Restare nel vuoto: la fotografia sospesa di Dalia Mauri
Paesaggi senza coordinate, figure marginali e atmosfere sospese tra gli Stati Uniti, l’Europa e l’Italia.
La fotografia oggi è ovunque. Scorre nei feed, si consuma in pochi secondi, si modifica con un filtro e si dimentica altrettanto in fretta. È linguaggio quotidiano, un gesto che è diventato automatico e alla portata di tutti. Eppure, per qualcuno, oltre a restare effettivamente un mestiere, è ancor prima una forma di ricerca, un esercizio di sguardo. Una fotografia che non nasce per essere scrollata, ma che richiede tempo, attese e silenzi.
È lì che si colloca il lavoro di Dalia Mauri. Giovanissima, ma già attraversata da esperienze decisive, Dalia arriva alla fotografia passando dal liceo artistico di Porta Romana di Firenze, indirizzo audiovisivo e multimediale. Prima il disegno, la scultura, la sperimentazione manuale. Poi, quasi per caso, l’incontro con la macchina fotografica, lo studio dell’immagine in movimento, la storia del cinema e la costruzione dell’inquadratura. Ed è in quegli anni che il suo sguardo trova una direzione.

Dopo tre anni trascorsi dentro uno studio di produzione a Sesto Fiorentino tra videoclip, set e commissioni, ha scelto oggi di fermarsi e di riprendere gli studi. Non per allontanarsi dall’immagine, ma per tornarci dentro con più lucidità, ci spiega. Una pausa volontaria e necessaria per studiare, leggere, viaggiare e approfondire i suoi interessi. Per riappropriarsi del suo sguardo e arricchirsi prima di ricominciare a produrre. In un momento storico in cui la velocità sembra l’unica misura possibile, la sua è una scelta che ci appare controcorrente e radicale.
Un tempo interiore e dilatato che ricorda la poetica di Tabucchi e i paesaggi di Wim Wenders: immagini trattenute, sospese su una soglia tra ciò che è stato e ciò che potrebbe accadere.

Luoghi senza coordinate
I viaggi diventano lo spazio ideale per questa riappropriazione. Nessuna consegna, nessuna aspettativa esterna, nessun tempo imposto. Dalia può attendere che qualcosa accada, o che non accada affatto.
New York, per esempio, non è la solita città iconica. È un uomo a torso nudo su una scala antincendio. È una luce al neon vista di sbieco. È una Coney Island fuori stagione, sotto un cielo grigio, con le serrande abbassate e i rifiuti sparsi sull’asfalto. Al centro della scena non c’è mai l’evento, il monumento iconico: ci sono i vuoti, ciò che resta dopo il passaggio umano e che diventa più interessante rispetto a ciò che attira le folle.

A Fuerteventura lo spazio si dilata ancora di più. Due figure minuscole sulla battigia, quasi inghiottite dall’oceano. Un’automobile isolata sotto un lampione, nel silenzio di un paesaggio che sembra sospeso e che richiama inevitabilmente le scene di Paris, Texas di Wim Wenders, il quale, come ci racconta Dalia, è uno dei suoi registi preferiti nonché fonte d’ispirazione.
Ma in questa malinconia trattenuta, affiora anche qualcosa di lynchiano: una tensione sottile, un senso di inquietudine che non esplode mai ma resta latente, nella sensazione che qualcosa possa incrinarsi da un momento all’altro.
All’Isola d’Elba, invece, la vita affiora per tracce: panni stesi su rocce erose, piccoli segni di quotidianità in un contesto naturale dominante. La figura umana c’è, ma non si impone, non è mai protagonista. È piccola, marginale, sovrastata dallo spazio, dall’architettura o dalla luce, a seconda della scena che la circonda. È il paesaggio a parlare, mentre le persone anziché dominarlo lo attraversano soltanto.

In tutte queste immagini non sempre è chiaro dove ci troviamo. I luoghi perdono indirizzo. Non vogliono essere né cartoline né reportage, ma suggerire atmosfere sospese.
In questa sospensione si può intravedere qualcosa che appartiene più alla letteratura che alla fotografia. Il tempo che attraversa le immagini di Dalia non è cronologico, non è narrativo. È un tempo interiore, dilatato, che ricorda quello raccontato da Antonio Tabucchi: un tempo fatto di attese, di deviazioni, di possibilità che restano in bilico.
Nelle pagine dello scrittore il presente non è mai pienamente stabile, ma sembra sempre attraversato da una crepa, da una memoria o da un’ombra che lo spostano altrove. Allo stesso modo, nelle fotografie di Dalia, ciò che conta non è l’evento ma l’intervallo, non è l’azione, ma ciò che la precede o la segue. L’immagine si ferma su una soglia: tra ciò che è stato e ciò che potrebbe accadere.

Le fotografie di Dalia lavorano proprio su questa instabilità, su ciò che potrebbe accadere ma non accade. La realtà appare come trattenuta, sospesa un attimo prima di compiersi o un attimo dopo essersi dissolta. Sono immagini che chiedono di essere guardate più a lungo di quanto siamo abituati a fare. E oggi, forse, il gesto più radicale è proprio questo: fermarsi e dedicare tempo a qualcosa.
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