Coronavirus, isolamento e il tornare noi stessi

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Claudio Simoncini, neuroscienzato e psicologo sperimentale, ci offre una riflessione su come nell’isolamento forzato stiamo ritrovando noi stessi.

Uno dei massimi problemi umani, in questo momento, è rappresentato dal come sopravvivere all’enorme crisi economica che seguirà il Coronavirus. Nascosti dietro questa importante problematica, con la paura di perdere quello che abbiamo costruito nel tempo, ci curiamo molto meno degli effetti psicologici che l’isolamento stesso ha su di noi, sul nostro modo di vivere, di vedere il mondo.

Qualcuno, leggendo queste ultime righe, potrebbe liquidare l’argomento ritenendolo meno importante, ma a smentirlo ci sarebbero molte pubblicazioni scientifiche apparse negli anni Settanta e centrate sul tema dell’isolamento (argomento molto in voga all’epoca, in seguito ai primi viaggi nello spazio e alle prime spedizioni nelle zone più remote dell’Antartide). 

La verità è che, a prescindere da quale ruolo rivestiamo nella società di cui facciamo parte, nella solitudine delle mura domestiche ci siamo ritrovati noi stessi, liberi da quella moltitudine di etichette che ci vengono affibbiate a differenti livelli: famiglia, amici, lavoro, ufficio delle imposte… Non parlo ovviamente dei social network, quanto piuttosto, della  nostra interazione con la realtà di tutti i giorni, con quella società, piccola o grande che sia (in funzione del ruolo che rivestiamo) che ci ruota intorno in ogni momento della nostra esistenza. 

Costretti in casa, faccia a faccia con noi stessi, ci siamo resi conto, in seguito agli evidenti problemi della Sanità Italiana, che l’evoluzione dell’uomo moderno non si riflette nella creazione di nuove tecnologie, bensì nell’evoluzione della società stessa di cui fa parte, dopodiché, privati dei nostri ruoli nella stessa, ci siamo visti, spettri primitivi, intenti a vagare senza meta tra le mura domestiche.

Aspettiamo che questo periodo finisca, come in tempi normali aspettiamo il tram, le cinque del pomeriggio e l’ora di cena, occupando le nostre ore guardando film, o navigando su Facebook (chi non ha la fortuna di lavorare da casa), convinti che alla fine, tutto tornerà come prima e senza renderci conto di quanto, minuto dopo minuto, stiamo cambiando. Continuiamo a pensare, spinti dai media e dalle notizie, a come sarà difficile convivere con il Coronavirus, le code al supermercato, le domeniche senza il calcio, quando invece, dovremmo preoccuparci di come saremo noi alla fine del confinamento

Assurdo pensare che tutto ciò, non abbia o non avrà una ripercussione sulla nostra psiche, quando già qualcuno sta dando di matto (come si legge sui quotidiani), sulle nostre scelte e sulla società di cui facciamo parte. L’isolamento ci sta cambiando e lentamente, sta tirando fuori il lato peggiore o migliore di noi. Il nostro miglior amico potrebbe diventare un Guru Buddista o un terrorista, il nostro partner potrebbe lasciarci, potremmo renderci conto che il nostro lavoro non ci piace, che odiamo la nostra città.

Siamo pronti a ciò? Saremo preparati alla nuova realtà che alla fine, uscendo dalla porta di casa, troveremo davanti a noi? Vale la pena chiederselo adesso, mentre siamo ancora chiusi, al sicuro, tra le nostre mura domestiche.       

Articolo a cura del Dott. Claudio Simoncini.

Immagine: Francis Bacon, Three Studies of Lucian Freud

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