Life at the border, un reportage di Nicolò Filippo Rosso
La guerra civile in Sudan ha innescato una delle più grandi crisi di rifugiati al mondo. Milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case e fuggire nei Paesi confinanti in cerca di sicurezza. In Ciad, il fotografo Nicolò Filippo Rosso ha documentato le vite di persone colpite da violenza, fame e minacce di malattia a causa di questo conflitto dimenticato.
La guerra civile in Sudan trae origine da una transizione democratica fallita. Dall’aprile 2023, data di inizio dello scontro tra l’esercito regolare (SAF) e le milizie delle Forze di Supporto Rapido (RSF), il Paese africano è sprofondato in uno dei conflitti più brutali al mondo.
Giunta ormai alle soglie del suo quarto anno, la guerra ha scatenato un’ondata di disperazione: oltre 12 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case, vedendo vite sradicate e famiglie spezzate. Di queste, oltre 2 milioni hanno cercato rifugio oltre i confini nazionali per sfuggire a condizioni prossime alla carestia.
In particolare il Ciad – terra già afflitta da povertà estrema, insicurezza alimentare e tensioni interne – ha accolto più di 800.000 profughi sudanesi. In tale drammatico scenario, nel 2024, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha incaricato il fotografo Nicolò Filippo Rosso di documentare la risposta all’emergenza nel Ciad orientale, lungo il confine con il Darfur.
Viaggiando a più riprese in questa regione tra l’estate 2024 e la primavera 2025, Rosso ha acceso un faro su un conflitto spesso oscurato dai media, immortalando le vite di chi sopravvive tra violenza, fame e minacce di epidemie.

La maggior parte di questi profughi – in gran parte donne e bambini – ha attraversato quotidianamente in massa il confine di Adré, arrivando in condizioni di salute precarie e spesso con nient’altro che i vestiti indosso. Il sovraffollamento e le scarse condizioni igieniche ad Adré hanno scatenato una grave crisi sanitaria, con numerosi casi di Epatite E.
La stagione delle piogge (tra giugno e settembre) rappresenta un ulteriore aggravio, aumentando il rischio di malattie trasmissibili come il colera e ostacolando l’accesso agli aiuti umanitari.

La malnutrizione è una preoccupazione diffusa, specialmente tra i più piccoli. L’UNICEF ha riferito che quasi 4 milioni di bambini in Sudan soffrono di malnutrizione acuta e, all’interno di campi profughi come quello di Aboutengue in Ciad, la scarsità di budget ha costretto a una drastica riduzione delle razioni alimentari.
Al momento del reportage era stato ricevuto solo il 19% dei fondi necessari: un finanziamento terribilmente insufficiente per coprire i bisogni più elementari.

L’urgenza si scontra oggi con un’ulteriore, drammatica, barriera: il 23 febbraio il Ciad ha ufficialmente chiuso il confine orientale con il Sudan fino a data da destinarsi. La decisione è giunta in seguito a violenti scontri militari che hanno causato la morte di cinque soldati ciadiani dopo lo sconfinamento di miliziani delle RSF.
Questo sviluppo segna un punto di non ritorno: il conflitto non sta più solo consumando il Sudan dall’interno, ma sta travalicando i confini, trascinando il Ciad in una spirale di instabilità. Per chi fugge in cerca di salvezza, il confine può trasformarsi così in una trappola, rendendo la testimonianza non solo necessaria, ma un grido d’allarme per una catastrofe che rischia di restare sigillata e invisibile.

Al momento di questa pubblicazione ricorrono i tre anni esatti dall’inizio della guerra. Le Nazioni Unite, a fine 2025, hanno stimato almeno 150.000 morti e oltre 30 milioni di persone bisognose di aiuto; eppure, questo dramma è quasi assente dai circuiti d’informazione mainstream, polarizzati su Ucraina e Medio Oriente.
Com’è possibile questo silenzio su quella che è stata definita la peggiore crisi umanitaria del mondo?

Nicolò Filippo Rosso mi ricorda che lui non è un fotografo di guerra, bensì ha sempre lavorato sulle conseguenze dei conflitti, come le migrazioni o la crisi sanitaria.
«Quello che mi sento di dire osservando i nuovi scenari di guerra è l’innalzamento del livello della violenza. Il linguaggio genocidario, che è stato spinto contro i palestinesi, ha sfondato la barriera dell’inaccettabile. Vedendo che Israele l’ha fatta franca, le RSF, che stanno commettendo atrocità in Darfur, hanno iniziato ad adottare il solito sistema.
Allo stesso modo questo linguaggio ha permesso l’applicazione del nuovo paradigma a tutti gli altri conflitti, dalle tensioni tra India e Pakistan a quelle tra Thailandia e Myanmar. O ancora il trattamento degli immigrati da parte dell’amministrazione Trump. Se si disumanizza un gruppo di persone, allora non c’è più limite a quello che puoi fargli».
Le RSF utilizzano la stessa retorica di supremazia araba per colpire le popolazioni stanziali africane. «Le tribù arabe nomadi del Sahel, con l’aumento della desertificazione, si sono spinte verso il più fertile Darfur, ricco pure di minerali, tra cui l’oro. La recrudescenza dei cambiamenti climatici ha portato le popolazioni arabe a strappare il territorio delle tribù indigene locali».

Life at the Border è un reportage a colori, quindi ho chiesto al fotografo perché non ha usato il suo noto stile in bianco e nero, che lo ha caratterizzato in Exodus (vedi FUL #48) e nei più recenti lavori. «Quando sono arrivato in Ciad nel 2024 per me è stato un battesimo con l’Africa, non ci avevo mai lavorato perché la mia vita mi ha portato a passare un decennio in America Latina. Avevo un po’ di pudore nell’andare a fotografare l’Africa, ma una volta lì è scomparso e ho visto degli scenari che mi ricordavano le foto dei grandi reporter che mi hanno ispirato, da Sebastião Salgado a James Nachtwey.
Pur lavorando solitamente con un approccio fotografico “classico” – e usando il bianco e nero – ho sentito la necessità di rompere con la tradizione di fotografare l’Africa a uso e consumo degli occidentali. Volevo evitare di riprodurre certi schemi che hanno segnato il modo in cui noi guardiamo a questo continente e così ho usato il colore, benché rispetto al bianco e nero aggiunge distrazioni all’osservatore della foto.
Ma il lavoro fatto con il fotografo Valentino Bellini sul trattamento del colore ha cercato un linguaggio che raccontasse la tragedia e le crisi che ciclicamente si ripresentano continuativo del mio stile senza la ricerca di un’estetica fine a sé stessa. Sono quindi rimasto fedele al mio processo di riduzione dell’osservazione all’essenza».

In un mondo distratto da conflitti mediaticamente più “rumorosi”, il lavoro commissionato dall’UNHCR a Rosso è un atto di resistenza contro l’oblio dei media. Ci costringe a confrontarci con il vuoto del Sudan, trasformando l’invisibilità dei profughi in una presenza visiva ineludibile.
Foto: ©Nicolò Filippo Rosso
Nicolò Filippo Rosso (1985) è un pluripremiato fotografo documentarista che vive e lavora tra Italia, Colombia e Stati Uniti. Attraverso il suo obiettivo, racconta storie di comunità marginalizzate, crisi migratorie, conflitti e cambiamenti climatici. Il suo progetto Exodus, dedicato alla condizione dei migranti, ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti internazionali, tra cui il World Press Photo, il Getty Editorial Grant e l’Eugene Smith Fund Grant. Le sue opere sono pubblicate dalle più importanti testate globali e collabora regolarmente con Bloomberg News, TIME, Stern, Zeit e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR).
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