A cena con Ottavia Piccolo

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A colloquio con Ottavia Piccolo per imparare a dire di no­.

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No.

Per quelli del teatro di ricerca la vita non è per niente facile. Tra visioni politiche, scrupoli etici e questioni sociali il disgusto si fa largo: non siamo artisti prezzolati, non siamo attori a qualunque costo (e soprattutto non lo siamo per nessun costo), non facciamo teatro senza farci domande. Insomma, è una vita di no dati e ricevuti: e lo è a tal punto che ci definiamo solo attraverso la negazione, attraverso ciò che non vogliamo essere e che temiamo di diventare. No, nei teatri stabili non ci vogliamo lavorare. No, le accademie ci fanno tutti uguali. No, certa roba non ci andiamo a vederla. E purtroppo tutto finisce nel peggiore dei modi: fegato roso e odio per tutti. Il primo caso di autocombustione e piromania contemporanei: fuoco dentro fuoco fuori.
Ok. Stop.
Gassman? Ma figuratevi se andiamo a vedere Gassman, a pagare il biglietto a quel figlio di, in quel teatro di, perpetuando lo stesso sistema che ci schiaccia e che non ci considera?
Ci sono andata. Sì, alla Pergola, oddio a dir la verità lo facevano al Goldoni che comunque è un po’ più di nicchia… sì, certo che lo so che sempre Pergola è. Sì, lo so che c’è Ottavia Piccolo, una della tivù, ma c’è una mia amica tra le attrici…
È la prima settimana di marzo. Dopo lo spettacolo, esco e incontro la mia amica che mi presenta la Piccolo – che devo dire è stata superba.
Il giorno dopo succede che mi ci ritrovo a cena. Allo stesso tavolo, dividendo una bottiglia di vino. Ci agganciamo con gli occhi e cominciamo a parlare.
Mi racconta di quando sua madre la costrinse a undici anni a rispondere a un annuncio dove Squarzina cercava un’adolescente con i capelli lunghi e gli occhi grandi. Di come lei scappò. Di come la andarono a ripescare e la costrinsero sul palco. Di come quel palco non l’ha più lasciato.
E poi mi chiede, mi chiede molte cose, con una curiosità onesta ascolta tutte le mie riposte, i dispiaceri di un lavoro che non paga, di un sistema che non riesce, perché non vuole sostenere le piccole compagnie come la mia, la sofferenza di preferire un percorso originale a un provino con Lavia.
E qui sorride.
La guardo e mi accorgo di aver fatto una gaffe non da poco: l’acerrimo nemico di quelli del teatro di ricerca ha avuto con la Piccolo un lunghissimo sodalizio artistico e io son qui a dire che piuttosto che lavorare con lui mi darei fuoco (vedi il principio di autocombustione e piromania di cui sopra).
Lei sorride e mi risponde raccontandomi di quando nel 1972, proprio insieme a Lavia, durante le prove dello storico Re Lear di Strehler, andarono alla direzione del Piccolo a discutere di questioni contrattuali: provavano di norma fino alle 5 del mattino e chiesero di essere retribuiti diversamente, costituirono il sindacato degli attori. E ci andarono ancora con i costumi di scena addosso: Ottavia era il fool, il buffone con tanto di cerone sul volto. E andava ad esigere dignità.
Ammutolisco.
E poi mi parla del nuovo Decreto Ministeriale, di come siano cambiate le cose, di quanto sia necessario difendere il valore del nostro lavoro da chi lo considera ancora un passatempo, da chi ti sfrutta e ti umilia con proposte inaccettabili. Ogni volta che un attore accetta di lavorare gratis lede tutti gli altri colleghi, perché conferma che il professionismo non si paga in fondo, che a noi artisti piace così tanto esibirci che la soddisfazione di aver calcato il palcoscenico ci basta.

«Ragazzi, dovete imparare a dire di no. Io l’ho fatto tante volte e voi?»

Anche noi, ma forse non abbastanza.

Unotrezerocinqueuno

 

 

***English version***

No.

Life is not easy for theatre people. We don’t price our art, we’re not actors-no-matter-what, we don’t make theatre without asking ourselves some questions. It’s a life full of Nos: we define ourselves through denial, through what we don’t want to be and what we’re afraid to become. The result is that we’re full of bile and we hate everyone. The first case of spontaneous ignition and pyromania at the same time: fire out and fire in.
Gassman? No, I would never go to see him, pay a ticket for that son of, in that theatre, just to maintain a system that crushes young actors and doesn’t bother to recognize them.
I went there. Yes. To Pergola Theatre. There was Ottavia Piccolo. Yes I know, she works in tv, but there was also a friend of mine playing… After the play, my friend introduces me to Ottavia Piccolo, and I have to say she was superb.
They following day I even meet her at a dinner. At the same table, sharing a bottle of wine, we start talking. She tells me how she was forced by her mother to reply to an ad where Squarzina looked for a long-haired, big-eyed teenager. She was only 11 by then. She tells me how she ran away, was catched and forced to go back on stage. And how she never left that stage.
Then she asks me a lot of things and is interested in my answers, and I tell her how hard it is to work is a system that doesn’t pay, that doesn’t offer any help to the small companies like mine, what a sufference it is to follow an original path rather than a try-out with Lavia. She smiles.
I realize I made a huge faux pas, Lavia, the worst enemy of those of theatre of research had a long collaboration with her and I’m here saying I’d rather set myself on fire than working with him. She smiles and tells me how she established the Actors Labor Union with him in 1972, demanding to be paid differently, demanding dignity.
I’m left speachless.
Then she tells me about the new laws, how things have now changed, how it is necessary to say “No” to unpaid offers, and how those who accept them damage their colleagues, confirming the idea that we like performing so much that that’s enough for us.

«Guys, you need to learn to say no. I’ve done it many times, what about you?»

We have, but maybe not enough.

Unotrezerocinqueuno

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