“Nessuno sa di lui”, come nasce il ghetto ebraico di Firenze

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Camminiamo insieme a Ippolita Morgese per le vie della città, in un mondo fatto di intrighi e rapporti pubblici e privati degni di un film, alla scoperta di come e perché nacque il ghetto ebraico a Firenze.

«Chi è Carlo Pitti?» è la prima domanda che mi pongo appena mi trovo davanti a questo piccolo gioiello di 158 pagine ed è la prima domanda che leggo nel testo. Chi è Carlo Pitti? È un interrogativo che ha tormentato l’autrice Ippolita Morgese nei mesi precedenti la stesura del libro ed è una domanda alla quale, pagina dopo pagina, riesco a dare una risposta.

Chi era Carlo Pitti?

Mi addentro con la Morgese tra i suoi studi, le sue ricerche, le lettere e i diari con curiosità e trepidante voglia di conoscere la storia di un uomo di cui nessuno sa nulla, un uomo che il più delle volte «provoca invidia e risentimento piuttosto che affetto e stima», un fedele cortigiano e un astuto mediatore che, nella seconda metà del Cinquecento, ha saputo destreggiarsi nell’ombra in maniera eccellente, che ha saputo conseguire i suoi obiettivi e alcuni incarichi di pubblico rispetto, un uomo che ha cambiato il volto di Firenze in maniera netta nel 1571 con l’istituzione del ghetto ebraico.

carlo pitti
Giulio Bollino, Fiorenza, 1569

Mi introduco in punta di piedi nella vita privata di quest’uomo. La Morgese riesce a dare un quadro completo della famiglia Pitti dal 1100 fino a Carlo, alla moglie Lisabetta de’ Rossi e ai figli. Scopro che Carlo aveva continuato la tradizione di famiglia , era un imprenditore di lana e investiva continuamente in acquisizioni di proprietà. Le pagine sulla vita privata di Pitti scorrono via velocissime fino ad arrivare all’altro aspetto, imprescindibile, della sua vita: quello relativo alla sfera pubblica e politica. Il suo obiettivo principale, infatti, è sempre stato quello di conseguire posizioni governative di rilievo. Arrivò a ritagliarsi un posto tra i «fedelissimi, collaboratori trasformati in burocrati» nel nuovo quadro politico voluto da Cosimo I de’ Medici per il suo Ducato. Con ruoli di volta in volta più rilevanti, Carlo Pitti diventò «una di quelle trincerate figure del governo fiorentino che aveva l’accesso privilegiato al duca Cosimo e al figlio», il principe Francesco I de’ Medici. Vicino a loro, ricoprendo incarichi di pubblica rilevanza e godendo della fiducia dello Stato Mediceo, Pitti divenne un punto focale nelle decisioni interne e nei rapporti politici con gli altri Stati.

carlo pitti

Carlo Pitti e la creazione del ghetto ebraico

Ed è a questo punto che mi faccio un’altra domanda: e il ghetto ebraico? Cosa centra Carlo Pitti con la sua creazione? Nei 6 capitoli finali del libro m’immergo nella vita ebraica fiorentina e nei motivi della realizzazione del ghetto. Situato a nord del Mercato Vecchio, un’area che attualmente si estende tra piazza della Repubblica, via dei Pecori e piazza dell’Olio, il ghetto raggruppava al suo interno le persone di fede ebraica, «marcate» negli anni precedenti con un cerchio giallo sul cappello o sul mantello, per gli uomini, e con una manica gialla, per le donne. Già sede del foro romano, era diventato un quartiere nobile che ospitava importanti famiglie medievali, ma, all’epoca di Cosimo I, il quartiere era tra le zone più ignobili e malfamate, così i Medici decisero di comprare tutte le proprietà, risistemarle e affittarle alla popolazione ebraica.

Carlo Pitti realizzò una campagna contro i banchieri ebrei, stilò un censimento, creò una bozza del decreto di espulsione degli ebrei. I suoi studi portarono Cosimo a compiere il passo decisivo: la chiusura dei banchi ebraici, l’espulsione degli israeliti e la costruzione del ghetto. La politica nei confronti degli ebrei di Cosimo I cambiò repentinamente nell’arco di pochi anni, ma perché?

La necessità del ghetto ebraico fu dettata principalmente dalle pressioni di Papa Pio V per conseguire il titolo di Granduca e Pitti, che nei suoi diari confermò i dubbi a riguardo di Cosimo e di Francesco I, arrivò a suggerire questa conclusione studiando i casi di Roma, Venezia, Ferrara e Mantova, dove erano già presenti altri ghetti, esclusivamente per i propri scatti di carriera (che non indugiarono ad arrivare).

Sfoglio le ultime pagine del libro appagata, lettrice girovaga di quella zona fiorentina vivace e multiculturale, lettrice errante di quel tempo, vivendo piccoli spaccati di vita, di mode e abitudini, lettrice lieta di contraddire, finalmente, il titolo del testo! Grazie alla Morgese, ai suoi studi e al ritrovamento di dati inediti e aneddoti autentici all’Archivio di Stato, ho scoperto la figura del magistrato Carlo Pitti, che «operò in ombra, rimanendo sempre alle spalle, mentre navigava abilmente i corridoi del potere».

Bio autrice, Ippolita Morgese

Ippolita Morgese vive e lavora a Firenze. Storica della musica, si è laureata in Lettere all’Università di Firenze e ha studiato pianoforte al conservatorio. Archivista e paleografa, ha studiato paleografia musicale presso il Pontificio Istituto di Musica Sacra e si è diplomata in archivistica, paleografia e diplomatica presso l’Archivio di Stato di Firenze. Nel 1993 ha partecipato all’ideazione e allo sviluppo della Fondazione culturale internazionale The Medici Archive Project, il cui scopo è il recupero delle fonti storico–archivistiche, di cui è poi stata Presidente dal 2004 al 2009. I suoi studi e le sue ricerche sono stati pubblicati su numerose riviste e cataloghi specializzati. Da tempo opera nel campo della valorizzazione dei beni culturali e fino ad aprile 2017 è stata Capo Delegazione FAI di Firenze. Al momento si dedica interamente alla scrittura.

Potete acquistare il libro qui.

Articolo a cura di Giulia Farsetti

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