Il potere delle storie: intervista a Matteo Caccia

0

Il prossimo 13 dicembre LUCIA, il Festival in streaming radio dagli spazi di Manifattura Tabacchi che celebra l’arte del racconto senza immagini ospiterà Matteo Caccia, attore teatrale e conduttore radiofonico, che ci racconta la storia di Karim Franceschi, che ha deciso di andare in Siria e unirsi alla lotta armata contro l’Isis.

Si chiama “Oltre il confine” ed è nuovo podcast Audible Original in cui Matteo Caccia ci sorprende ancora una volta narrandoci le vicende storiche e umane che ruotano intorno alla vita di Karim e che ne dettano decisioni ed emozioni. Karim Franceschi nato nel 1989 a Casablanca e cresciuto a Senigallia, a 25 anni ha deciso di lasciare tutto, la casa, gli amici, la fidanzata, la famiglia ed è andato in Siria. Per combattere insieme all’esercito di liberazione curdo (YPG) e liberare Kobane dalle mani dell’Isis. Diventando così partigiano in terra d’altri. Come lo era stato suo padre, nel suo Paese: l’Italia.

Karim nel 2016 fonda una brigata internazionale che avrà un ruolo importantissimo nella caduta di Raqqa, capitale dello Stato Islamico. Nel corso delle 10 puntate di “Oltre il confine” è la voce di Karim stesso a raccontare la sua storia: le ragioni delle sue scelte, i sentimenti, le paure e le speranze in due anni di lotta accanto agli uomini e alle donne di Kobane.

Una storia forte, che ci spinge a chiederci qual è il nostro personale confine e quando siamo davvero disposti a superarlo. Matteo Caccia sarà ospite di LUCIA. L’abbiamo dunque intervistato per saperne di più del suo podcast e per sapere cosa significhi per lui raccontare storie come questa.

matteo caccia podcast oltre il confine

Matteo, perché hai deciso di raccontare la storia di Karim, una storia che va Oltre il confne?

Credo che quella di Karim sia una storia di avventura, non di guerra, anche se quella di cui si racconta è una vera guerra in atto, che si sta combattendo in un luogo fisico ben preciso, anche se noi ne prendiamo coscienza solo quando ci tocca da vicino, con gli attacchi terroristici ad esempio. Ma questa storia ha a che fare soprattutto con la ricerca di sé; è una riflessione sul riverbero che il teatro di guerra ha su di noi, sul cambiamento che un’esperienza del genere ha sulla propria personalità. È una riflessione sulla volontà di ricercare se stessi. In effetti Karim è partito per Kobane senza sapere cosa fare; era già allora un ragazzo con degli ideali molto alti, che dava una fortissima valenza ai valori in cui credeva.

La prima volta si era recato in Turchia a portare degli aiuti umanitari con un’associazione e quella prima esperienza gli ha aperto gli occhi, l’ha messo davanti alla necessità di partire. Karim racconta che quando ha visto la città bombardata ha capito che doveva andare, doveva partire, altrimenti avrebbe dovuto rivedere tutti le idee che aveva di se stesso. Ha deciso di non concedersi nessun attenuante. Ha deciso di andare ai confini della vita quotidiana, e ha raggiunto il luogo, che come racconta lui stesso nel podcast, “era il teatro di guerra più pericoloso al mondo: Kobane” nel 2015. Senza avere alcuna esperienza militare solo perché voleva unirsi alla causa politica e sociale dello YPG, l’esercito di liberazione curdo, i cui ideali erano i suoi.

Quindi la storia di Karim è una storia di coraggio, di un uomo che ha fatto una scelta difficile per rimanere fedele a sé stesso, ai propri valori, per guardarsi nello specchio la mattina ed essere in grado di portarsi rispetto?

È proprio così. Io sono sempre interessato alla componente umana di quello che racconto, ecco perché quando ho scelto questa storia ho pensato che si corresse il rischio che fosse respingente, ma ho anche pensato che fosse molto importante raccontarla. In effetti solo ad alcuni interessa questa storia per la questione geo-politica che rappresenta, per il suo valore come testimonianza di guerra in sè. Il senso più grande della storia di Karim credo risieda nella parabola identitaria di questo essere umano. Lui si è messo al confine tra la vita e la morte pur di affrontare una crescita personale.

In questo senso dunque la storia di Karim può stimolo alla riflessione per ognuno di noi?

Sicuramente. Può essere un esempio per tutti noi, un invito a spremerci un po’. Io credo che le storie, tutte le storie, siano anti-ideologiche; si tratta di fatti, di eventi che raccontano un pezzo di realtà. Poi siamo noi, culturalmente viziati, che decidiamo di dare un giudizio. In questo caso sapevo il rischio che la storia di Karim, una storia in cui si parla di guerra e di ideali forti, potesse essere respingente, ma sono convinto che questa, come tutte le storie non parli di guerra ma di ricerca della propria identità. Il rischio è che questa storia sembri troppo lontana dalla nostra quotidianità, dalla nostra realtà, dal nostro mondo, ma non è così. Anche per questo ho creduto giusto, nel linguaggio e nella forma di questo podcast, stare più vicino possibile a chi parla, usando il tu e non il voi; nel raccontare questa storia siamo sempre in tre, io Karim e l’ascoltatore.

“Oltre il confine” è un podcast particolare: solitamente i podcast vanno ad episodi, in ognuno si parla di una tematica diversa. In questo caso invece le puntate raccontano lo sviluppo della medesima storia, quella di Karim appunto…

Beh sì, rispetto ad altri racconti seriali c’è sicuramente meno narrativa verticale, per intenderci quella che ti fa stare lì incollato per sapere come va a finire. Anche questa è stata una scelta: ho deciso di affrontare questa storia come è lungo racconto delle esperienze di Karim, in ordine cronologico, ma l’attenzione è sempre puntata sul suo cambiamento partendo da Senigallia per arrivare fino ad oggi. Il cambiamento è ancora in atto, non a caso oggi Karim dice: “sono stato un rivoluzionario, un combattente, oggi sono un reduce, chi sono?”.

 In “Oltre il confine” come anche nell’altro tuo bellissimo podcast “Linee d’ombra”, il racconto è sempre arricchito da musiche bellissime, canzoni che cadono a pennello, è una tua scelta?

Per i documenti sonori devo ringraziare Luca Micheli che cura anche tutte le musiche originali, sound design e ha firmato anche la regia.

Il prossimo 13 dicembre sarai ospite di Lucia, il Festival in streaming radio dagli spazi di Manifattura Tabacchi che celebra l’arte del racconto senza immagini, un evento radiofonico online che ospiterà live talk, digital masterclass, sessioni guidate di ascolto, narrazioni sonore, podcast e produzioni radio da tutto il mondo. Ilaria Gadenz e Carola Haupt, organizzatrici del Festival, hanno detto che: “Dopo mesi in cui ci siamo aggrappati alla voce per non perdere il mondo esterno e quello degli affetti, ci sembra necessario ribadire l’importanza dell’ascolto come spazio di relazione e di costruzione di senso”. In effetti anche le tue sono racconti senza immagini quindi tu che ne pensi? Sei d’accordo con loro?

Assolutamente d’accordo. Io ho un legame personale con Ilaria che è la moglie di Tiziano Bonini, figura a cui sono molto legato perché abbiamo iniziato insieme questo lavoro alla radio. Tutto ciò che ho imparato sul racconto delle storie alla radio, l’ho imparato grazie e con lui. Il racconto a voce di immagini senza immagini, ti mette in condizione di ascoltarlo davvero perché permette il lusso di prendersi del tempo nella costruzione del racconto e di dargli profondità. Con il podcast posso prendermi più tempo, pusso approfondire più che con altri mezzi perché so che chi sta ascoltando ha deciso di farlo, di dedicare parte del suo tempo per questo, e non lo farà distrattamente. Il podcast quindi è un mezzo fantastico ed è ancora poco conosciuto, soprattutto in questo paese; anche per questo è importante una manifestazione come LUCIA.

Per il programma completo di LUCIA potete consultare la pagina: https://www.manifatturatabacchi.com/eventi/lucia-la-radio-al-cinema-2/

Share.

About Author

Sono nata in un caldissimo agosto del 1991 a Firenze e mi sono innamorata dell’arte da bambina, guardando un poster di Mirò appeso nel mio salotto. Da allora non ho mai perso questa passione che mi ha portato a laurearmi in Arte Contemporanea prima e poi in Critica d’arte affascinata sempre di più dall’idea che l’arte sia un linguaggio tanto universale quanto soggettivo, capace più di ogni altro di raccontare il nostro tempo