ARNO: il progetto di Roberto Ghezzi a Firenze per i 60 anni dell’Alluvione del 1966
A sessant’anni dall’Alluvione del 1966, ARNO – Storie di riconciliazione tra Firenze e il suo fiume trasforma il fiume in autore di un’opera collettiva e in continua evoluzione. Mentre le tele dell’artista Roberto Ghezzi sono ancora immerse nelle acque dell’Arno, arte contemporanea e ricerca scientifica dialogano per costruire una nuova narrazione del rapporto tra Firenze e il suo fiume.
Sono trascorsi sessant’anni dall’Alluvione di Firenze in quel 4 novembre 1966 in cui l’Arno ruppe gli argini e sommerse la città . In poche ore il centro storico fu invaso da acqua e fango: musei, biblioteche, chiese, botteghe e abitazioni subirono danni incalcolabili, mentre migliaia di opere d’arte e di libri rischiarono di andare perduti. Le immagini degli “angeli del fango”, arrivati da ogni parte del mondo per contribuire al recupero del patrimonio cittadino, sono diventate il simbolo di una tragedia che ancora oggi occupa un posto centrale nella memoria collettiva della città .
Sessant’anni dopo, quello stesso fiume torna al centro di una riflessione che guarda al passato senza fermarsi alla commemorazione. L’Arno non è più soltanto il protagonista di una delle pagine più dolorose della storia di Firenze, ma diventa un interlocutore, un archivio vivente, persino un autore. Il progetto ARNO – Storie di riconciliazione tra Firenze e il suo fiume, ideato dall’artista Roberto Ghezzi, nasce proprio da questa inversione di prospettiva: lasciare che sia il fiume a raccontare se stesso e che le tracce della sua materia costruiscano una narrazione capace di parlare anche a chi il 1966 non lo ha vissuto.

Da circa un mese, nelle acque dell’Arno, all’altezza dell’ASD Canottieri Comunali Firenze sul Lungarno Francesco Ferrucci, sono immerse una serie di tele che stanno lentamente trasformandosi. A differenza di una pittura tradizionale, qui non è la mano dell’artista a costruire l’immagine. Sono il tempo, le correnti, i sedimenti, i microrganismi, le alghe e tutto ciò che il fiume trasporta a intervenire sulla superficie del tessuto. Il lavoro è ancora in corso e il risultato rimane sconosciuto (ancora per un po’): l’opera sta prendendo forma proprio in queste settimane.
Questa pratica prende il nome di Naturografia, termine coniato da Ghezzi per descrivere una ricerca sviluppata nell’arco di oltre vent’anni in alcuni degli ecosistemi più estremi del pianeta, dalla Groenlandia alla Patagonia, dalle Isole Svalbard alla Mongolia. Le tele, realizzate in lino e cotone e preparate con materiali compatibili con l’ambiente, vengono affidate ai processi naturali senza alcuna volontà di controllarne l’esito. Il paesaggio smette così di essere oggetto della rappresentazione per diventare il vero autore dell’opera.
Nel caso dell’Arno, questa ricerca assume un significato profondamente simbolico. Lo stesso fiume che sessant’anni fa lasciò sulla città il segno del fango, oggi deposita sulle tele una memoria diversa. Sedimenti, materiali organici e tracce invisibili costruiscono immagini che non illustrano il paesaggio, ma ne sono una diretta manifestazione. È un gesto di riconciliazione che non cancella il trauma storico, ma lo trasforma in occasione di ascolto e di conoscenza.
Come afferma Roberto Ghezzi, il desiderio è quello di lasciare che il fiume restituisca la propria memoria e la propria identità , senza imporre un risultato estetico predeterminato. La bellezza delle Naturografie risiede proprio nella loro imprevedibilità , nella capacità di affidare la creazione all’azione del tempo e della natura.

Arte e ricerca scientifica
Accanto alla dimensione artistica si sviluppa anche un’importante ricerca scientifica. Quando le tele verranno recuperate, tra settembre e ottobre, saranno analizzate dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), dal Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università degli Studi di Firenze e dal Dipartimento di Conservazione e Restauro dei Beni Culturali dell’Università della Tuscia. Sedimenti, microfibre e materiali depositati sulle superfici diventeranno oggetto di studio, offrendo nuove informazioni sull’ecosistema dell’Arno e documentando le trasformazioni ambientali del fiume.
Arte e scienza procedono così lungo lo stesso percorso. Le Naturografie non sono soltanto opere da contemplare, ma dispositivi di osservazione capaci di mettere in dialogo linguaggi diversi e di suggerire nuovi modi di leggere il paesaggio, la biodiversità e il rapporto tra uomo e ambiente.
La mostra finale
Il progetto culminerà nella mostra diffusa ARNO – Storie di riconciliazione tra Firenze e il suo fiume, in programma dal 4 novembre 2026 al 4 gennaio 2027, in occasione del sessantesimo anniversario dell’Alluvione. Il nucleo principale dell’esposizione sarà ospitato dal MAD Murate Art District, con la curatela della direttrice artistica Valentina Gensini, dove saranno presentate le Naturografie insieme alla documentazione fotografica e audiovisiva del progetto e ai risultati della ricerca scientifica. Tra le sedi già confermate figura anche la Chiesa di San Salvatore in Ognissanti, mentre altri luoghi della città , legati simbolicamente alla memoria dell’alluvione, saranno annunciati nei prossimi mesi.
Ideato da Roberto Ghezzi, coordinato dal gallerista Niccolò Mannini e organizzato dalla project manager Debora Daddi, il progetto propone una riflessione che supera la semplice ricorrenza storica. A sessant’anni dall’Alluvione, non si limita a ricordare ciò che l’Arno ha sottratto alla città , ma invita a osservare ciò che il fiume può ancora generare. Oggi, mentre le tele continuano silenziosamente il loro processo sotto la superficie dell’acqua, Firenze attende di vedere quale immagine emergerà da questo lungo dialogo tra natura, memoria e tempo. Un’immagine che non sarà il ritratto dell’Arno, ma sarà l’Arno stesso ad averla realizzata.
L’artista: Roberto Ghezzi
Roberto Ghezzi (Cortona, 1978) si forma nello studio di scultura di famiglia e successivamente all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Attivo dalla fine degli anni Novanta, sviluppa una ricerca incentrata sul rapporto tra arte, paesaggio naturale e processi ambientali.

Nei primi anni Duemila dà avvio al progetto Naturografie©, una pratica artistica che trasforma gli elementi naturali in autori dell’opera. Attraverso l’immersione di supporti preparati dall’artista in ecosistemi terrestri e acquatici, sono il tempo, i sedimenti, i microrganismi e gli agenti atmosferici a determinarne l’esito visivo finale.
La sua ricerca, che mette in dialogo arte contemporanea e osservazione scientifica, si è sviluppata in contesti naturali di tutto il mondo, dall’Alaska alla Patagonia, dalla Groenlandia alla Tunisia, fino alle Isole Svalbard e alla Cambogia. Ha partecipato a numerose mostre e residenze internazionali, tra cui il Padiglione Italia della 19ª Biennale di Architettura di Venezia, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, il Museum of Contemporary Art of Skopje, gli Istituti Italiani di Cultura di Oslo e Copenaghen e il Museo della Fine del Mondo di Ushuaia.