Viaggio nel genocidio di Gaza
Quanto coraggio ci vuole per scegliere di lasciare, anche solo per un periodo, il posto all’ospedale fiorentino di Careggi per andare a lavorare a Gaza? Anche se Filippo Pelagatti è stato retribuito dall’ONG internazionale che ha ospitato lui, medico anestesista, e altri colleghi provenienti da diverse parti del mondo, devono essere altre le motivazioni che ti spingono a mettere la tua professionalità al servizio di una situazione tanto tragica. «È un’idea che avevo fin da ragazzo» – racconta Filippo.
«Dopo medicina mi sono specializzato in anestesia e, all’ultimo anno, ho avuto l’opportunità di partire per l’Afghanistan, dove ho lavorato sei mesi tra Kabul e Anabah, nel Panjshir. È stata un’esperienza che mi ha formato tantissimo, professionalmente e umanamente».
Poi, la chiamata per Gaza, con la stessa ONG di cui aveva sposato il progetto in Afghanistan: «Volevo fermarmi un po’, perché questo lavoro ti mette addosso molta responsabilità. In tanti Paesi a basso o medio PIL la figura dell’anestesista non esiste; spesso ci sono tecnici di anestesia, e tu sei l’unico con quel profilo. Con ciò che stava accadendo a Gaza, però, quando mi hanno chiamato non sono riuscito a dire di no. Sapevo che avrei potuto essere utile e ho deciso di partire».

SECONDO TEMPO CHIRURGICO
Filippo parte a fine febbraio 2025; resta fino a metà aprile. Quando arriva a Gaza nota subito i tanti ostacoli operativi con cui l’équipe medica deve confrontarsi: «È un contesto con peculiarità forti: per muoverti devi ottenere il via libera da una delle due parti in conflitto, altrimenti ti assumi il rischio di farlo. C’è il coprifuoco dopo il tramonto; i droni sorvolano costantemente e possono ingaggiare a vista. Anche con simboli medici ben visibili, la prudenza non basta mai».
Uno scenario che, però, non lo induce mai a ripensamenti: la sua volontà resta salda nel dare supporto ai palestinesi, vittime del genocidio israeliano. «Il progetto» – spiega – «prevedeva di supportare l’ospedale pubblico palestinese Al-Nasser, a Khan Yunis. Quando siamo arrivati c’era la tregua: senza bombardamenti massivi sui civili ma con esplosioni e feriti da arma da fuoco e da droni, facevamo soprattutto quello che, nel gergo specialistico, si chiama “secondo tempo chirurgico”: interventi di completamento o revisione su pazienti già trattati in urgenza nei giorni precedenti, anche da altri ospedali.
La difficoltà più grande era recuperare i pazienti: case distrutte, archivi informatici saltati, telefoni spenti per mancanza di elettricità, strade irriconoscibili. Anche con una lista, spesso era impossibile rintracciare le persone. Quando sono ripresi i bombardamenti e la situazione è peggiorata, ci siamo trasferiti a dormire in ospedale.
Paradossalmente, lì abbiamo lavorato meglio perché gli attacchi avvenivano soprattutto di notte o all’alba: essere sul posto permetteva di rispondere subito». Il contesto cambia di nuovo dopo il bombardamento dell’ospedale, verso la fine di marzo: «Quando Al-Nasser è stato bombardato, la nostra organizzazione ha ritenuto che non ci fossero più criteri minimi di sicurezza per mantenerci lì. Abbiamo chiuso quel progetto e ci siamo spostati su una clinica di cure primarie ad Al-Qarara, gestita dalla stessa ONG. L’apertura della clinica ha richiesto mesi: materiali partiti a settembre 2024 sono entrati a Gaza solo a gennaio.
Senza consumabili – garze, siringhe, ecc. – e con aiuti contingentati, tenere in piedi un servizio è molto complicato. Fuori dall’ospedale vivevamo in compound, tutti nella stessa casa. I pannelli solari erano la sola fonte di luce e acqua calda; non avevamo internet. Dopo il tramonto non ci si muoveva per via del coprifuoco».

IL RUMORE FAMILIARE DELLE ESPLOSIONI
Quando l’esercito israeliano attacca l’ospedale, Filippo è di turno: «Un drone ha centrato una stanza dell’ospedale di notte. Ero in un’altra ala e ho sentito tremare i vetri. Non era un missile pesante: il drone portava una carica esplosiva e carburante, con cui ha innescato un incendio. A pochi metri c’era la banca del sangue: se l’avesse presa, le conseguenze sarebbero state devastanti. In quei minuti ho pensato al secondo colpo, che per fortuna non c’è stato.
Sapevamo che le autorità militari erano al corrente della presenza di personale internazionale nella struttura, ma è un pensiero che rassicura fino a un certo punto. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver attaccato per colpire un leader di Hamas, Ismail Barhoum. Chiarita la dinamica come “attacco mirato”, la tensione si è un po’ sciolta e abbiamo ripreso a lavorare in sala operatoria.
La mattina dopo l’ONG non ha ritenuto più sicuro farci lavorare in ospedale, così siamo stati evacuati. Nella stanza colpita sono morti anche gli altri cinque ricoverati». Fra la vita dentro e fuori dall’ospedale, un unico denominatore: il fragore quotidiano delle bombe, che si fa sottofondo familiare.

SE IL SILENZIO È INNATURALE
«I bombardamenti diventano un rumore di fondo: il cervello si difende e li allontana. Me ne sono accorto quando sono uscito dalla Striscia di Gaza: in Giordania, ad Amman, una mattina ho sentito un aereo decollare e per un attimo ho “aspettato” l’esplosione. Il silenzio mi sembrava innaturale, i suoni “civili” mi sorprendevano». Dal punto di vista medico, quali sono le conseguenze più gravi del genocidio? «La distruzione del sistema sanitario e la carenza di forniture.
Non parlo solo di traumi di guerra: ipertensione, diabete, infezioni respiratorie – patologie che noi siamo in grado di affrontare con fermezza – lì uccidono. In ospedale ti ritrovi a sospendere antibiotici perché sono finiti; a sterilizzare come puoi; a lavorare sotto standard minimi di sicurezza. In chirurgia l’obiettivo è ridurre rischi e complicanze; qui, a volte, devi accettare un 50% di rischio perché l’alternativa è che il paziente muoia».
Nella tragicità del genocidio, Filippo resta colpito da come, nonostante tutto, la vita dei palestinesi continui a scorrere: «L’immagine che mi porto dietro è quella della resilienza delle persone. Un collega mi ha riportato la frase di un addetto alla sicurezza della clinica di Al-Qarara: “La paura non ti impedisce di morire, ma ti impedisce di vivere”. La gente continua a muoversi, a lavorare, a riaprire i mercati, a tagliarsi i capelli. O provi a vivere, oppure smetti. Non è retorica: è sopravvivenza».

IL VALORE DELLA TESTIMONIANZA
Filippo ripensa a quei giorni e mette a fuoco paesaggi e situazioni, a cui lega immagini, rumori e odori: «L’immagine che mi torna per prima in mente è delle rovine di Khan Yunis, che disegnano uno scenario post-apocalittico. Il rumore a cui penso per primo è quello della vibrazione delle bombe in aria, che annuncia l’esplosione. L’odore che faceva da padrone era quello del fritto: in assenza di benzina, con l’olio di semi alimentano le macchine a diesel, causando quell’odore.
Ma non posso scordare neanche l’odore di benzina della notte dell’esplosione in ospedale». Scenari drammatici e desolati, nei quali muoversi in sicurezza è più una speranza che una certezza: «Come operatore umanitario hai in teoria una certa protezione: le autorità israeliane sanno dove sei e cosa fai. Ma quando riprendono i bombardamenti nel cuore della notte, le certezze vacillano. Avevamo sempre uno zaino per l’evacuazione pronto e il passaporto addosso, anche mentre dormivamo. Se colpiscono la tua casa, scappi così come sei».
Da quando è rientrato, Filippo ha deciso di raccontare la sua esperienza: un lavoro prezioso di testimonianza e condivisione, che può servire a sensibilizzare. «Non sono potuto rientrare subito in altri progetti di cooperazione internazionale. Credo però che sia importante anche parlare qui, perché il diritto internazionale vive se chi può farlo valere decide di farlo rispettare sul serio. Non servono parole “incredibili”: basta raccontare cosa succede davvero. Se testimoniare aiuta – anche di poco – vale la pena farlo».
*FUL ringrazia al Circolo ARCI fra i Lavoratori di Porta Al Prato per l’ospitalità.