Alpesh Chauhan e Pablo Ferrández: due millennial alla conquista della Classica

0

Venerdì 12 novembre al Teatro Verdi di Firenze un programma fra Classicismo, Novecento e contemporaneo: l’ultima commissione dedicata a Dante, il “Concerto per violoncello” di Edward Elgar e la “Quarta Sinfonia” di Brahms.

Due assi dalla carriera in continua ascesa, due millennial della musica classica: il direttore Alpesh Chauhan e il violoncellista Pablo Ferrández, debuttano insieme nel Cartellone dell’ORT, venerdì 12 novembre ore 21.00. Il concerto si apre con la prima esecuzione del terzo e ultimo brano dedicato a Dante, commissionato dalla Fondazione ORT ad Alberto Cara. Compositore trevigiano, si dice estraneo a ogni intellettualismo, prediligendo all’avanguardia la componente espressiva e comunicativa della musica: e lo si intuisce già dal titolo della sua composizione Forse semilia miglia di lontano.

Sul podio Alpesh Chauhan, nato a Bimingham in una famiglia numerosa dove si intrecciano radici africane e indiane. La sua è la storia di un enfant prodige, che si avvicina al violoncello e scopre la musica classica di cui nulla sapeva, cresciuto a chapata e Bollywood, per i suoi genitori la classica era qualcosa di strano e disdicevole. “Per convincerli avevo un solo strumento: mostrargli i video su YouTube di Zubin Mehta. Un indiano che con quella musica era diventato uno degli artisti più celebri al mondo.” Con una carriera in forte ascesa – oggi direttore musicale della  Birmingham Opera Company, appena conclusasi nel 2020 l’esperienza triennale alla Toscanini di Parma come direttore principale – al fianco di direttori come Andris Nelsons e Simon Rattle, a cui prende ispirazione e osserva accuratamente, è attento a ogni dettaglio nello stile, nel gesto e nella ricerca di quel suono: “Essere giovane spesso è un ostacolo e la mancanza di esperienza va bilanciata con passione e studio. Questo è un mondo duro, se vuoi farcela devi impegnarti senza tregua”. È ambasciatore dell’ente filantropico inglese Awards for Young Musicians che supporta lo studio della musica a giovani provenienti da contesti svantaggiati.

Al contrario, il violoncellista Pablo Ferrández, nasce in una casa di musicisti a Madrid e non si separa mai dal suo violoncello, adesso – che si trova a collaborare con Daniele Gatti, Gustavo Dudamel e la violinista Anne-Sophie Mutter – può suonare uno Stradivari concessogli in comodato da una fondazione nipponica grazie al fatto di aver vinto uno dei pochi concorsi ancora capaci di lanciare una carriera, il Čajkovskij di Mosca, a cui si aggiunge la nomina di giovane artista dell’anno (premio ICMA 2016).

Insieme, Ferrández e Chauhan affrontano il Concerto per violoncello dell’inglese Edward Elgar, partitura scritta nel 1919 all’indomani di un intervento di tonsillectomia a cui fu sottoposto il compositore. Legata all’eredità di Brahms, è elegiaca, nostalgica, crepuscolare nel colore, ma anche memore di una certa imponenza vittoriana. Al solo Chahuan spetta invece l’ultima Sinfonia di Brahms, la Quarta, vetta del tardo romanticismo viennese intinta di malinconia e rimpianti, però costruita con una saldezza architettonica degna di Bach e dei maestri barocchi.

Firenze, Teatro Verdivenerdì 12 novembre 2021 ore 21:00

Alpesh Chauhan direttore | Pablo Ferrández violoncello | Orchestra della Toscana

  • Alberto Cara / Forse semilia miglia di lontano (2021) prima assoluta – commissione ORT
  • Edward Elgar / Concerto per violoncello e orchestra op.85
  • Johannes Brahms / Sinfonia n.4 op.98

Firenze Intero € 17,00 – Ridotto € 15,00 (+ prevendita) in vendita alla Biglietteria del Teatro Verdi, nei punti vendita del circuito Box Office e online su www.teatroverdifirenze.it – Info: tel. 055.212320 – teatro@orchestradellatoscana.it

Share.

About Author

Sono nata in un caldissimo agosto del 1991 a Firenze e mi sono innamorata dell’arte da bambina, guardando un poster di Mirò appeso nel mio salotto. Da allora non ho mai perso questa passione che mi ha portato a laurearmi in Arte Contemporanea prima e poi in Critica d’arte affascinata sempre di più dall’idea che l’arte sia un linguaggio tanto universale quanto soggettivo, capace più di ogni altro di raccontare il nostro tempo