Duskmann: il collettivo che porta a Firenze la filosofia creativa dei contrasti

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Dal 2015 Firenze c’è un collettivo di artisti dall’animo creativo, in costante ricerca della bellezza seguendo un mix eclettico e curioso di personalità, variegate e coese, in un progetto comune. Si chiama Duskmann da “dusk”, crepuscolo, metaforicamente l’incontro di bianco e nero, dei contrasti, dunque, ma perfettamente amalgamati e proprio questa è la filosofia del loro operare artistico che passa dall’arte alla musica, dal design alla fotografia, seguendo proprio il contrasto tra gli opposti.

Abbiamo intervistato Daniele Cavalli, fondatore del collettivo Duskmann, per saperne di più del suo progetto, che è ormai una realtà affermata e che ha già prodotto collettive e personali da Londra a Milano, da Roma a Palermo.

Duskmann è un collettivo di artisti che si impegnano a rendere, nelle loro rispettive forme d’arte, una visione distintiva della bellezza. Ma cosa s’intende per ricerca della bellezza?

Parlando di bellezza, vogliamo esprimere una condizione creativa in cui il significato delle opere viene espresso attraverso una minuziosa ossessione verso ogni dettaglio che la compone. Vogliamo forzare lo spettatore a sentire la necessità di un avvicinamento, di un’osservazione, sperando che questo lo porti così, non solo a una sua personale interpretazione, ma a una vera e propria visione personale. Uno stimolo a sviluppare nella propria fantasia un’opera nell’opera. Nella serie Prelude per esempio, i soggetti fotografati, le venature dei marmi, sono stati selezionati come quando si gioca a riconoscere i soggetti nelle forme delle nuvole. Noi non rileviamo mai la nostra visione: vogliamo sia sempre lo spettatore a farlo. È una ricerca imprescindibile del nostro linguaggio.

Il collettivo comprende più forme d’espressione artistica, compresa la musica, insolita in questo contesto. Che importanza ha il coinvolgimento di varie forme d’arte nella creazione di progetti multidisciplinari quali quelli di Duskmann?

L’idea di unire infinite discipline in un unico contesto artistico è alla base della necessità di essere rappresentati da un’entità fittizia, come Duskmann. Ogni arte e mestiere è incluso, purché si possa realizzare ciò a cui aspiriamo. Non vogliamo porre limiti né di mente né di tecnica, è l’idea stessa che traccia il percorso da intraprendere. È importante piuttosto scegliere chi al meglio può aiutare a realizzarla, le opere nascono dal frutto di queste preziose collaborazioni. Credo molto nel concetto di multidisciplinarietà per l’arte nel terzo millennio. D’altronde è viva più che mai, sono sempre meno gli artisti che realizzano individualmente le proprie opere e si avvalgono di aiuti che mai vengono valorizzati. Trovo che sia corretto scardinare questo retaggio, sperando che non sia solo un eccesso di spirito da sognatore.

Come è nata l’idea di creare un collettivo e come sono entrati in contatto tra di loro gli artisti che ne fanno parte?

Come ti spiegavo, Duskmann è un contenitore infinito di potenziali collaborazioni, il mio ruolo è quello di fare da direttore d’orchestra, che non vuol dire necessariamente essere l’artista principale, ma una figura che semplicemente guida l’unione degli artisti selezionati. Trattando il tema musica, non posso svelare molto, ma sto lavorando su un’installazione sonora dove mi sto servendo della collaborazione di vari musicisti, che lavorano individualmente non in comunicazione tra loro. Il tutto convoglierà in un’opera unica che sarà presentata nel paesaggio lunare delle cave di marmo di Carrara, in cui io sarò colui che darà senso a questa visione ma loro saranno i veri artisti dell’opera.

Duskmann ha un suo manifesto, preciso e allo stesso tempo criptico, perché questa scelta?

Immagino ti riferisca al manifesto sul nostro sito (duskmann.com). Anche qui vogliamo lasciare ampia interpretazione allo spettatore. Se si osserva attentamente, oltre ad avere una crisi epilettica, si può notare che sono tutte parole contrapposte tra loro. Questa è la nostra filosofia, creare un mondo unico e magico come se fosse antani nel suo contrasto tra gli opposti.

Gli artisti che operano in questo collettivo creano solo opere site specific, qual è la motivazione dietro a questa scelta?

Non è caratteristica imprescindibile ma trovo molto interessante lavorare sulle serie. Molte delle opere hanno tiratura unica, e mi piace pensarle come un puzzle che viene sparso nel mondo di ogni suo collezionista, ma che all’origine, attraverso una sorta di incantesimo, vengono concepite per stare tutte insieme. C’è una forte connessione tra ogni singola opera realizzata. Le installazioni possono essere apprezzate insieme ma, in più, metterle nel giusto contesto permette di valorizzarne il singolo significato.

La decisione di restare spesso anonimi per gli artisti rappresenta la volontà di rispondere a un obiettivo artistico preciso che va oltre all’identità del creatore dell’opera o piuttosto riflette più propriamente l’anima di un collettivo?

Non parlerei di anonimato, c’è piuttosto una forte volontà nel non volere mettere in primo piano l’artista ma piuttosto l’opera. Mi rendo conto che sia un po’ controcorrente, oggi il valore delle opere è dato più dalla vita degli artisti che dalle loro realizzazioni, ma mi piace pensare all’arte come un messaggio senza luogo né tempo, che possa attrarre e stimolare il pensiero di ogni spettatore a prescindere dalle informazioni ricevute.

Che ruolo assumono il design e l’artigianato all’interno del progetto di Duskmann?

Designers e artigiani sono al cuore delle realizzazioni, sono i primi rappresentanti del collettivo, coloro che tramite la loro conoscenza, si mettono a disposizione della follia. Ne ho un particolare rispetto e affetto.

Photo credits: Kristinn Kis

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About Author

Lucrezia Caliani

Sono nata in un caldissimo agosto del 1991 a Firenze e mi sono innamorata dell’arte da bambina, guardando un poster di Mirò appeso nel mio salotto. Da allora non ho mai perso questa passione che mi ha portato a laurearmi in Arte Contemporanea prima e poi in Critica d’arte affascinata sempre di più dall’idea che l’arte sia un linguaggio tanto universale quanto soggettivo, capace più di ogni altro di raccontare il nostro tempo