L’estrema destra e il “cesarismo democratico”. Intervista al senatore Dario Parrini
Qual è l’ideologia che fa da collante della nuova estrema destra? Una “Internazionale nera” da Washington a Budapest sfida la democrazia liberale. Ne abbiamo parlato con l’On. Dario Parrini, senatore del Partito Democratico e Vicepresidente della Commissione Affari Costituzionali.
L’estrema destra europea impasta sovranismo, nazionalismo, neoliberismo, euroscetticismo, anti-progressismo, rifiuto dell’immigrazione straniera e integralismo religioso. Si tratta di una galassia complessa, che comprende formazioni politiche di opposizione che hanno conosciuto un successo elettorale clamoroso – come l’AfD in Germania, il Rassemblement National in Francia, Vox in Spagna – e altre che sono in coalizione di governo in ben sette stati membri dell’Unione Europea, tra cui Fratelli d’Italia e Lega. Il nostro paese ospita pure formazioni extra-parlamentari, che per un periodo si sono misurate con le urne, Forza Nuova e Casapound le più note. A Firenze, poi, merita una citazione l’attività del centro sociale “identitario” Casaggì.
Negli ultimi tre anni FUL magazine ha cercato di indagare sull’avanzata di questa “Internazionale Nera” confrontandosi con l’opinione di ospiti autorevoli quanto variegati: dalla scrittrice e giornalista Sandra Bonsanti al sindaco di Bologna Matteo Lepore, dal filosofo croato Srečko Horvat (FUL #46) al ricercatore universitario polacco Mariusz Bogacki, passando per il reporter Michele Borzoni.
Adesso è venuto il momento di chiudere il cerchio con una chiacchierata con l’On. Dario Parrini, ex-sindaco di Vinci e senatore del Partito Democratico eletto nel nostro territorio.

Senatore Parrini, da tempo la destra populista è diventata un attore protagonista che influenza l’agenda politica europea. Al Parlamento di Strasburgo, in questa X° legislatura, è presente con ben tre gruppi (Conservatori e Riformisti Europei, Patrioti per l’Europa ed Europa delle Nazioni Sovrane. NdR). Hanno molti punti di contatto – si dice sempre che i Paesi europei abbiano interessi troppo diversi fra loro – com’è stata possibile la nascita di una così vasta “Internazionale Nera”?
I partiti di estrema destra sono in crescita in molti Paesi da diversi anni e al di là delle differenze esistenti tra le varie formazioni, legate alle peculiarità dei singoli contesti politici e sociali nazionali, hanno diversi elementi in comune, a partire da una tendenza a screditare le idee alla base della democrazia costituzionale e liberale. Un nazionalismo aggressivo, con pulsioni fortemente etnocentriche e identitarie, quando non apertamente razziste, per una retorica di vigorosa avversione nei confronti degli immigrati.
Il punto di svolta, per questi movimenti, è stata senza dubbio la fase involutiva della globalizzazione apertasi con la grande crisi finanziaria che ha sconvolto le economie di un gran numero di nazioni sul finire del primo decennio degli anni Duemila.
Il rallentamento della crescita economica, la riduzione sensibile della sua inclusività, l’aumento delle disuguaglianze, l’impoverimento e il crescente senso di insicurezza sociale dei ceti medi e delle classi popolari sono certamente i fenomeni che hanno costituito un fertile terreno di sviluppo per la propaganda dell’ultradestra, che ha speculato sulle paure in aumento proponendo messaggi di chiusura, a tutti gli effetti reazionari.

Ricette senz’altro semplicistiche, demagogiche e ingannevoli, dimostratesi sterili quando sono state messe in pratica. Eppure efficaci sul piano della raccolta del consenso. L’espansione di questi partiti è stata senz’altro favorita da una sempre più palese incapacità delle forze democratiche tradizionali – per intendersi quelle riconducibili a livello europeo al Partito Popolare Europeo sul versante di centrodestra e al Partito Socialista Europeo sul versante di centrosinistra – a mettere in campo politiche risolutive dei grossi problemi sociali ed economici prima ricordati.
Anche chi come me ritiene la democrazia un bene prezioso e insostituibile, deve ammettere che la democrazia è in crisi di consenso nel mondo perché negli ultimi vent’anni non è riuscita a garantire risposte a mali sociali disgreganti. Questa assenza di risposte incisive ha alimentato in settori crescenti della pubblica opinione un sentimento di sfiducia distruttiva nei confronti delle forme della democrazia stessa e una sempre maggiore disponibilità a considerare la ricerca dell’uomo o della donna forte – e delle semplificazioni autoritarie a ciò connesse – come una strada da prendere in considerazione e in certi casi da battere. È chiaro che queste scorciatoie sono tossiche e perniciose.
Ma dobbiamo domandarci perché cresce la loro popolarità, e approntare rimedi idonei a invertire questo deludente e allarmante corso degli eventi.
L’Ungheria di Viktor Orbán è il modello della nuova destra chiamata “sovranista”, in Europa e non solo: addirittura Donald Trump guarda all’esempio di democrazia autoritaria che viene da Budapest. Nel governo italiano ha un’amicizia politica importante. Dal suo punto di vista di parlamentare, ritiene che le istituzioni della Repubblica siano sufficientemente forti da evitare al nostro paese di diventare un giorno “l’Ungheria del Mediterraneo”?!
Orbán è il primo ministro dell’Ungheria da 15 anni, quando riuscì a conquistare la maggioranza assoluta dei seggi nelle elezioni parlamentari del 2010, risultato che aveva mancato nelle tre elezioni politiche precedenti del 1998, 2002 e 2006. In un quindicennio ha trasformato il suo Paese in una democrazia autoritaria, realizzando una concentrazione inedita di potere nelle mani dell’esecutivo e smantellando progressivamente tutta la rete dei contrappesi e dei poteri di controllo, a cominciare dalla libertà di stampa e dell’indipendenza della magistratura.
Processi analoghi si sono verificati in Polonia tra il 2015 e il 2023, durante il lungo ciclo di predominio del partito sovranista, populista e ultraconservatore “Diritto e Giustizia”, il PiS, fondato nel 2001 dai gemelli Lech e Jaroslaw Kaczynski.

Nelle elezioni polacche del 2023 il centrodestra è riuscito a prevalere sull’ultradestra, ed è tornato primo ministro Donald Tusk, che aveva già guidato il governo del suo Paese tra il 2007 e il 2014. In quel frangente si è manifestata una reversibilità della svolta reazionaria, che non era affatto scontata visto l’indebolimento inquietante del sistema delle garanzie e dei diritti civili fatto registrare negli anni precedenti.
In Ungheria si tornerà al voto fra sei mesi, nell’aprile 2026: secondo i sondaggi più recenti per la prima volta da molto tempo (dopo tre elezioni senza storia, quelle del 2014, 2018 e 2022) potremmo assistere ad una competizione vera, dall’esito non scontato, dato che il partito di centrodestra “Rispetto e Libertà”, guidato da Péter Magyar, viene dato sopra il 40% dei voti.
Orbán in questi anni si è affermato come un modello di “autocratizzazione” della democrazia. Apertamente ha dichiarato di essere un fautore della democrazia illiberale. Altrettanto apertamente ha sabotato esercitando il diritto di veto decisioni importanti dell’UE nel campo della politica estera e di sicurezza europea. Le democrazie dei maggiori Paesi dell’Europa Occidentale, e tra queste quella italiana, sono senza dubbio più antiche, e quindi più solide, di quella ungherese. I loro anticorpi democratici e il loro “sistema immunitario” sono altrettanto indubbiamente più resistenti.
Ma il pericolo di uno scivolamento illiberale, ovvero di un rafforzamento eccessivo del potere esecutivo al di là dei limiti fissati dalla Costituzione a salvaguardia del pluralismo, è un pericolo che esiste. E alcuni provvedimenti portati avanti dall’attuale maggioranza parlamentare in Italia sono estremamente allarmanti e proprio per questo, per evitare un rischioso degrado del nostro sistema democratico, vanno contrastati con forza.
Fino a venti anni fa identificavamo l’estrema destra con formazioni extraparlamentari, talvolta violente, ma fondamentalmente autoreferenziali e politicamente irrilevanti. A Firenze, c’è una situazione di porte girevoli per i militanti di Casaggì, che li ritroviamo in Azione Studentesca e in Gioventù Nazionale, l’organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia. Oggi, a giudicare anche dall’inchiesta di Fanpage sulla “gioventù meloniana”, l’estrema destra italiana è un campo politico dai contorni sfumati?
La voce parlamentare dell’estrema destra italiana è stata per decenni quella del Movimento Sociale Italiano (MSI) fondato all’indomani della guerra da reduci di Salò. Al MSI, a partire dalle elezioni del 1994 succedette, al termine di una svolta culturale e ideologica assai contraddittoria e confusa, Alleanza Nazionale, che entrò subito al governo, il primo governo Berlusconi. Fu il primo partito post-fascista e di destra radicale europeo ad essere sdoganato rispetto a ruoli di governo nazionale. Negli oltre trent’anni trascorsi da quel momento, ci sono state molte ambiguità e passi indietro.
Fratelli d’Italia, ad esempio, nato alla fine del 2012, costituisce un regresso rispetto a Alleanza Nazionale: si pose fin dall’inizio maggiormente in continuità con la storia missina e con la “lezione” di Giorgio Almirante. E ha mantenuto tale carattere. Questo spiega la persistente incapacità del partito di Giorgia Meloni a fare i conti con la storia d’Italia e del fascismo e a riconoscersi pienamente nel perimetro valoriale dell’antifascismo che è alla base della Costituzione repubblicana. Da ciò discendono anche le connivenze e gli inquietanti silenzi nei confronti delle sbandate fascistoidi del suo movimento giovanile di cui i recenti fatti di Parma – dove una sede di Fratelli d’Italia è diventata teatro di canti fascisti e inni al Duce – sono solo l’ultima manifestazione.
E da ciò deriva anche la mancanza di condanne chiare inequivocabili di riti e parole d’ordine dell’odierno e sempre rampante fascismo extraparlamentare di Casapound, Forza Nuova e formazioni consimili. Come se Meloni e suoi pretoriani fossero convinti che con quella data area di opinione pubblica nostalgica e fuori dalla storia non si possano rompere i ponti una volta per tutte.

Nel 2023, dopo la sentenza che ha condannato sette esponenti di Forza Nuova per gli scontri con la polizia e il danneggiamento e l’irruzione nella sede della CGIL del 9 ottobre 2021, lei in parlamento ha chiesto al ministro dell’Interno di procedere allo scioglimento di questa formazione estremista. Inoltre, da 20 anni Casapound occupa illegalmente un palazzo pubblico nel centro di Roma causando un danno all’erario. Lo storico CSA Leoncavallo a Milano è stato sgomberato in pochi giorni per volere del governo, perché invece tanta indulgenza nei confronti dei “fascisti del terzo millennio”?
Per tutte le ragioni che ho ricordato, con la destra post-missina alla guida del governo nazionale non è lecito attendersi prese di posizione perentorie nei confronti di movimenti come Forza Nuova e Casapound. Fratelli d’Italia cerca di non compromettersi più di tanto (anche se, ad esempio, l’uomo forte della giunta comunale di destra a Lucca, nonché vicesindaco, è l’ex leader locale di Casapound), ma non arriva mai a compiere quelle azioni di rottura e di chiarificazione storico-ideologica che appaiono necessarie in termini politici e civili.

Un’ultima battuta sul linguaggio usato dall’estrema destra, anche in Italia, tutto centrato sulle emozioni (la paura, la nostalgia…). Una libertà di parola che si è avvantaggiata del tono di scontro continuo facilmente veicolabile sui social media che ne fanno da grancassa. Quale sarebbe a suo avviso la responsabilità di chi rappresenta le istituzioni?
Chi rappresenta le istituzioni dovrebbe prima di tutto dimostrare rispetto nei confronti dei contropoteri costituzionali, politici e sociali: i giudici, la Corte Costituzionale, la Corte dei Conti, la Corte Penale Internazionale, i media, i partiti di opposizioni, i sindacati. Invece non accade niente di tutto questo. Ci sono allergia, fastidio, intolleranza nei confronti dei contrappesi, la cui vitalità è essenziale in una democrazia. Chi governa deve misurarsi con le critiche, che sono il sale del dibattito democratico. Le deve ritenere un fatto naturale e un pungolo. Non una forma di lesa maestà da screditare e da aggredire.
Fratelli d’Italia demonizza, e lo fa con un linguaggio virulento e spesso decisamente fuori luogo, gli organi che per loro natura devono garantire i controlli di legalità e svolgere una funzione di “cani da guardia” nei confronti di chi detiene il potere.
Sul Corriere della Sera Carlo Verdelli ha delineato in modo incisivo questo sistema che la destra cerca di instaurare in Italia, che potremmo definire “cesarismo democratico”: “Chi vince le elezioni non si preoccupa di amministrare la cosa pubblica nell’interesse comune, anche di chi non ha votato o ha votato per altri. Chi vince fa un po’ come gli pare e prende tutto. (…) Chi governa comanda. E chi disturba è un disfattista. Non è esattamente lo spirito della nostra Costituzione, ma si avvicina molto allo spirito del nostro tempo”.
Questi atteggiamenti sono la spia di un’insofferenza per il dissenso che è l’altra faccia di una immaturità democratica preoccupante, verso la quale devono rimanere alti i livelli di attenzione e di vigilanza da parte dei cittadini.
Cover photo: Roma, 27/10/2025 – Il Presidente del Consiglio dei Ministri, Giorgia Meloni, incontra a Palazzo Chigi il Primo Ministro ungherese, Viktor Orbán. CC-BY-NC-SA 3.0 IT