Alexander Langer 30 anni dalla morte

L’ultimo sussurro di Alexander Langer

Costruttore di ponti, saltatore di muri, esploratore di frontiera. Alexander Langer è stato tra i più grandi politici della storia di questo Paese. Le sue parole valgono oggi più di quanto valessero ieri. Le sue idee, se le volessimo raccogliere, cambierebbero il mondo. A trent’anni dalla sua morte a Firenze, FUL ricorda l’ambientalista che si spese per il dialogo e la pace in Europa.


Pian dei Giullari, distesa collinare di Firenze, 3 luglio 1995. Sotto un albero di albicocche, trema, al caldo vento estivo, l’ombra di un uomo che ha deciso di andarsene. Vicino al suo corpo senza vita, strangolato da un dolore indomabile, tre messaggi, tre sospiri d’addio. In punto di morte Alexander Langer (1946-1995), decide di fare ciò che ha fatto per tutta la sua vita, parlare con la penna in italiano e in tedesco. Due brevissime lettere in italiano alla moglie Valeria Malcontenti, una, in tedesco, rivolta agli amici di sempre. 

Kommt her zu mir, alle, die ihr mühselig und beladen seid” (Matthäus 11,28). Si tratta di un suggestivo passo del Vangelo di Matteo, in cui il Signore chiama a sé le anime stanche e oppresse, straziate da un peso insostenibile, in cerca di pace e di salvezza. Così doveva sentirsi Alex nei suoi ultimi giorni, trascorsi proprio nella nostra città.

L’estate del 1995 è rovente e infame, insanguinata dalle feroci notizie che arrivano dalla Jugoslavia, pochi giorni dopo la morte di Alex, si consuma un episodio chiave nella guerra dei Balcani: l’Operazione Tempesta. L’offensiva militare condotta da forze croate e dell’esercito bosniaco contro le truppe serbo-bosniache, provoca lo spostamento di circa 200.000 serbi, lasciando una scia di morte e dolore. Nei suoi ultimi anni di vita, Langer era profondamente turbato, quasi ossessionato dalla follia del crudo conflitto balcanico. Dopo la strage di Tuzla, dove persero la vita 71 giovani, e poco prima del massacro di Srebrenica, Langer, pur essendo un baluardo storico del movimento anti-guerra, arrivò addirittura a chiedere un intervento armato internazionale per fermare le atrocità.

Vedremo quanto questo dettaglio risuoni come un gesto disperato di uno dei personaggi più importanti del panorama del pacifismo italiano e internazionale della storia. Questa posizione causò un isolamento tremendo per Alex, allontanato dai suoi compagni di lotta. Soffriva di asma e depressione, serpi che si annidavano intorno alla sua crescente sensazione di impotenza di fronte agli eventi: un’anima stanca e oppressa che non ne poteva più di combattere il male oscuro. E chissà se per uno scherzo del destino o per un piano studiato negli ultimi tempi di delirio, decise di andarsene proprio nello stesso giorno in cui, anni prima, morì suo padre.

La morte di Langer fu un duro colpo per il movimento ecologista e pacifista europeo, ma il suo impegno e i suoi ideali resistono e continuano a ispirare, ancora oggi. In quel messaggio rivolto agli amici, ritrovato sotto l’albicocco, Alexander Langer, dopo il passo del Vangelo, scrisse: “I pesi mi sono diventati davvero insostenibili, non ce la faccio più. Vi prego di perdonarmi tutti anche per questa dipartita. Un grazie a coloro che mi hanno aiutato ad andare avanti. Non rimane da parte mia alcuna amarezza nei confronti di coloro che hanno aggravato i miei problemi. Anche nell’accettare questo invito mi manca la forza. Così me ne vado più disperato che mai. Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto”.

Una sofferenza profonda che non intaccò il suo impegno per la giustizia, neppure nell’ultimo atto del dramma della sua vita. Ho deciso di raccontare la storia di Alex non come un epitaffio, ma come un romanzo d’appendice, in capitoli brevi ed incisivi, una storia di dolcezza e rabbia, di studi e azione, di idee e lotta, di forza e debolezza.

Il ragazzo di Vipiteno

Vipiteno, Alto Adige, uno dei comuni più a nord della penisola italiana, inverno 1956, la neve cade fitta come un sipario bianco, copre le case, i sogni e i silenzi. Un bambino cammina tra le case con i tetti a punta, un libro in mano e gli occhi pieni di domande. Si chiama Alexander, ma tutti lo chiamano Alex. Curioso, gentile, ostinato.

I primi ideali

A scuola Alex si sente spesso inadeguato, fuori posto, i suoi compagni parlano italiano o tedesco, lui riesce a pensare in entrambe le lingue e nel suo diario scrive: “Sono figlio di due mondi. Voglio imparare a farli parlare”.

La scelta della non violenza

Irrompe la carica degli anni Sessanta, Alex Langer conosce gli scritti di Gandhi e di Aldo Capitini, è subito amore e comincia l’azione. Nel 1968 si laurea in Giurisprudenza a Firenze, fonda gruppi di discussione, promuovendo incontri tra studenti, un giorno interviene per separare due coetanei che litigano: “Urlare è il primo passo verso il disastro. Sediamoci e parliamone”.

I viaggi e gli incontri

Inizia a osservare il mondo da vicino, soffre nei Kibbutz in Palestina ed Israele, scorre nelle vene aperte dell’America Latina, sostiene gli attivisti anti-apartheid in Sud Africa. Ogni incontro lo plasma e, come sempre, annota i suoi pensieri: “Se vuoi cambiare il mondo, devi prima ascoltarlo tutto”.

L’impegno ecologista

Scoccano gli anni Ottanta, Alex è tra i fondatori del movimento ecologista in Italia. Il “verde” per lui è più di un colore: è uno stile di vita, una visione. Si batte contro la diffusione del mostro nucleare, si schiera a favore dei diritti dei popoli oppressi, sogna e opera per una politica giusta e pulita.

Strasburgo e Roma

Da deputato europeo, cammina tra le aule del Parlamento con l’aria di chi cerca disperatamente di dare un senso alla politica. “La burocrazia uccide l’anima se non c’è passione”. Porta con sé la forza della minoranza, quella che non urla, ma costruisce.

Il viaggio a Lampedusa

Nel 1992 vuole vedere coi propri occhi ciò che accadeva ai migranti nell’isola dell’abbandono. A Lampedusa siede con i pescatori, parla con i volontari, prende appunti sotto il sole cocente.

«Da dove venite?» chiede a un ragazzo eritreo.

«Dal buio. Speriamo nella luce.»

Alex, che si fa tradurre ogni singola parola, sentenzia: “I confini non sono linee, ma ferite. E ogni migrante è un punto interrogativo che bussa alla nostra coscienza”.

I dubbi e la stanchezza

Il tempo è inesorabile, nemico di Alex, comincia a fargli sentire il peso della fatica. “C’è un limite alla resistenza dell’anima. Ma se molliamo noi, chi resterà?”.

L’ultima battaglia

Nel 1995, accetta di candidarsi come presidente della futura Confederazione dei Verdi Europei. È stremato ma sente che c’è ancora un ultimo compito da compiere. Si confida a un amico: “Se ci sarà anche una sola persona pronta ad ascoltare, allora so che ne varrà la pena”.

Il ritorno a Vipiteno

Pochi mesi prima di morire, Langer torna a casa. A Vipiteno cammina nei boschi della sua infanzia, respira gli odori della sua terra, percorre le vie del l’antico borgo medievale, poi si siede su una panchina, di fronte a lui il vecchio campanile, un signore anziano si avvicina, lo riconosce. «Tu sei quello del Parlamento, vero? Ma che ci fai qui?»

Alex sorrise: «Cerco le radici. Perché senza quelle, anche il più bel ponte crolla».

L’albicocco: il silenzio a Firenze

Lunedì 3 luglio 1995, dopo ore di ricerche in tutta Firenze, la polizia individua la sua vecchia Fiat Uno bianca, targata Bolzano, parcheggiata sul ciglio di una strada al Pian dei Giullari, a un km dalla casa dove Alex abitava con la moglie. Tra ulivi e cipressi secolari, il corpo senza vita dell’europarlamentare dei Verdi è impiccato ai rami di un albicocco. Decide di lasciare un mondo in subbuglio in uno spicchio di terra dolce e muto. 

Le lettere mai spedite

Frugando disperati tra le carte lasciate da Alex, gli amici trovano una serie di lettere mai inviate. Una di queste, datata 1993, era indirizzata a Václav Havel, politico, drammaturgo, saggista, poeta, primo presidente della Cecoslovacchia democratica: “Caro Presidente, dei nostri dialoghi mi resta un’impressione viva: quella che anche nella politica si possa camminare con passo leggero, senza dover calpestare nessuno. Vedo in lei un poeta diventato statista; io, forse, sarò uno statista rimasto poeta”.

E poi altre parole a effetto, delle sue, per Etty Hillesum, scrittrice olandese ebrea, spirito nobile, sprofondata nell’inferno di Auschwitz nel 1943: “Cara Etty, leggendoti, ho capito che la cura più grande non è salvare se stessi, ma continuare a credere che l’umano valga sempre. Anch’io, come te, porto uno zaino leggero e un’anima stanca, ma aperta”.

Il sogno della scuola del dialogo

Per tutta la vita ha custodito sotto il braccio il disegno di un progetto: una scuola non fatta di banchi, ma di cerchi in cui sedersi, raccontarsi, ascoltare. La chiamava “La scuola del dialogo profondo”. «Impariamo a litigare senza farci la guerra» diceva spesso. «E ad ascoltare anche chi ci spaventa.»

Stende una bozza del suo sogno e scrive: “Il dialogo è il linguaggio dell’anima. Dove finisce il dialogo, cominciano le armi”.

L’eco di un sussurro

A trent’anni dalla sua scomparsa, gli scritti di Alexander Langer, politico, saggista, giornalista, ambientalista, pacifista, statista rimasto poeta, oggi circolano ancora tra le mani di chi sogna un’Europa non solo unita, ma umana. C’è un messaggio che rimbomba più di tutti, nei giorni successivi alla sua morte, quando centinaia di migliaia di attivisti, ecologisti, sognatori, lanciano un pensiero a un maestro che ci lasciava. Una ragazza, una studentessa di Scienze Politiche di Napoli che decise di non firmarsi, scrisse: “Vorrei avere il tuo coraggio Alex, parlare piano facendo un rumore pazzesco, lasciando ogni volta il segno”.

Trent’anni dopo ci accorgiamo che forse Alexander Langer non è mai andato via da Firenze, né dal mondo, vive ogni volta che scegliamo la gentilezza. “Non siate tristi, continuate in ciò che è giusto”, sono le  sue ultime parole.

Foto cover: Comitato Intercolturale Alexander Langer in Yerevan

Illustrazione: Augusto Titoni