrovi nel paesaggio: più che altro trovi edifici, capannoni e pompe di benzina. Ma io non sono un fanatico dei paesi. Faccio piuttosto il tifo per la pluralità: serve la campagna, servono i paesi e servono le città. L’ideale è che ogni persona, in un anno, possa vivere periodi in tutti e tre i contesti».

Franco Arminio

La narrazione dei paesi

Il pensiero di Arminio tende ad armonizzare il rapporto fra le diverse componenti di un territorio.

A livello mediatico, però, i paesi vengono spesso raccontati come modelli contrapposti alle città.

Da una parte ci sono la solitudine, la malinconia che scivola nella tristezza, le botteghe chiuse e

lo spopolamento. Dall’altra centri commerciali, servizi, moda e modernità. Se usassimo parole diverse per raccontare i paesi, cambierebbe la percezione comune che la vita di paese sia “di serie B”?

«Sì, la narrazione ha un impatto importante – riflette Arminio. – Il paese non deve essere percepito e valutato partendo dal modello cittadino. Non è il luogo in cui mancano le cose che in città ci sono. Nei paesi ci sono elementi che le città non hanno: il silenzio, l’aria buona. Invece vengono vissuti come agglomerati che non ce l’hanno fatta a diventare città. Chi vive in città e si trasferisce in paese spesso lo sente come un fallimento. Anche rispondere alla domanda “Dove vivi?” è più semplice se puoi dire il nome di una città. Se invece rispondi “In un piccolo paese”, di solito devi spiegare dove si trova. È un provincialismo diffuso, poco comprensibile in un Paese dove chi vive in città ha quasi sempre origini paesane. E non tutte le città italiane sono lontane dai paesi: nel giro di un’ora puoi raggiungerne molti. A volte a Roma o a Milano le persone ti chiedono: “Ah, vieni da un paese? Da quale?” e tu rispondi: “Sto a mezz’ora”, come se fosse chissà dove».

Per Arminio bisognerebbe smettere di immaginare la città come il luogo del futuro e il paese come il luogo del passato, da rottamare.

«Il mondo contadino fa rima con miseria, e i paesi sono associati alla civiltà contadina. È un pensiero da cui possiamo congedarci. Per certi aspetti c’è più povertà nelle città. Nei paesi c’è un grande patrimonio edilizio, c’è la terra, ma c’è poca gente. Questo effetto “vuoto” aggrava la percezione della vita di paese, che viene vista come qualcosa di scadente. Ma così non è. Dipende dai valori che una persona ha. Se vuoi fare una passeggiata nella natura, in paese la puoi fare ora come cento anni fa».

Paesi, città e comunità

Quali sono le differenze più nette – e i punti di contatto – tra città e paese?

«Intanto c’è un’omologazione antropologica, per usare un concetto di Pasolini – osserva Arminio. – Quando ero ragazzo, per leggere gli articoli di Pasolini dovevo recuperare il Corriere della Sera lasciato dai clienti di passaggio al ristorante del paese, perché a Bisaccia non arrivava. Adesso arriva anche lì. Internet arriva a Bisaccia come a Milano. I consumi culturali si sono livellati. Che la città si muova e il paese stia fermo è vero fino a un certo punto.

Un po’ di dinamismo, in effetti, c’è anche nei paesi. Non c’è, per molti aspetti, una grande differenza. E lo dico con dispiacere: le diversità sono un elemento importante. L’Italia le ha ancora, ma le sta perdendo». Per esperienza personale, mi sembra che in certi paesi sia più facile aggregarsi che nelle città. Fosse anche perché alcune tradizioni e feste popolari sono più sentite, o perché c’è un solo bar e le persone, volendo o no, si ritrovano lì. Possono i paesi diventare promotori di un nuovo modo di vivere gli spazi di aggregazione?

«Assolutamente – risponde Arminio. – Il problema del mondo occidentale oggi è la solitudine. L’isolamento è una malattia. Per riconnettere le persone, il paese è il luogo più adatto. Bisogna però ripensare il modello di comunità. La comunità contadina, dove il mutuo soccorso avveniva anche per necessità, oggi non è più concepibile. E il legame comunitario si è indebolito anche nei paesi: molti vivono in periferia, al centro non c’è nessuno.

Oggi le persone vivono più nelle case che nel paese. Un tempo si stava più nello spazio esterno che in quello interno. Bisogna far capire che vivere in un paese non significa vivere a casa, ma nelle vie e nelle piazze. In città puoi anche stare in casa; in paese devi uscire. Devi fare la manutenzione della comunità: uscire, salutare, prendere il caffè al bar. Così il paese diventa un luogo che può attrarre chi è stanco dell’isolamento cittadino e pensa: “Vado lì, la mattina c’è qualcuno con cui parlare”.

Contrastare l’isolamento è una leva importante per rigenerare i paesi e dar loro nuove funzioni. Non possono vivere di ciò che li sosteneva cento anni fa. Ravvivare le comunità – ognuno a modo suo – è la strada giusta».

Franco Arminio

Ravvivare le comunità

I paesi che mettono al centro le persone rafforzano i rapporti e promuovono un rinnovato senso di comunità.

«Feste, danze, situazioni collettive: bisogna enfatizzare tutto ciò che tiene insieme le persone – conclude Arminio. – E investire anche i pochi soldi pubblici che ci sono. I comuni devono avere il coraggio di puntare sulle iniziative che aiutano a tenere insieme la gente».

L’attaccamento che il pubblico ha verso le opere e le iniziative di Arminio sembra dimostrare che

la cultura è spesso sottovalutata, soprattutto dalle istituzioni. Può ancora avere un impatto significativo sulla consapevolezza delle persone?

«Oggi ho proprio il piacere di fare questo lavoro – racconta Arminio. – Rispetto a qualche anno fa, quando le emozioni mi tagliavano un po’ la gola, ho acquisito una certa sicurezza. Anche se talvolta ho ancora un po’ di tremore, mi sento più tranquillo. Se mi aspettavo il calore del pubblico? Ho sempre pensato di avere una lingua che potesse essere compresa sia dai meno sia dai più esigenti. Ma per lunghi anni sono stato letto soprattutto da un pubblico esigente; non avevo trovato la via del popolo. Oggi credo che la composizione del pubblico si sia addirittura invertita. E mi fa piacere perché, anche se meno pretenziose, sono persone sofisticate: ricche di contenuti, disponibili all’amicizia, alla relazione umana.

Questa situazione è arrivata dopo un tempo infinito. Scrivo da quando ho 15 anni, oggi ne ho 65. Sono 50 anni che lavoro per allargare lo stesso buco: l’attenzione ai luoghi, in particolare ai paesi. Perché penso che, nella vita, per fare qualcosa di significativo, devi insistere. Devi avere una sola ossessione e portarla avanti, anche nei momenti in cui percepisci uno scollamento tra la tua quotidianità e i tuoi sogni. Se vuoi dire qualcosa al mondo, o anche solo a qualcuno, devi avere un lavoro di lunga lena su quell’elemento. Mi piace tentare di far capire che noi siamo sempre in un luogo e che il nostro modo di vivere dipende dai luoghi in cui siamo nati o che abbiamo frequentato.

Se non capiamo cosa ci toglie, a volte, un luogo, ci smarriamo senza sapere perché. Questa attenzione al contesto geografico è importante. L’uomo antico ce l’aveva, l’uomo contemporaneo l’ha un po’ persa. Perché pensa che con l’economia o la carta di credito possa mediare tutti i rapporti. Ma se non sai riconoscere il vento, rischi di sbagliare perfino una cosa elementare come vestirti: se c’è lo scirocco ti metti una giacca leggera, se c’è la tramontana devi indossare un abbigliamento più pesante».

Illustrazione di Augusto Titoni.

Giornalista pubblicista, copywriter e social media manager. Alla costante ricerca di storie da raccontare.