La Battaglia di Firenze per la Liberazione della città
Nel maggio del 1938 Firenze accolse la visita ufficiale di Adolf Hitler. Il percorso tra gli Uffizi, Palazzo Pitti e il centro storico fu affidato allo storico dell’arte Ranuccio Bianchi Bandinelli, che nelle sue memorie avrebbe raccontato di aver pensato di uccidere entrambi i dittatori, Hitler e Mussolini, durante il tragitto. Non lo fece.
Quel gesto mancato, oggi, è un punto di partenza utile: mostra una città che, già prima della guerra, viveva una tensione sotterranea tra adesione formale al regime e opposizioni individuali, spesso silenziose. Sei anni dopo, su quelle stesse strade, Firenze sarebbe diventata un vero e proprio campo di battaglia.
L’8 settembre 1943 l’annuncio dell’armistizio colse la città impreparata. L’11 settembre le truppe tedesche entrarono a Firenze e ne assunsero il controllo. La presenza militare si consolidò rapidamente: posti di blocco, requisizioni, arresti mirati. Il 25 settembre la prima incursione aerea alleata colpì la stazione di Campo di Marte, segnando l’inizio di una fase in cui la città si trovò stretta tra occupazione e bombardamenti.
Raccontare l’azione fiorentina di civili e partigiani – spesso provenienti da esperienze politiche molto diverse – non è semplice. Per restituire la complessità di quei mesi, proponiamo un itinerario narrativo attraverso i luoghi-simbolo e alcune fra le figure più rappresentative di questa impresa collettiva. Seguiremo le fasi‑chiave della liberazione partendo dall’Oltrarno, quartiere da cui i partigiani e le truppe alleate diedero inizio alla dura “Battaglia di Firenze”, destinata a liberare la città dopo quasi dodici mesi di estenuante occupazione nazi‑fascista.
Per cominciare, quindi, torniamo ai primi giorni di agosto del 1944, quando le due parti in guerra si preparavano allo scontro per Firenze. Sapendo dell’imminente arrivo delle truppe anglo‑americane, nella notte fra il 3 e il 4 agosto 1944 i tedeschi attuarono l’Operazione Feuerzauber (“Incantesimo di Fuoco”), con cui fecero saltare tutti i ponti sull’Arno, ad eccezione del Ponte Vecchio. L’obiettivo era rallentare l’avanzata alleata e isolare i quartieri della città. Il 4 agosto, provenendo da via Senese, le truppe britanniche dell’VIII Armata entrarono a Firenze da Porta Romana.
Al seguito dei reparti coloniali avanzavano anche alcuni gruppi partigiani, fra cui la Divisione Garibaldi “Arno”, reduce dalle battaglie di Pian d’Albero e Cetica. Una volta entrata in città, la Divisione Arno si attestò in Oltrarno, impegnandosi nella ripulitura del quartiere dai cecchini appostati sui palazzi. In questa prima zona del nostro itinerario si segnala Piazza Tasso, teatro della strage in cui perse la vita il piccolo Ivo Poli.
Quella del 17 luglio 1944 fu un’azione deliberata dei reparti fascisti della famigerata Banda Carità, che aprirono il fuoco contro un gruppo di civili seduti sulle panchine a godersi un po’ di fresco serale. Morirono cinque persone, tra cui il dodicenne a cui oggi è dedicata l’area giochi del parco.
L’episodio segnò profondamente l’Oltrarno: nei giorni successivi molte famiglie offrirono rifugio ai partigiani e la piazza divenne uno dei simboli della violenza indiscriminata esercitata dai reparti collaborazionisti negli ultimi giorni dell’occupazione. A seguito dell’ingresso in città, i collegamenti fra le due sponde dell’Arno furono garantiti grazie alla coraggiosa impresa di due partigiani, Enrico Fischer e Orazio Barbieri, che nella notte del 5 agosto – con la complicità dei vigili urbani – attraversarono il Corridoio Vasariano per ristabilire il contatto telefonico con il Comitato Toscano di Liberazione Nazionale e coordinarsi con gli Alleati e con i partigiani dell’Oltrarno, impegnati ancora contro i franchi tiratori.
Nei giorni successivi gli scontri furono continui e particolarmente violenti. Alleati e partigiani ripulirono il quartiere dai franchi tiratori e diedero assistenza a più di 5.000 rifugiati, che occupavano Palazzo Pitti da quando i tedeschi avevano fatto saltare l’intera area di via Guicciardini per rallentare l’avanzata nemica. Con la liberazione della sponda sinistra del fiume, facilitata dall’audacia delle bande partigiane, il CTLN poté finalmente proclamare l’Insurrezione Generale. Così, alle sei del mattino dell’11 agosto, risuonò la “Martellina” di Palazzo Vecchio, segnale convenuto per dare avvio alla rivolta.

Alleati e partigiani riuscirono a superare l’Arno e ad attestarsi in centro. Il CTLN, presieduto da Carlo Ludovico Ragghianti, proclamò il governo provvisorio a Palazzo Medici Riccardi, riconosciuto poco dopo anche dalle forze alleate: fu il primo caso, durante la guerra di liberazione italiana, di un governo civile riconosciuto in una città ancora in parte contesa. La prima iniziativa del neo costituito governo fu la creazione di un organo di stampa improvvisato, La Nazione del Popolo, stampato alla luce delle candele grazie al motore di una vecchia Fiat 508 Balilla.
Nelle immediate vicinanze non mancano luoghi significativi. In piazza Duomo, ad esempio, l’arcivescovo Elia Dalla Costa si era distinto già nel ’38, in occasione della visita di Hitler, quando lasciò chiuse le finestre del palazzo arcivescovile affinché non si venerassero “altre croci che non quella di Cristo”. Poco distante, poi, troviamo lo storico Caffè Paszkowski di piazza della Repubblica, dove l’8 febbraio 1944 Tosca Bucarelli e Antonio Ignesti avevano tentato di collocare una bomba contro gli ufficiali nazi‑fascisti che frequentavano la birreria. Fu uno dei tentativi più audaci dei GAP.
Tosca e Antonio erano entrati nel locale, ma si erano resi conto di essere stati individuati. Rallentata dal tentativo di occultare l’ordigno in borsa, la ragazza era stata catturata e portata a Villa Triste, dove avrebbe subito torture indicibili a opera della Banda Carità. A seguito del superamento dell’Arno, il fronte cittadino si assestò lungo il Mugnone. Dalle Cascine alle Cure i tedeschi difesero strenuamente le proprie posizioni, mentre i gruppi partigiani, ormai coordinati, agivano in tutta la città. Procedendo dal centro verso est, si raggiunge Campo di Marte passando per via della Colonna e piazza d’Azeglio, zona che conserva molte testimonianze dell’occupazione e della lotta clandestina.
Qui si concentrava una parte importante della comunità ebraica fiorentina, già colpita dalle prime deportazioni a partire dal 30 settembre 1943, nonostante gli sforzi del Comitato Ebraico‑Cristiano e della Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei. Al binario 16 della stazione Santa Maria Novella si legge ancora una targa in memoria dei 300 ebrei che da qui sarebbero stati deportati ad Auschwitz il 6 novembre 1943. Ne sarebbero tornati solo 15. Piazza d’Azeglio fu anche l’ultima sede clandestina di Radio CORA, smantellata il 7 giugno 1944 dopo una delazione.
Creata dal Partito d’Azione e gestita da membri del Servizio Informazioni “i”, la radio aveva permesso di mantenere contatti clandestini con la Resistenza e con gli Alleati fin dai primi mesi del ’44. Gli operatori della radio clandestina sono ricordati in un monumento nella piazza e in una targa nella vicina Palazzina dei Servi. Nello stesso quartiere non mancarono azioni coronate da successo. Come la straordinaria impresa dei GAP che, il 9 luglio 1944, riuscirono a far evadere alcune detenute da Santa Verdiana travestendosi da repubblichini. Elio Chianes e Bruno Fanciullacci, a capo dell’operazione, si erano intrufolati nel carcere e si erano fatti affidare sedici partigiane imprigionate, fra cui la stessa Tosca Bucarelli, appena sopravvissuta alle torture di Villa Triste.
La stazione di Campo di Marte, bersaglio dei bombardamenti alleati fin dal 25 settembre 1943, è uno dei luoghi più importanti della memoria cittadina. Fu anche teatro del drammatico episodio dei rastrellati del Quadraro, deportati a Firenze e lasciati chiusi in un vagone bestiame per tutta la notte, proprio mentre gli Alleati bombardavano i binari (nell’aprile 1944). Si trattava di un gruppo di abitanti dell’omonimo quartiere romano, catturati per renitenza alla leva, opposizione politica o azioni partigiane contro gli occupanti.
Muovendoci oltre la stazione, attraversando la passerella, ci inoltriamo nel quartiere di Campo di Marte, che nel corso dell’occupazione vide alcuni fra gli episodi più gravi della storia cittadina. Particolarmente cruenta, infatti, era stata l’esecuzione di alcuni giovani renitenti alla leva. La mattina del 22 marzo 1944, ai piedi dello stadio Artemio Franchi, un plotone aveva fucilato cinque ventenni, appartenenti a un gruppo precedentemente rastrellato a Vicchio del Mugello da un reparto della GNR fiorentina, coadiuvato da una pattuglia della Ettore Muti e da alcune unità tedesche.
L’evento, traumatico per l’intero quartiere, aveva innescato una febbrile attività clandestina che, a seguito dell’insurrezione generale, si sarebbe trasformata in guerra aperta. Camminando in direzione delle Cure incontriamo via Pacinotti, all’imbocco di Ponte al Pino: qui, nell’agosto del ’44, si distinsero i quattro partigiani che caddero in difesa del ponte. Fra loro si segnala il dottor Guido Horloch, medico partigiano che decise di comunicare con l’altro lato del ponte nonostante il rischio concreto di essere colpito. Al ritorno dal Comando della IV zona partigiana, dove aveva ricevuto rassicurazioni sull’imminente arrivo dei rinforzi, Horloch venne colpito e morì di lì a poco.
I caduti di via Pacinotti sono ricordati in una targa, all’angolo con Viale dei Mille. Andando dalle Cure verso lo Statuto si incontrano altri importanti luoghi di scontro lungo il Mugnone. Prima di tutto, però, dobbiamo segnalare la presenza di Villa Triste, centro della repressione fascista a Firenze: nelle stanze di via Bolognese la Banda Carità torturava e uccideva partigiani, ebrei e civili sospettati di collaborare con la Resistenza. La banda, guidata da Mario Carità, agiva con totale autonomia e brutalità, diventando il simbolo più feroce della violenza repubblichina negli ultimi mesi dell’occupazione.

Tra i caduti lungo il Mugnone si ricorda anche Ettore Gamondi, direttore delle Officine Galileo. Dal momento che ci stiamo avvicinando al Ponte alle Mosse e al luogo degli scontri finali, conviene fare un’ultima breve digressione su un episodio importantissimo, che parte proprio dalle Officine Galileo e riguarda buona parte dell’intera città: lo sciopero generale dell’11 marzo 1944 contro le forze occupanti.
L’evento fu talmente maestoso da indurre Hitler stesso a emanare un ordine diretto contro chi vi era coinvolto: in quella che fu la più vasta protesta operaia dell’Europa occupata, si fermarono le Officine Galileo, il Pignone, la Manifattura Tabacchi e decine di altre fabbriche (comprese quelle di Prato, all’epoca in provincia di Firenze). Operai e operaie si rifiutavano di lavorare per la macchina bellica tedesca, ma la reazione fu durissima.
Alla stazione Santa Maria Novella, infatti, troviamo un’altra targa, questa volta al binario 6, che ricorda il triste destino di migliaia di scioperanti: il terribile campo di concentramento di Mauthausen. Una volta superato il Mugnone si raggiunge l’ultima zona della città a essere stata liberata, dopo due settimane di scontri serrati fra partigiani, fascisti, tedeschi e franchi tiratori. In questa fase fu determinante l’azione dei partigiani del cosiddetto Casone dei Ferrovieri (fra Via Mercadante, Rinuccini, Petrella e Ponchielli), che divenne un punto strategico durante gli ultimi giorni della battaglia.
I ferrovieri, molti dei quali già attivi nella Resistenza, organizzarono posti di osservazione, staffette e punti di soccorso che permisero al resto dei partigiani di contare su una base sicura, resa quasi inespugnabile dalle possenti mura. I tedeschi, ormai consapevoli dell’imminente sconfitta, arretrarono ancora, ma non senza combattere. Il 20 agosto la Divisione Giustizia e Libertà avanzò lungo via Vittorio Emanuele II, costringendo i tedeschi a un ultimo assalto di paracadutisti dalla stazione di Rifredi. Nei successivi due giorni, l’artiglieria tedesca continuò a bersagliare il centro città da piazza Dalmazia, mentre gli scontri proseguivano anche al Ponte di Mezzo e in via Bolognese.
L’ultimo avamposto difeso fu quello di Careggi, dove medici e infermieri operarono anche come partigiani sotto mentite spoglie, rifugiandosi nel cosiddetto Lazzeretto (dove i tedeschi evitavano di entrare). L’ospedale era circondato da postazioni tedesche, fra cui una con due mitragliatrici pesanti e un’altra con sedici uomini al cancello principale. Uscire con il camice bianco, pur rischioso, fu una tattica usata anche da chi non era medico per recuperare viveri per i 1500 degenti e i numerosi rifugiati.
Celebre l’episodio dell’uomo che, fingendosi medico, riuscì a introdurre nell’ospedale un maiale morto per i bombardamenti, trasportato su una lettiga da finti infermieri. Attraverso il sistema fognario era inoltre possibile raggiungere piazza Dalmazia dal reparto di Ostetricia: il 24 agosto, scoperto il passaggio, i tedeschi fucilarono Ugo Ferri e Gino Coli nella scuola‑convitto di Villa Pepi. Dopo due gravi cannoneggiamenti, Careggi fu liberata all’alba del 31 agosto 1944. Le truppe tedesche lasciarono Firenze e si ritirarono sulla Linea Gotica. La conclusione del nostro percorso ci porta alla Fortezza da Basso. Il 7 settembre 1944 il generale Edgar Erskine Hume, comandante della V Armata americana, organizzò una cerimonia per celebrare la liberazione della città.
I partigiani consegnarono le armi agli Alleati, ricevendo diplomi e attestati al valore militare firmati dal maresciallo Alexander, comandante supremo delle forze alleate nel Mediterraneo. Fu il primo riconoscimento ufficiale, insieme all’accettazione del governo provvisorio del CTLN, del ruolo strategico svolto dalla Resistenza nella liberazione nazionale. Già che ci troviamo alla Fortezza, concediamoci un’ultima riflessione sul Piazzale dei Caduti nei Lager, che ricorda la sorte degli IMI, i militari italiani internati dopo l’8 settembre. Impossibilitati a partecipare alla rinascita civile del Paese perché deportati nei campi di lavoro tedeschi, molti di loro, al ritorno, furono accolti con sospetto.
La loro vicenda rimane una delle pagine meno conosciute della storia fiorentina e nazionale: rappresenta la scelta di oltre 600.000 militari che dissero “no” alla Repubblica Sociale e pagarono con la deportazione. Piazzale Caduti nei Lager ne custodisce la memoria.
Raccontare la Resistenza fiorentina e i suoi luoghi può risultare complesso. Per questo è opportuno ricordare un ultimo spazio, prezioso per chiunque voglia approfondire questa storia intensa e dolorosa, ma certo necessaria: l’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età Contemporanea, in via Carducci 5/37, che conserva un patrimonio sterminato di libri, giornali e fonti primarie. Per non dimenticare mai e, soprattutto, per non ripetere gli abomini di quella guerra fratricida che travolse l’Italia intera, e Firenze in particolare.