Veglie: le leggende toscane fotografate nei luoghi in cui sono nate
Veglie è il progetto fotografico che ho dedicato alle leggende dell’immaginario folklorico toscano. Attraverso una sequenza di immagini realizzate nei luoghi a cui queste narrazioni appartengono, ho voluto costruire un dialogo tra territorio reale e presenza fantastica, tra fotografia digitale e intelligenza artificiale generativa. Il titolo Veglie richiama quei momenti di racconto collettivo che, nelle case, nelle stalle e nelle cucine, accompagnavano le sere delle comunità contadine. Attorno al focolare e nel momento di veglia si tramandavano storie in cui paura, immaginazione e vita quotidiana si mescolavano per farsi racconto condiviso. Il progetto riprende idealmente quella dimensione: non più attraverso la voce, ma attraverso l’immagine. Il lavoro prende forma da una raccolta sistematica, suddivisa per territori storico-geografici, di storie tramandate prevalentemente in forma orale, che vedono come protagonisti streghe, draghi, folletti, animali mostruosi e figure dell’orrore popolare. Si tratta di tematiche e presenze spesso rimaste marginali, ma che rappresentano una testimonianza di antiche credenze e delle comunità che hanno abitato la regione. Non sono semplici curiosità popolari, ma vere e proprie tracce della storia della regione: narrazioni che nel tempo si trasformano, vengono reinterpretate e si ramificano con il mutare della società. Dalla ricerca emerge uno scenario ricco di intrecci, credenze e apparizioni fantastiche, in cui ogni luogo sembra custodire una traccia, una paura, una figura unica ma riconducibile a una matrice comune. Da questo corpus vengono selezionate venti leggende, scelte perché capaci di rappresentare temi, figure e strutture ricorrenti dell’immaginario folklorico toscano.

Le fotografie sono realizzate nei luoghi direttamente connessi ai racconti e diventano la base documentaria su cui interviene successivamente la post-produzione. È ora che, attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale, le presenze leggendarie vengono generate e integrate all’interno di alcune immagini della sequenza, non come elementi spettacolari o puramente illustrativi, ma come apparizioni ambigue, latenti, quasi trattenute dal paesaggio stesso. Da questo processo nasce una serie in cui lo spettatore è immerso in luoghi apparentemente familiari, ma attraversati da un’inquietudine sottile. Boschi, borghi, strade e paesaggi naturali diventano superfici narrative, spazi in cui il reale sembra incrinarsi per lasciare emergere ciò che normalmente resta invisibile. La scelta di integrare l’intelligenza artificiale nel processo creativo non nasce soltanto dal desiderio di rendere contemporaneo un immaginario legato alla tradizione, ma si lega alla natura stessa del folklore. Le leggende popolari non appartengono mai a una sola voce: si formano attraverso passaggi, contaminazioni, aggiunte, dimenticanze e riscritture di persone diverse e generazioni differenti. In modo simile, l’intelligenza artificiale lavora per accumulo e rielaborazione di immagini e immaginari già esistenti. In quest’ottica, il ricorso all’IA si configura quindi come prosecuzione coerente di quel processo di riscrittura collettiva che ha sempre caratterizzato le storie popolari.




Veglie è anche un’analisi del territorio, inteso non come semplice paesaggio, ma come un contenitore di memorie e stratificazioni in cui la natura non è uno sfondo neutro, ma lo spazio in cui le comunità hanno proiettato paure, desideri e immagini del soprannaturale. Il progetto tenta così di costruire un ponte tra archivio folklorico e immagine contemporanea, interrogando il ruolo della fotografia nel rendere visibile ciò che appartiene alla narrazione, alla memoria e all’immaginazione.
Veglie culmina in tre output principali: un fotolibro, una “fotozine” e un fotofilm. Il fotolibro raccoglie più di ottanta fotografie e ripercorre le venti leggende attraverso un approccio narrativo e meditativo, costruendo una sorta di bestiario contemporaneo del folklore toscano. La “fotozine” propone invece una forma più accessibile e popolare del lavoro, in dialogo con la natura orale delle storie tramandate: il numero di immagini viene ridotto da ottanta a venti, una per ogni leggenda, dando vita a un oggetto più diretto e immediato. Infine, il fotofilm espande la ricerca in una dimensione audiovisiva, trasformando la sequenza fotografica in un breve racconto visivo in cui immagini, movimento e atmosfera restituiscono la presenza sospesa delle leggende.

Testo di Matteo Benjamin Ceccherini
Immagini: Matteo Benjamin Ceccherini
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