Arno – Imaginary Topography, l’opera di Andreco per Manifattura

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Si chiama Arno – Imaginary Topography l’opera d’arte che inaugura il rinnovato spazio del giardino della ciminiera alla Manifattura Tabacchi nell’ambito NAM

arno imaginary topography

NAM (Not A Museum), il nuovo canale di arte contemporanea di Manifattura Tabacchi basato sull’interdisciplinarità, sul coinvolgimento della comunità e sull’indagine del rapporto tra arte, natura e scienza. Si tratta di un floor drawig, un’opera d’arte insolita così come l’artista che l’ha creata, Andreco, romano, classe 1978, artista contemporaneo che può vantare allo stesso tempo sia la partecipazione a manifestazioni di rilevanza internazionale come La Biennale di Architettura di Venezia e La Triennale di Milano, sia un dottorato in ingegneria ambientale, dedicato alla gestione sostenibile delle risorse in diverse condizioni climatiche. 

Attraverso una ricerca multidisciplinare che unisce studi scientifici, antropologici e ricerca artistica, Andreco indaga i rapporti tra l’uomo e l’ambiente circostante, tra lo spazio urbano e il paesaggio naturale, realizzando progetti che sono l’esito di questa commistione di ricerche e interessi e che spaziano dalle installazioni alle performance, dai video alla pittura murale, fino alla scultura e ai progetti d’arte pubblica con la costante di adottare sempre un linguaggio simbolico e concettuale. Il suo è un impegno come ricercatore e come artista, oltre che come attivista e cittadino, che rientra in un’azione di mobilitazione per la ‘giustizia climatica’ con l’intento di sensibilizzare il pubblico sulla questa tematica.

Abbiamo fatto qualche domanda ad Andreco sulla sua nuova opera site-specific per Manifattura Tabacchi

andreco per ful magazine

Per Firenze hai realizzato “Arno”, un’opera che vede protagonista il fiume intorno a cui è nata la nostra città; perché questa scelta?

– Ormai da tempo mi dedico alla realizzazione di opere che vedono protagonisti i fiumi; ho avviato molti progetti in Italia e in altri paesi del mondo relativi a queste importanti risorse e al ruolo delle piante acquatiche nella fitodepurazione, un sistema di rigenerazione totalmente naturale, secondo il principio del ‘nature result’ e delle ‘nature based solutions’. Anche nel caso di quest’opera infatti, in cui ho deciso di rappresentare il corso del fiume nelle zone che vanno da Signa a Girone, dove l’Arno fa un’ampia curva a sinistra per poi riprendere verso Firenze, il corso del fiume disegnato a terra termina idealmente in una vera e propria vasca d’acqua che ha al suo interno delle piante acquatiche. La forma irregolare del fiume mi ha incuriosito e mi ha fatto pensare al paesaggio tutt’intorno; infondo si tratta proprio di un omaggio al territorio che va tutelato spostandosi da un’ottica antropocentrica a una ecocentrica in cui gli ecosistemi devono avere la priorità sull’uomo. –

arno imaginary topography
foto by Andrea Rocchi

Per la realizzazione delle tue opere ti basi sempre su studi scientifici che danno all’opera una valenza politica, sociale e ambientalista al fine di sensibilizzare il pubblico sulla tematica del cambiamento climatico. Anche in questo caso hai fatto riferimento a qualche studio di carattere scientifico? E su cosa hai voluto porre l’attenzione?

Per quest’opera ho fatto riferimento ai documenti dell’autorità di bacino; in particolare mi sono concentrato sulle piene e ancor più sulle magre dell’Arno, sempre più frequenti nell’ultimo periodo, e al processo di desertificazione in atto. Non è un caso che i colori scelti per l’opera, oltre all’azzurro del fiume, siano colori terrosi, come il rosso e l’arancione nelle loro varie sfumature, colori che richiamano subito l’idea di una terra arida. Sono colori che sono stati ispirati anche dal luogo stesso che ospita l’opera: i muri di mattoni della Manifattura che circondano ‘Arno’ e quest’idea di richiamare l’aridità del terreno si sono compenetrati tra loro e non mi hanno lasciato dubbi sui toni da usare, d’altra parte l’opera deve parlare da sola.

Tra le prerogative del tuo operare artistico c’è quella di un uso consapevole e attento dei materiali e delle tecniche e una grande attenzione a non operare mai con brand anti-ecologici. Anche in questo caso hai usato materiali sostenibili?

Sì, ho usato delle speciali vernici da esterno al quarzo e acqua create con elementi naturali, dunque un tipo di vernici quasi del tutto a impatto zero sull’ambiente. Questo significa che l’opera sarà soggetta all’azione del tempo e delle persone che con essa interagiranno, ma anche questo rientra nell’idea originaria. Si tratta infatti di un’opera temporanea ed è giusto dunque che la sua durata sia limitata nel tempo e che subisca l’effetto di tutti coloro che la vedranno, ci cammineranno sopra, soprattutto i bambini; mi incuriosisce molto l’idea di come possano leggere l’opera e interagire con questa.

arno by Andreco
Foto Alessio Li

‘Arno’ è un’opera molto particolare; si tratta di un floor drawing, una sorta di murales orizzontale che copre una grandezza complessiva di 300 metri quadri. Quali difficoltà si incontrano nella realizzazione di un’opera come questa e quale nuova visuale può offrire al pubblico?

Dal punto di vista della sua realizzazione sicuramente la difficolta maggiore è quella di mantenere una corretta proporzionalità, sia per l’ampiezza della superficie che copre, sia perché un’ottica d’insieme si può avere solo se la si osserva dall’alto. Ma credo che questo sia anche il suo punto di forza e il suo elemento di novità. In un’opera come questa infatti le forme che si osservano cambiano via via che si cambia il punto d’osservazione; è un’opera su cui si può, anzi si deve camminare e man mano che ci si sposta variano i colori e le forme e si può arrivare così a una fruizione più varia che in altri tipi di opere d’arte.

‘Arno – Imaginary Topography’ ha nel titolo un richiamo alla topografia dei luoghi, cioè alla loro rappresentazione tramite disegni e segni solitamente convenzionali. In questo caso la topografia dell’Arno e del territorio circostante è ‘immaginaria’ e i segni sono personali, come nel caso di questo elemento simile ad una pietra che ricorre spesso nelle tue opere ed è diventato ormai quasi una tua cifra stilistica. In questo contesto assume un significato particolare?

La pietra è diventata per me un elemento simbolico che sancisce una sorta di paesaggio immaginifico e racchiude in sé molti significati legati al territorio; allo stesso tempo però non deve essere letta con un preciso significato. Io desidero lasciare aperte le porte nelle mie opere: quello che non voglio assolutamente fare è creare opere decorative ma neanche pensate per comunicare un preciso messaggio. Le mie immagini hanno un significato aperto e allo spettatore è lasciata la libertà dell’interpretazione secondo la propria sensibilità individuale.

arno imaginary topography
foto Andrea Rocchi

‘Arno’ è un’opera site-specific, creata dunque appositamente per Manifattura Tabacchi, un luogo importante per Firenze, che ha saputo trasformare un esempio di archeologia industriale in un nuovo centro aggregativo per la città, rigenerandosi e creando bellezza. A maggior ragione in questo che è stato un anno particolare, in cui la parola d’ordine è ripartenza la Manifattura ha puntato tutto sulla commistione di cultura e natura come mezzi per tornare alla vita. Il cosiddetto cortile della ciminiera da quest’anno si è trasformato nel giardino della ciminiera, con più di quaranta nuovi alberi e oltre settecento piante. Non poteva esserci che un’opera come la tua ad inaugurare questa nuova fase.

Sì effettivamente le mie opere puntano tutto sull’unione tra arte e natura dunque questo luogo è risultato effettivamente perfetto. Non conoscevo Manifattura Tabacchi ma quando mi è stato proposto di pensare ad un’opera per questo luogo ho subito capito che poteva esserci un’integrazione ideale

Articolo a cura di Lucrezia Caliani

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Lucrezia Caliani

Sono nata in un caldissimo agosto del 1991 a Firenze e mi sono innamorata dell’arte da bambina, guardando un poster di Mirò appeso nel mio salotto. Da allora non ho mai perso questa passione che mi ha portato a laurearmi in Arte Contemporanea prima e poi in Critica d’arte affascinata sempre di più dall’idea che l’arte sia un linguaggio tanto universale quanto soggettivo, capace più di ogni altro di raccontare il nostro tempo

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