“Allegoria dei fatti di Santo Spirito”: la nuova opera di Exit Enter

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“Allegoria dei fatti di Santo Spirito” è la nuova opera dell’artista Exit Enter comparsa sui muri di Firenze che vede prendere vita la più celebre basilica d’Oltrarno, cuore del quartiere e da sempre simbolo della socialità popolare cittadina.

Con quest’opera Exit Enter riflette e ci fa riflettere nel suo modo tipico su quello che sta succedendo da qualche giorno a questa parte in Piazza Santo Spirito a Firenze. L’installazione di barriere di cordone e cemento a impedire alle persone di sedersi sulle scalinate e sostare davanti alla Basilica di Santo Spirito e le conseguenti proteste che ne sono derivate sono ormai l’argomento caldo di questi giorni. Ma l’opera di Exit va oltre e ci fa vedere che il problema è molto più ampio, non riguarda solo Santo Spirito e non va avanti purtroppo solo da qualche giorno.

Sicuramente è vero, in Santo Spirito c’era un problema di poco rispetto verso la città e verso quello che è uno dei capolavori più belli di Brunelleschi, diventato ormai in certi angoli una specie di pubblico orinatoio. D’altra parte allora con il cordone invece che impedire l’accesso alla scalinata forse aveva più senso legare insieme quel branco di bischeri che non si rendono conto che hanno davanti secoli di bellezza e di storia. Ma in realtà non è questo il punto. I piloni che il Comune ha deciso di installare davvero risolvono il problema?

Ce la stanno vendendo come una questione di pubblico decoro ma non è la verità. In Santo Spirito ci si può andare, ci si può sedere, pagare e bere. Stop. Gli spazi da vivere sono i bar, non sono le piazze, non sono le strade. Sono i locali, quelli dove vai, ordini, bevi e paghi, vai via e magari non ti sei nemmeno reso conto di dov’eri e di cosa e chi avevi intorno.

Santo Spirito prima di tutto è uno spazio pubblico, un luogo tra i più belli della città con la sua piazza che guarda la chiesa con il suo profilo dalle forme semplici e pulite, un capolavoro, un bene comune, uno di quei luoghi che rendono i fiorentini tanto fieri della loro città. Perché si sa, ai fiorentini, con i loro tatuaggi del Marzocco sui polpacci, Firenze non gliela devi toccare, la loro città è la più bella del mondo e sono fieri di dire “io sono fiorentino”. Ma ora di questa città e di questo orgoglio che cosa ci sta rimanendo?

Per chi a Firenze ci vive, Santo Spirito era rimasto uno di quei pochi posti che ancora sanno di fiorentinità, dove sai che anche se esci da solo qualcuno sulle scale lo incontri, e che comunque troverai il modo di passare una bella serata perché seduti sui gradini siamo un po’ meno distanti ed è più facile guardarsi, parlarsi, conoscersi e ascoltarsi. Prima era così anche nel Piazzale degli Uffizi, in Santa Croce, alle Cascine ma pian piano, con ordinanze e restrizioni, tutti questi posti sono diventati spazi morti, ad uso dei turisti di giorno e morti la sera.

Eppure qualcosa questa pandemia ce lo doveva aver insegnato, ci avrebbe dovuto far aprire gli occhi e farci rendere conto che Firenze è ormai una città vetrina, una “Firenzeland” che senza i suoi sciami di stranieri per le vie della città rischia di morire lentamente. Eppure quello che è stato fatto negli ultimi anni e i progetti per il futuro guardano in tutt’altra direzione, al turismo, soprattutto a quello di lusso, di certo non ai fiorentini. Questo lockdown doveva svegliarci, doveva essere il motore per far capire che è giusto restituire la città ai suoi cittadini, dargli spazi da vivere, non pensare di nuovo nell’ottica di chi a Firenze ci passa qualche ora per le solite tre foto di rito.

Chi può preservare la bellezza di Firenze sono i fiorentini, ma forse ancora qualcuno lo deve capire.

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About Author

Sono nata in un caldissimo agosto del 1991 a Firenze e mi sono innamorata dell’arte da bambina, guardando un poster di Mirò appeso nel mio salotto. Da allora non ho mai perso questa passione che mi ha portato a laurearmi in Arte Contemporanea prima e poi in Critica d’arte affascinata sempre di più dall’idea che l’arte sia un linguaggio tanto universale quanto soggettivo, capace più di ogni altro di raccontare il nostro tempo