SPAZI AUTOGESTITI IN CITTÀ CHE RESISTONO
Sociale 17 Agosto 2026 7 min di lettura

SPAZI AUTOGESTITI IN CITTÀ CHE RESISTONO

Mentre in Italia si moltiplicano gli sgomberi, alla Polveriera e al NextEmerson gli spazi autogestiti di Firenze restano vivi, aperti a chiunque passi.

centri sociali a Firenze

SPAZI AUTOGESTITI IN CITTÀ CHE RESISTONO

Mentre qualcuno prova le basi musicali in vista di un evento serale e qualcun altro chiacchiera al bancone del piccolo bar allestito con locandine e foto vecchie, arriva un ragazzo che chiede se è lì la palestra popolare del quartiere. Al centro sociale non c’era mai stato prima, ma un amico lo aveva invitato.

Un passaparola, un momento di socialità spiccia, e un luogo che si apre a chiunque. Il CSA NextEmerson è un posto vivo e vibrante. Si trova nella zona nord di Firenze, dove è sempre stato dal 1989, l’anno della prima occupazione.

centri sociali a Firenze
CSA NextEmerson

Dall’agosto 2025 i centri sociali fanno parte quotidianamente della discussione mediatica e politica: prima lo sgombero a Milano del Leoncavallo, poi a dicembre lo sgombero dell’Askatasuna a Torino, poi quello dello ZK Squat a Ostia, a gennaio 2026. Infine Spin Time a Roma questa estate.

Il programma politico del governo attuale, ostile ai centri sociali da sempre, è chiaro: bisogna liberare questi spazi occupati per ripristinare legalità e sicurezza. E c’è una stretta repressiva, regolamentata dal nuovo “Pacchetto sicurezza” (un decreto e un disegno di legge), che minaccia chi questi spazi li frequenta e insieme il dissenso e la libertà di manifestare.

Nati tra gli anni Settanta e Ottanta, dal basso, autogestiti, costruiti da lavoratori, lavoratrici, studenti, studentesse, i centri sociali sono luoghi di denuncia e contestazione sociopolitica, di partecipazione e attivismo nei quartieri – spesso periferici – in cui si trovano, di espressione controculturale fatta di linguaggi artistici alternativi.

centri sociali a Firenze
la Polveriera

Anche Firenze, in quella stagione, è attraversata dalla lotta giovanile. La ricercatrice Marvi Maggio, esperta di storia urbana fiorentina, parla di una lunga tradizione «di resistenza al fascismo, di lotte sindacali e sociali». Qui i primi centri sociali nascono tra il 1986 e 1989: sono l’Indiano, il CPA di Firenze sud, il CSA Emerson (poi NextEmerson).

Ne seguono altri negli anni successivi, sia nel centro storico che in periferia. Oggi uno dei più recenti e grandi è la Polveriera, nel quartiere di San Lorenzo. L’Emerson si chiamava così perché: «La prima occupazione è avvenuta in una fabbrica di elettrodomestici, a Novoli.

C’è proprio un legame territoriale con la parte nord della città». Matteo (nome di fantasia), attivista del centro sociale, a quella prima occupazione era presente. In quel periodo c’era una sentita partecipazione giovanile, di lavoratori e studenti della zona, nella lotta ambientale contro gli inceneritori. «Era iniziato un dialogo con gli ex-dipendenti della fabbrica, uno dei primi casi fiorentini di organizzazione proletaria dal basso.

la Polveriera

Mi ricordo la grossa scritta Il sindacato ha tradito le lotte dei lavoratori.» Racconta di come, a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, «Firenze finiva per perdere quello che aveva di industriale e si muoveva “verso la monocultura del turismo”»: inizia il processo di gentrificazione, che porta a una desocializzazione, e contemporaneamente, c’è un trasferimento del distretto industriale dalla zona nord verso la piana.

Quindi molti edifici «rimangono contenitori vuoti». La nascita dell’Emerson risponde alla necessità di riappropriarsi di quegli spazi ed è anche una forma di denuncia, «si è fatta la scelta di occupare sempre posti su cui incombeva la speculazione edilizia: ex-fabbriche abbastanza grandi con uso industriale, chiuse in seguito a fallimenti e licenziamenti, ma anche grosse lotte».

Anche nella storia della Polveriera la riappropriazione di uno spazio è centrale.

L’occupazione, però, nasce da un movimento esclusivamente studentesco. Il centro sociale si trova nel chiostro del complesso dell’ex-convento di Sant’Apollonia, proprietà della Regione Toscana, non distante dalle Cappelle Medicee.

Nasce il 23 maggio 2014, è «figlio di un’occupazione fatta da un’unione di collettivi universitari e studenteschi di materie umanistiche» spiega Andrea (nome di fantasia), in un clima di fermento universitario e rinnovamento dal basso, che tra il 2012 e il 2014 porta anche a delle occupazioni in Via del Leone e a Mondeggi.

centri sociali a Firenze
la Polveriera

I graffiti in greco che si vedono ancora sui muri del piano terra dell’area occupata testimoniano una «bella convergenza di vari movimenti studenteschi, soprattutto esteri» che negli anni Settanta, scappando dai regimi autoritari, «qui avevano trovato un punto di aggregazione». Il plesso è sempre stato interessato da questioni studentesche ed è tutt’oggi vincolato a un uso studentesco, ma al momento dell’occupazione nel 2014 era abbandonato da 15 anni.

Oltre a voler avere un posto in cui concentrare le forze dei vari collettivi universitari, chi occupava voleva far rinascere un bene comune, «spazi che altrimenti sarebbero solo “polverosi”», per restituirlo alla comunità (studentesca e non), con iniziative sociali e culturali.

Così, raccontano, «da subito c’era stato l’intento di fare un lavoro d’insieme tra il collettivo e istituzioni affinché il plesso avesse anche una certa salubrità e vivibilità». Andrea sottolinea anche un altro fatto importante: «Polveriera è stata per anni l’occhio su Afrin: la questione del Kurdistan qui si è espressa in maniera enorme». Dopo tre sgomberi e quattro occupazioni, il CSA NextEmerson dal 2006 è a Castello, in una fabbrica di attività meccaniche per le ferrovie, dismessa e in stato di curatela fallimentare.

Nello stabile, molto grande, ci sono una palestra, uno skate park, una biblioteca, una sala di registrazione, una per il tango, due spazi per i concerti. A ogni nuova occupazione «abbiamo sempre portato tutto con noi, dal punto di vista aggregativo, delle iniziative, delle attività».

CSA NextEmerson

Ad oggi, lo spazio autogestito della Polveriera non è mai stato sgomberato, ma di un ipotetico sgombero si discute molto dallo scorso anno, perché nel complesso di Sant’Apollonia entro il 2026 dovrebbe iniziare un progetto di ristrutturazione con un fondo di 5 milioni di euro.

Chi partecipa all’assemblea chiede che la riqualificazione rispetti e valorizzi il diritto allo studio e difendono l’esperienza sociale costruita negli anni. Il dialogo con l’amministrazione comunale (che, al gennaio 2026, ha negato il rischio di sgombero) e regionale è ancora in corso.

Per Matteo, del NextEmerson, «il centro sociale si è evoluto adeguandosi alle minacce attuali». Dalle lotte ambientali e contro l’eroina dei primi anni, si è passati alla questione globalizzazione e movimenti No Global, e dopo si è immessa la questione immigrazione.

Oggi c’è la resistenza al fascismo dilagante. Nel frattempo, trasversalmente, resta la lotta alla turistificazione, tanto politica quanto culturale. La chiusura o la privatizzazione di molti spazi di socialità hanno fatto aumentare il costo della vita culturale e nei centri sociali, come l’Emerson, come la Polveriera, come molti altri, le pratiche artistiche e culturali sono accessibili e gratuite, tentano di sfuggire alla mercificazione e l’espressione artistica è libera e non controllata.

«E questo è un discorso culturale, ma è anche assolutamente politico».

Centri sociali a Firenze
CSA NextEmerson

In questi spazi sociali autogestiti la partecipazione giovanile c’è ancora, è cruciale, ma è cambiata, forse più timorosa, complice l’attuale atteggiamento politico repressivo. Ed è un discorso complesso. «Adesso, pensare che collettivi di universitari e di studenti medi abbiano occupato in due-tre anni tre plessi sembra un passato lontano che apparentemente non c’è più». Prima c’era più fiducia, dicono.

Secondo qualcuno oggi c’è più disinformazione. Una soluzione può essere affrontare ciò che è fattuale, quindi «parlare della repressione». C’è chi sostiene sia necessario cambiare i metodi comunicativi.

Qualcun altro conclude che, nonostante l’attuale stato di cose, «bisogna attivarsi lo stesso», perché, in questi luoghi, come in qualunque altro spazio partecipato, una piazza, una manifestazione, alla paura vede «un antidoto». 

Articolo a cura di Rosanna Anselmi.

Le foto della Polveriera sono di Júlia Sabatés Gil

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