A caccia di “lucciole”: i retroscena dell’intervista

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© Sandro Bini

Trovare una prostituta che rilasci un’intervista è cosa più facile a dirsi che a farsi. Per incontrarne una che risponda alle nostre domande, facciamo un primo, maldestro tentativo alle Cascine, romantica meta di cui tutti i fiorentini conoscono la nomea.
È un fresco mercoledì notte reso ancora più buio da una luna divorata dalle nuvole, costretta ad appaltare il suo compito ai lampioni, sotto il cui cono di luce si coprono e si scoprono donne meno impaurite di noi.
Accostiamo la macchina allo spicchio di marciapiede su cui “batte” una giovane ragazza dai severi lineamenti slavi e lei, quasi automaticamente, fa un paio di passi nella nostra direzione, piega la schiena e appoggia i gomiti sul finestrino abbassato. Chiede di cosa abbiamo bisogno con un’inflessione rigida e tagliente e quando le sveliamo il motivo che ci ha condotto da lei, non sgrana gli occhi né si stupisce più di tanto. Forse per stupire una donna come lei ci vorrebbero uno sforzo e un impegno maggiore, e probabilmente non basterebbero ancora. Passano una manciata di secondi, e dallo specchietto retrovisore si intravvede una macchina che inizia a lampeggiare. Il fascio di luce ci attraversa tre o quattro volte, quando la giovane prostituta, con occhi dolci, ci consiglia di andarcene. Sarebbe sicuramente più facile ottenere un’appendicectomia con un collo di bottiglia rotta che un’intervista. Meglio provare un’altra strategia.
Decidiamo quindi di tentare con un nostro amico avvocato. Tra preghiere e qualche ingiuria riusciamo a convincerlo a parlare con una cliente del suo studio. Dopo un paio di giorni di attesa, l’avvocato ci comunica che una sua assistita ha accettato di incontrarci, ma ci avverte che la donna è molto schiva. In passato ha partecipato in qualità di testimone al processo contro un’organizzazione internazionale che operava nel campo dello sfruttamento della prostituzione.
Il giorno dell’appuntamento, la donna arriva allo studio legale con quindici minuti di ritardo, come da manuale della perfetta femme fatale: né troppi da spazientirci, né troppo pochi per farsi desiderare. Il suo aspetto non contraddice le nostre aspettative: prorompenti curve imprigionate in un elegante tubino nero e tacchi alti per incentivarle ulteriormente, capelli biondi pettinati con cura maniacale e occhiali da sole a schermare i lineamenti del volto. Si siede e si sfila quella che insospettabilmente si rivela essere una parrucca, rivelando una chioma di capelli castani raccolti in uno chignon scomposto. Si toglie anche gli occhiali da sole e subito si trasforma da protagonista di un film poliziesco anni ‘50 a semplice donna dagli occhi d’argento. Si schiarisce la voce e ci dice subito di non sentirsi obbligata a rispondere a tutte le domande che le stiamo per rivolgerle.
Ticchetta sul tavolo con le unghie smaltate di rosso, evidente segno di impazienza, mentre chiede al legale se ha qualcosa da bere da offrirle. Saranno al massimo passate sei ore dal sorgere del sole e probabilmente la donna dagli occhi d’argento di semplice non ha proprio niente, neanche la routine mattutina. Un pensiero nato spontaneamente, probabilmente indotto dalla situazione. Infatti, l’avvocato le porta una bottiglietta d’acqua minerale che la donna si affretta ad aprire. Così, cominciamo la nostra intervista…

Jacopo Aiazzi

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