Brunori-SAS

Da Marasco a Brunori SAS: canzoni per raccontare Firenze

Da Odoardo Spataro a Ivan Graziani, da Riccardo Marasco a Brunori SAS, passando per Paolo Vallesi, cinque autori per cinque canzoni che parlano – o sono dedicate – alla città di Firenze.

Una canzone dedicata a una città non è solo un omaggio, un dono che un cantautore porge ad essa, ma è molto di più: è raccontarla dal profondo, passando per le sue strade, i suoi vicoli, i suoi palazzi, i monumenti e la gente che la popola. Le storie che si svolgono in quella città, anche le più piccole e apparentemente le più insignificanti, fanno la città stessa, le danno un’identità e la forgiano rendendola diversa dalle altre, con la sua atmosfera e le sue peculiarità. 

Firenze, ovviamente, non poteva mancare all’appello delle città che più hanno ispirato i cantautori di ogni epoca e genere, configurandosi come sfondo ideale di una determinata storia che si voleva raccontare o ancora, offrendo se stessa e le sue vicende come argomento perfetto per buttarci giù dei versi e qualche accordo. 

Le canzoni in cui appare il nome del capoluogo fiorentino sono davvero tantissime nella storia della musica, e tutte immensamente belle ma alcune di queste ci hanno colpito particolarmente  e Ful!  ve ne parla in questo articolo!

Andando notevolmente indietro nel tempo, nel primo dopoguerra e precisamente nel 1937, un cantautore e attore fiorentino di origini siciliane, Odoardo Spadaro, scrisse un testo che è una vera e propria poesia, struggente ed emozionante ma soprattutto, una poesia che racconta un pezzo di storia, facendolo attraverso un episodio accaduto a Spadaro stesso.

Odoardo Spadaro, Radiocorriere, 1956

Durante la sua tournée a Montevideo, in Uruguay, il cantautore si trovò ad esibirsi davanti a una platea che pullulava di italiani emigrati in cerca di fortuna e lavoro, e tra questi una ragazzina di sedici anni gli si avvicinò, porgendogli un bacio sulla guancia e chiedendogli di portarlo a Firenze.

Eravamo negli anni delle migrazioni, negli anni in cui dall’Italia si andava via, si fuggiva per avere un futuro migliore, ma il prezzo da pagare era piuttosto alto perché seppur il compromesso era necessario per la propria sopravvivenza, il dolore per il distacco e l’allontanamento dalla propria città era profondo e intenso. Spadaro non ci mise molto a cogliere questa silenziosa mancanza e la sera stessa di quel fatto, scrisse e musicò dei versi di straordinaria bellezza:

«Partivo una mattina co’i’ vapore

e una bella bambina gli arrivò.

Vedendomi la fa: Scusi signore!

Perdoni, l’è di’ Fiore, sì lo so.

Lei torna a casa lieto, ben lo vedo

ed un favore piccolo qui chiedo.

La porti un bacione a Firenze,

che l’è la mia città

che in cuore ho sempre qui.

La porti un bacione a Firenze,

lavoro sol per rivederla un dì […]»

«[…] Bella bambina! Le ho risposto allora.

Il tuo bacione a’ccasa porterò.

E per tranquillità sin da quest’ora,

in viaggio chiuso a chiave lo terrò.

Ma appena giunto a’ccasa te lo giuro,

il bacio verso i’ccielo andrà sicuro […]»

La canzone venne intitolata La porti un bacione a Firenze e diventò un vero e proprio inno alla città, ma ancor di più, divenne un inno per coloro che lasciavano la loro amata Firenze per andare verso terre lontane.

Spostandoci temporalmente di una trentina d’anni circa, e precisamente nel 1966, Firenze venne sopraffatta da un evento terribile che sconvolse la città e i suoi abitanti, ovvero l’alluvione. Fu un momento difficile della città ma anche un’occasione di coesione e collaborazione tra i membri del suo popolo che per amore di Firenze, la salvarono dal fango.

Riccardo Marasco, un cantautore e menestrello vernacolare fiorentino, scrisse al riguardo un testo sboccato e irriverente, nel quale la tragedia dell’alluvione si fa ironica e sarcastica, ammorbidendosi e lasciando spazio a una leggerezza sfacciata e quasi inappropriata a quello che era accaduto, ma che, in realtà, nasconde un senso di profonda paura e afflizione:

«Marito: “O Rosa, ma che l’ha chiuso l’acquaio ieri sera?

 E sento un gran pisciolio d’acqua!”

Moglie: “A Gesilao, vien via, e tu lo sai e’ la solita storia:

l’e’ la sora Algisa di’ ppian di sopra, 

il su’ marito l’è anna’o ni’bbagno 

e lei la fa pisciare il figliolo dalla finestra. 

Su’ mi fiori, a Gesilaaao! […]»

«Nuoti sommerso in un mare di cacca

non sai se d’uomo oppure di vacca

non sai capire i’cche t’è successo

ti pare troppa per esser d’un cesso

E mentre cerchi di restare a galla

l’Arno trabocca laggiù dalla falla

corre veloce per via Tornabuoni

al David lava fremente i coglioni […]

Dante di marmo, poeta divino,

mira sdegnato l’immane casino

“Oh fiorentini, mi avete esiliato,

prendete la merda che Dio v’ha mandato!”»

In questa canzone che poi fu intitolata per l’appunto L’alluvione, la tipica ironia dissacrante degli abitanti di Firenze è protagonista assoluta e rispecchia a pieno il modo tutto fiorentino di affrontare ed elaborare gli accadimenti spiacevoli e dolorosi; per questo, non possiamo fare altro che amare la canzone di Marasco, perché non solo ci racconta un fatto storico legato alla città ma lo fa svelando, con un forte senso di identificazione, le dinamiche comportamentali più profonde dell’anima di un popolo al cospetto di un evento così tragico.

Tralasciando adesso quelli che sono i fatti storici che hanno ispirato la creatività dei cantautori, ci affacciamo un attimo su un altro orizzonte, più intimo e personale con quello che è un capolavoro assoluto della musica italiana: Firenze (canzone triste) di Ivan Graziani.

«Firenze, lo sai, non è servita a cambiarla

La cosa che ha amato di più è stata l’aria

Lei ha disegnato, ha riempito cartelle di sogni

Ma gli occhi di marmo del colosso toscano

Guardano troppo lontano […]»

Eh si, forse gli occhi del David spingono a guardare sempre più oltre ed, evidentemente la cartelle di sogni non sono bastate alla donna di cui Graziani parla nella sua sua canzone, una donna che il protagonista del testo ama e non è il solo perché a nutrire dei sentimenti per lei è anche il suo amico, detto Barbarossa, studente di filosofia. Una donna da dividere in due, insomma, ma che poi alla fine non sarà di nessuno di loro:

«[…] Ricordo i suoi occhi, strano tipo di donna che era

Quando gettò i suoi disegni, con rabbia, giù da Ponte Vecchio

“Io sono nata da una conchiglia”, diceva

“La mia casa è il mare e con un fiume no

Non lo posso cambiare” […]

E non c’è più nessuno

Che mi parli ancora un po’ di lei

Ancora un po’ di lei […]»

Ascoltando la canzone e chiudendo gli occhi, le immagini evocate dalle parole si fanno vivide e non è difficile immaginare questa scena in cui una giovane donna, su un romantico e magari desolato Ponte Vecchio, getta i suoi disegni nell’Arno. Firenze non è la sua città, lei è nata dove c’è il mare e non un fiume. 

Ma a lasciare Firenze non sarà solo la donna che lui ama, ma anche l’amico aspirante filosofo che, con la laurea in tasca, farà ritorno nella sua Irlanda. Rimasto da solo e “fottutto di malinconia”, il protagonista rimane a Firenze, nella città in cui di tempo ce n’è…..

Una romantica malinconia, quindi, che trova in Firenze la scenografia più appropriata con i suoi sognanti ponti sulla luce argentea dell’Arno e con la sua atmosfera di beata tristezza; l’unica città che può fare davvero da cornice a questa storia tormentata e nostalgica che sembra antica ma che, invece, è più moderna che mai se pensiamo a quanto Firenze sia frequentata da studenti che arrivano qui, soggiornando il tempo di accaparrarsi una laurea per poi fare ritorno alle loro città d’origine, buttando all’aria i legami nel frattempo fioriti, sia amorosi che di amicizia.

Una storia molto simile, seppur dai toni completamente diversi, è quella di Lei, Lui, Firenze, brano pop del 2011 firmato dal cantautore calabrese Brunori Sas che ci racconta della fine di una storia d’amore sullo sfondo di un’ invecchiata Firenze:

Brunori SAS in concerto, foto di Niccolò Caranti – CC BY-SA 3.0

«Pensi davvero che sia una buona idea

Stare seduti in un bar fino alle nove di sera

Bere un altro bianco Sarti, guardando la gente

Discutere di ferie e lavoro, fare finta di niente

Parlar di Firenze, di come è invecchiata

Dall’ultima volta che l’ho salutata […]»

Firenze, ancora una volta, fa da sfondo all’amarezza lasciata da un amore apparentemente finito e che continua ad ardere nelle dolci sere estive della città, illuminata dai lampioni:

«[…] Pensi davvero che sia una splendida idea

Andarcene al cinema Flora a vedere Fellini

Mangiare pop-corn in platea come due ragazzini

Scambiarci commenti osceni, scandalizzare i vicini

Che bella Firenze, le sere d’estate

Le luci del centro, le nostre risate […]»

Ma c’è ancora un altro brano in cui la nostra città non è né la scenografia della storia narrata né tantomeno il luogo di un fatto storico perché è Firenze stessa la protagonista assoluta, o meglio la Firenze odierna: si tratta de Il cielo di Firenze, brano del 2015.

Scritta da Giuseppe Dati ma musicata e cantata da Paolo Vallesi in collaborazione con Marco Masini, la canzone è una vera e propria protesta contro la trasformazione di Firenze in città da vetrina, una vetrina in cui viene letteralmente svenduta al miglior offerente.

Paolo Vallesi, opera propria, CC BY-SA 4.0

«Firenze disegnata da bambini

Noi fatti d’aria in giro per le vie

Il cuore in mano i libri ed i giornalini

Tu non immagini i cambiamenti

Firenze appesa come un calendario

Sulla parete della vanità […]»

Come non pensare alla situazione attuale in cui si trova Firenze, mercificata e ridotta a oggetto nelle grinfie di chi ha soldi e potere per comprarla e, al contempo, anche schiacciata da un turismo di massa sempre più pressante e, quasi, distruttivo non solo per come la riduce esteticamente, ma anche per la conseguente alienazione della vera anima della città.

«[…] Firenze vende e tutti in centro

E niente da sperare

Soli è triste starci dentro

E affondi prima o poi

Firenze insegue il desiderio

È stupita sul serio

E di notte vuol sbagliare

Per poi farsi perdonare

Come noi […]»

Questo testo non è altro che un appello disperato a salvarla da un destino inadeguato e al contempo una vera e propria dichiarazione d’amore alla città perché Firenze, come scrive Giuseppe Dati, “non vuole morire”.

A questo punto, siamo arrivati ormai alla fine di questo breve viaggio nella musica che ha omaggiato e raccontato Firenze, ma le canzoni da citare sarebbero ancora numerose e, per questo, invitiamo i nostri lettori a fare una doverosa ricerca al riguardo ma soprattutto ad ascoltare questi brani perché di Firenze si può parlare in tanti modi, ma la musica lo fa sicuramente meglio.

Cover: Brunori SAS, foto di ©CHIARA MIRELLI