Enrico Gabrielli, dai Calibro 35 al romanzo giallo
Enrico Gabrielli: dal Valdarno ai Calibro 35, passando per Virginia, il suo romanzo d’esordio, e l’intelligenza artificiale. Conversazione con un musicista che scrive romanzi, crede ancora nella carta e teme più per gli anziani che per i giovani digitali.
Incontriamo Enrico Gabrielli una sera d’estate in occasione dell’ultimo appuntamento della rassegna letteraria “Un libro un fiorino” che FUL ha organizzato al Fiorino sull’Arno. Una presentazione, la sua, che ha il sapore delle chiusure riuscite: quelle che lasciano un sorriso, una domanda aperta, e il desiderio di restare ancora un po’. Di Enrico sapevamo molto, ma non tutto. Polistrumentista, compositore, arrangiatore e produttore discografico, è noto soprattutto per essere membro nonché fondatore dei Calibro 35, band maestra nell’omaggiare con le sue colonne sonore il crime e il noir italiano. Autore originale e narratore curioso, ha scritto anche un libro che assomiglia a una pièce teatrale travestita da giallo: Virginia (2024, Wudz Edizioni), il suo romanzo d’esordio, è ambientato in una casa di riposo, ma racconta molto di più che vecchiaia e nostalgia. C’è un cadavere, sì. Ma anche una compagnia di vecchi personaggi – irresistibili, brontoloni, vitali – che custodiscono le chiavi per risolvere il mistero. Sul palco con lui, Francesco Sani, direttore di FUL Magazine, lo accompagna in una conversazione che scorre come un dialogo tra amici. Si parla di musica e romanzi, di identità, di intelligenza artificiale e futuro, di quel filo sottile che unisce ironia e profondità. Da scrivere musica, Enrico si è ritrovato, per la prima volta, a scrivere un testo di narrativa. Ma, come ci racconta lui stesso, tra scrittura musicale e narrativa non c’è stato per lui un vero passaggio, piuttosto un percorso parallelo, sebbene con le sue diversità.
«La musica non ha un significato diretto, non ha una norma di direzione: si muove su un binario molto più astratto. Inoltre la musica è asemantica, non ha una regola così precisa come si crede, perché la musica la percepisci sempre come una forma, che sia una sequenza di note che va in una direzione o in un’altra. Invece quando scrivi una storia devi far capire qualcosa, devi raccontare un fatto, e quindi devi essere comprensibile. Altra differenza che ho notato è che la musica è una cosa che fai per gli altri, mentre scrivere un libro è fondamentalmente un atto privato: sai che ti stai rivolgendo a una persona alla volta, a un “signor nessuno” che però non sai chi è. Potrebbe essere un amico, un parente, un tuo detrattore. È molto diverso dal suonare per un pubblico».
Virginia è una storia che si muove in un tempo sospeso, in un futuro prossimo riconoscibile e distorto, in cui esistono ancora i social e gli smartphone sono diventati Iperphone. In cui la memoria personale e collettiva si mescola a un presente frammentato e fragile.

«Il titolo originale era Giallo Morale, come il monte in cui si svolge parte della vicenda. Sotto la trama del romanzo c’è una voce narrante molto pesante, che sono io. I personaggi sono pretesti, lo ammetto. Con la scusa di una storia mi permetto di dire quello che mi va».
Chi conosce il Valdarno aretino si orienta tra le pagine: è evidente fin da subito che l’ambientazione si ispira alla zona di Bucine e di Ambra. Lo si riconosce dal modo in cui parlano i personaggi – soprattutto gli anziani – e dalla descrizione dei paesaggi. La voce narrante, di nuovo, filtra tutto, e la riflessione dell’autore affiora in ogni descrizione.
«Vengo da un paese di mille abitanti. Lì vedo l’ingerenza delle tecnologie nella terza età, molto più grave di quella sui giovani. Gli anziani non distinguono un profilo vero da uno fake, subiscono la simbologia e la devianza dei social. Quella roba lì mi preoccupa molto. Quando nel 2012, in occasione del mio matrimonio, ho messo in piedi l’Orchestra di Molto Agevole, un progetto di rilettura del liscio, era per esplorare il mondo della terza età, i circoli ARCI e le Case del Popolo. Ora comincio a pensare che sto entrando anch’io in quella fase lì. Non è più un confronto generazionale: è un passaggio».
Ma Virginia è anche un romanzo crime, con atmosfere cupe e elementi da giallo classico. Popolato di personaggi fuori tempo, in una casa di riposo che un tempo fu luogo di torture durante il fascismo, il passato non è mai del tutto passato.
«La villa esiste davvero, è a Capannole. Ci ho fatto il servizio civile nel 1998, era già una casa di riposo. Ho portato i morti all’obitorio, fatto fisioterapia, guidato pulmini con anziani che vomitavano alla prima curva. Avevo vent’anni e mi chiedevo: ma perché?! Quelle esperienze pittoresche sono finite nel libro. È un romanzo sì, ma è anche una forma di archivio personale. Così come lo sarà il secondo libro, il continuo di Virginia, al quale sto già lavorando: è ambientato in una città che si chiama Subalpia, che in realtà altro non è che Torino, dove ho vissuto per cinque anni e mezzo. Una città che è stata per me molto faticosa, e che ho riversato nelle pagine di un libro. Ho capito che le mie fatiche le elaboro nei libri, così le archivio e poi posso andare avanti».
Enrico ci racconta che ha scritto Virginia mentre era in tour con i Calibro 35. Tra una data e l’altra, nei viaggi “infiniti e noiosissimi”, trova lo spazio per una voce tutta sua.

«Mi annoiavo, gli altri parlavano di musica, io volevo uscire da quel loop. Così ho cominciato a scrivere. Era il 2018».
Ma la passione per il crime non è nuova: «A me piace in generale il genere crime, il noir, tutto quello che ha a che fare con questo mondo. Con i Calibro 35 abbiamo fatto un disco ispirato a Traditori di tutti di Giorgio Scerbanenco. Avremmo voluto che un regista giapponese ne facesse un anime con la nostra colonna sonora. Non è successo, ma resta un grande sogno».
Parlando di futuro e di tecnologia, tema che pervade le pagine di Virginia, l’autore dimostra di avere idee molto chiare, soprattutto sulle nuove generazioni.
«Io credo che i bambini di oggi saranno i primi a combattere questa esposizione totale a cui i social media ci stanno sottoponendo. Saranno ermetici, vorranno nascondersi. Magari ci libereremo anche di questi telefoni. Trovo plausibile che ci romperemo le palle di avere questi oggetti in mano: se guardi la gente che usa il telefono, anche per obbligo o per lavoro, si vede che non ne può più di tenere in mano questo dispositivo sempre più grande. Forse il prossimo passaggio sarà internet impiantato direttamente nella testa, anche se mi auguro di no. Tutto questo fiorire di mondi virtuali alternativi, secondo me, è dovuto al fatto che nel 1969 siamo andati sulla Luna – dodici missioni fantastiche – e poi basta, non siamo più andati da nessun’altra parte… Se ci fosse stato uno slancio per andare altrove, il mondo si sarebbe espanso. E tutto il sistema informatico avrebbe avuto un uso e un servizio diverso, probabilmente più volto a connetterci per esigenze reali e non per mettersi in mostra».
È anche per questo, forse, che Enrico rivendica una certa distanza dal modo “digitale” in cui oggi viene fruita la musica, soprattutto durante i concerti, attraverso i social.
«Noi non siamo una “band da telefonino”. Quelle hanno testi, parole, discorsi di riconoscibilità. Noi siamo quattro persone molto grigie che stanno suonando su un palco, non te ne frega nulla di filmarci. Le nostre canzoni sono strumentali, interessano più alla gente che ama l’esperienza diretta della musica che l’evento di per sé».

Parlando di intelligenza artificiale nella produzione musicale, non si fa illusioni:
«Cambierà tutta la filiera musicale, non so in che direzione, ma cambierà. L’establishment discografico non se ne rende bene conto. Dopo la botta del Covid nel 2020 le major hanno ripreso il potere. Prima c’era un fiorire di etichette indipendenti, piccole label, concerti porta a porta, il merchandising. Adesso tutto è stato accentrato su eventi da 150 euro a biglietto. Due date e un artista esplode. E poi? Un mio amico mi ha detto: “Non produco più dischi, tanto non serve andare in studio. Si fa tutto con l’intelligenza artificiale”. Le etichette lo sanno, ma non hanno fatto i conti con una cosa: se il brano viene da una AI stream, chi possiede il software possiede anche il brano. Le etichette discografiche saranno costrette a produrre le loro piattaforme, a diventare aziende tech, altrimenti non potranno più fare nulla! E io spero che si scontrino con questo muro, perché capiscano che il musicista servirà sempre, non se ne può fare a meno. Una tastiera del 1971 funziona ancora, un computer se cade in terra potrebbe essere danneggiato per sempre. Nell’ottica della durabilità, la tecnologia è molto più fragile di quanto lo sia invece il mondo analogico. Le cose concrete fatte di sangue, sudore, carne e carta vinceranno sulla telematica!».
Alla fine della serata, quello che resta è l’impressione di un artista in cammino. Uno che ha attraversato la musica, le periferie, i festival, anche le case di riposo, e che oggi ha ancora qualcosa da dire. Con lucidità, disincanto, e una penna affilata