Striscione Collettivo di Fabbrica ex-GKN

Ex-Gkn, “La fabbrica dei sogni”

INTERVISTA ALLA GIORNALISTA VALENTINA BARONTI CHE CI RACCONTA IL SUO ESORDIO LETTERARIO. UN’OCCASIONE ANCHE PER FARE IL PUNTO SULLA LOTTA DEI LAVORATORI DELL’EX-GKN DI CAMPI BISENZIO, PER UNA RICONVERSIONE DAL BASSO DELLA FABBRICA SIMBOLO DELLA CRISI DELL’AUTOMOTIVE IN ITALIA.

Valentina Baronti è un’autrice working class, proviene da una famiglia operaia, ha un passato da giornalista e adesso è impiegata nella pubblica amministrazione. Collabora con testate indipendenti fiorentine e si occupa come volontaria dell’ufficio stampa del Collettivo di Fabbrica Lavoratori ex-GKN. Sulla vicenda ha realizzato, insieme a Camilla Lattanzi e Gianluca Masala, l’audio-documentario “Lo Scherzo. Il caso GKN, lotta operaia del terzo millennio”, prodotto da Rai Radio Tre. A fine 2023 è uscito il suo primo lavoro letterario, il romanzo La fabbrica dei sogni, edito da Alegre Edizioni. 

A gennaio di quest’anno è uscito il tuo primo libro, La fabbrica dei sogni, che racconta della lotta dell’ex-GKN e non solo. Cosa ti ha spinto alla scrittura e come è nato questo progetto?

Ho iniziato a scrivere il romanzo dopo il primo “Festival di Letteratura della Working Class”, anche se gli appunti risalivano a molto tempo prima, fin dall’inizio della lotta. Questa esperienza non è solo una lotta sindacale e politica, ma ha avuto fin da subito un grandissimo impatto emotivo, sia per me che per molti altri operai e solidali. Proprio per questo motivo, al ritorno dalle assemblee e dalle manifestazioni, sentivo la necessità di mettere ordine alle emozioni che provavo, esattamente come fa la protagonista del libro. Il romanzo nasce da questo bisogno di dare un senso alle emozioni scaturite dalla lotta. Dopo il festival, però, ho capito che questo bisogno non era solo mio, ma poteva essere condiviso da molti altri. Mi sono resa conto che la storia meritava di essere pubblicata, perché poteva offrire una chiave di lettura anche a chi non aveva ancora elaborato le proprie emozioni, aiutandoli a riconoscersi e a trovare un senso nel vissuto narrato nel libro.

Il tema della lotta del Collettivo di Fabbrica lavoratori ex-GKN è molto attuale e discusso, hai trovato qualche difficoltà nella pubblicazione del romanzo?

No, non ho trovato difficoltà, perché la pubblicazione stessa è sempre stata considerata un mezzo di lotta. Fin dall’inizio, infatti, ho proposto il romanzo alla casa editrice Alegre, che è stata dentro la lotta fin dagli inizi e il festival di letteratura era stato organizzato proprio da loro. C’era già un legame stretto tra il Collettivo di Fabbrica, la comunità solidale e la casa editrice. Il libro è stato subito riconosciuto per quello che è: uno strumento per portare avanti la lotta, diffondendola in tutta Italia attraverso le presentazioni che ho fatto, riuscendo così ad arrivare a un pubblico vastissimo.

Ti puoi ritenere quindi soddisfatta della risonanza che il romanzo ha avuto, soprattutto dal momento in cui ha superato i confini fiorentini?

Non mi sorprende che la ex-GKN susciti così tanto interesse. Spesso, scherzando, dico che “sono tre lettere che fanno aprire le acque del Nilo”, perché basta nominare “GKN” per attirare subito l’attenzione. Probabilmente se avessi pubblicato, come esordiente, un romanzo su qualsiasi altro tema non avrebbe avuto la stessa risonanza. La lotta della ex-GKN è percepita come una battaglia che va oltre quella singola fabbrica, coinvolgendo tutte e tutti. Per questo motivo, tutte le espressioni culturali nate attorno alla lotta, come lo spettacolo teatrale e il documentario, provocano un forte interesse. Il romanzo ha comunque avuto il suo merito, andando in ristampa dopo sei mesi dalla pubblicazione, segno che non solo il tema ha suscitato interesse, ma anche la scrittura ha reso il libro qualcosa di piacevole da acquistare. Ho inserito volutamente molti altri elementi oltre alla lotta, perché non è stato facile pubblicare un libro sulla vicenda del Collettivo di Fabbrica mentre la vertenza era ancora aperta e incerta. Sono andata in tipografia a novembre 2023, quando si temeva che dal primo gennaio i licenziamenti sarebbero diventati realtà. È stata una scelta al buio. Ho voluto dare al romanzo una vita propria, indipendente dalla lotta, perché nessuno sapeva se, al momento dell’uscita in libreria, la battaglia sarebbe continuata.

Oltre al libro, sei fin dai primi momenti molto attiva nella vita del Collettivo di Fabbrica, come ha influito questo sulla tua vita privata e sulla tua carriera giornalistica?

La mia carriera giornalistica, nel vero senso del termine, era già terminata a causa del precariato e delle difficoltà che mi hanno portata a rinunciare! Ero già un’impiegata pubblica quando sono entrata nella lotta. Stavo continuando, però, a collaborare con alcune testate indipendenti, ed è per questo che il primo giorno sono andata in fabbrica: dovevo scrivere un articolo per una di queste testate. Ovviamente con il tempo, il mio impegno nel giornalismo indipendente è cresciuto molto, perché venivo riconosciuta come qualcuno che seguiva la vicenda giornalmente, per cui spesso mi chiedevano, e mi chiedono ancora, dei pezzi sui vari episodi della lotta. A livello personale è stata una vera e propria bomba che ha trasformato completamente la mia vita e le mie prospettive. Come scrivo nella dedica iniziale del libro, niente sarà mai come prima della ex-GKN. È un percorso difficile, faticoso, pieno di momenti di frustrazione e rabbia, ma anche di esaltazione e vicinanza con quella fabbrica che ormai considero una famiglia allargata, coloro con cui condivido tutto. Come in tutte le famiglie, ci sono momenti di gioia e ci sono momenti in cui ci si scontra e in cui siamo tutti e tutte molto stanchi. Non è facile per chi, come me, viene da realtà meno conflittuali. Il Collettivo di Fabbrica è abituato a un livello di conflittualità elevato, perché fare sindacato in quel modo per tanti anni ti porta ad affrontare le cose con un certo approccio. Io, invece, vengo da esperienze nel privato sociale e nella pubblica amministrazione, dove non c’è quel grado di scontro. Nonostante le difficoltà, trovo molto utile, anche dal punto di vista psicologico, stare dentro questa lotta.

A ottobre si sono tenute delle giornate sui temi della reindustrializzazione dal basso e della giustizia climatica e sociale, alle quali ha partecipato anche Greta Thunberg. Com’è stato avere una personalità tanto importante in fabbrica?

La valutazione complessiva di queste giornate spetta al Collettivo e a tutti i gruppi solidali che hanno partecipato. Io posso parlare per il gruppo della comunicazione e di ufficio stampa, e devo dire che sono stati giorni molto difficili e intensi. Non è stato facile per noi, che siamo semplici volontari, gestire a livello mediatico una figura “globale” come Greta Thunberg. Non abbiamo né la struttura né la professionalità necessarie, e questo ha reso la situazione complessa, portando sicuramente a diversi errori. Il richiamo che però ha avuto sia a livello mediatico che all’interno della vasta comunità che sostiene la fabbrica da tre anni, è stato significativo. È stato un riconoscimento importante della lotta e della sua finalità più ampia: non solo mantenere i posti di lavoro, ma anche convertire le fabbriche inquinanti in impianti socialmente integrati e utili per il territorio, con un impatto positivo non solo dal punto di vista sociale ma anche ambientale. L’intervento di Greta alla fine dell’assemblea è stato particolarmente emozionante. La sua pacatezza e semplicità hanno toccato tutti, quasi commuovendo chi era presente. È stato un momento di grande riconoscimento per tutto ciò che la lotta rappresenta.

Hai parlato di fabbrica socialmente integrata, anche nel libro si legge della cooperativa GFF (GKN For Future), cosa significa per te e come mai è così importante per il Collettivo abbracciare più realtà e non soltanto quella operaia?

È un po’ il sogno descritto alla fine del romanzo: avere finalmente un posto di lavoro che non sia solo un luogo dove si va per guadagnarsi uno stipendio e vivere dignitosamente, sacrificando tempo ed energie per il profitto privato. La fabbrica socialmente integrata rappresenta un modo di mettere tempo, energie e lavoro a servizio di un progetto che ha ovviamente finalità economiche e produttive, ma soprattutto che è utile all’intera società. C’è una grande differenza tra produrre semi-assi per una casa automobilistica privata – che genera profitti sulla pelle degli operai e dei cittadini – e produrre pannelli fotovoltaici per le comunità energetiche. Si tratta di costruire un pezzo di mondo nuovo, che non si limita alla produzione, ma include tutto il mutualismo che ruota intorno a questa attività. È un modo per restituire al territorio una parte dell’energia spesa non solo dagli operai nella fabbrica, ma anche dalla comunità. Una fabbrica è una presenza significativa per il territorio, sia per l’impatto ambientale che per l’uso di risorse come il suolo e l’acqua, che appartengono a tutti. In questo modo, la fabbrica non servirebbe solo interessi privati, ma contribuirebbe concretamente alla comunità che la ospita, restituendole qualcosa di valore.

Si parla tanto della necessità di reindustrializzazione e dei dubbi riguardo all’attuazione del  Green Deal, cosa ne pensi?

Il Green Deal, così come è stato presentato, sembra più un’operazione di greenwashing che un vero cambiamento. Il sistema produttivo capitalista ha mostrato la sua crisi profonda, che in questa epoca è senza precedenti. Si tratta di una crisi legata al cambiamento climatico, una sfida del tutto nuova che ci impone scelte radicali, molto più ambiziose di quelle proposte dal Green Deal. È necessario studiare, riflettere e analizzare i processi produttivi per capire come riconvertire davvero la nostra economia in modo sostenibile per il pianeta. Da tempo, il nostro modello economico ha perso la sostenibilità, ma ora siamo arrivati al punto critico: i nodi sono venuti al pettine. Dobbiamo affrontarli e scioglierli, altrimenti rischiamo di crollare insieme al sistema economico e produttivo che abbiamo ereditato e portato avanti per più di un secolo.

Gli operai e le operaie stanno lottando da tre anni con grande forza d’animo nonostante le difficoltà menzionate, vuoi aggiungere qualcosa che è importante ricordare?

Vorrei esprimere un grandissimo ringraziamento al Collettivo di Fabbrica, che ci ha insegnato tantissimo e ha cambiato le nostre vite, offrendoci una prospettiva diversa. Loro stanno soffrendo molto: sono senza stipendio da dieci mesi e provengono da due anni di reddito insufficiente e incerto. In un periodo come questo, segnato dal caro vita e dai problemi del welfare, non riesco a immaginare come potrei affrontare una situazione simile, probabilmente crollerei. Nonostante le difficoltà, questi operai e queste operaie continuano a resistere, dando a tutti noi un esempio straordinario.

Foto di Camilla Matteoni.