D.A.T.E. – Vent’anni in cammino
D.A.T.E. è Il progetto di quattro amici che ha trasformato le sneakers da accessorio sportivo a manifesto di stile. Vent’anni dopo, la loro storia parla ancora di amicizia, artigianato e visione.
È una sera di metà ottobre di vent’anni fa a Firenze. C’è una ragazza bionda, esile che appare sul palco dell’Auditorium FLOG sbucando dal backstage. Farfuglia qualcosa al microfono, poi rimane per lunghi minuti in disparte fumando una sigaretta dopo l’altra mentre la band del suo fidanzato suona. È Kate Moss – la modella più celebre del momento – e il concerto è quello dei Babyshambles di Pete Doherty. Siamo alla metà del decennio Zero, la loro storia sta per giungere al capolinea tra scandali e gossip. Ma qui, nella capitale del Rinascimento, un’altra storia sta per cominciare.
Parla di scarpe, sì, ma anche di amicizia, visioni condivise, notti insonni in garage, aperitivi al Capocaccia e sogni abbozzati su tovaglioli di carta. Parla di una Firenze ancora viva e spontanea, vissuta più per le sue luci del tramonto che per le sue vetrine. Parla di D.A.T.E., acronimo dei nomi dei quattro fondatori – Damiano, Alessandro, Tommaso ed Emiliano – che proprio in quei mesi, tra un lavoro e l’altro, iniziano a disegnare scarpe in un garage a Lastra a Signa, ispirati dall’idea che anche una sneakers potesse essere un accessorio fashion.



Una scintilla sul Lungarno
Il primo schizzo nasce durante un aperitivo. Era il 2005 e in discoteca non si entrava con le sneakers. O almeno, non con quelle giuste. L’idea – nata da Alessandro – era semplice quanto rivoluzionaria: una scarpa comoda, ma con stile, capace di stare al passo con un pantalone sartoriale, mescolare estetica street e dettagli di qualità. Da lì a creare un brand ci volle poco: qualche riunione improvvisata nell’appartamento in centro di Tommaso, qualche giornata sul lago di Signa a fantasticare, tra un tuffo e un giro in wakeboard. Poi, il passo concreto: un garage, delle macchine per cucire, un po’ di pelle, e l’incoscienza dei vent’anni. Quella bella, quella sana.
«Firenze nel 2005 era diversa» racconta Emiliano. «Secondo me più affascinante, più divertente. Mettere su un’impresa era da incoscienti, almeno così ci ripetevano. Avevamo tutti un lavoro, e nessuna certezza. Ma c’era voglia di provarci.»
E la scintilla? Emiliano la ricorda con chiarezza: «Ero con Alessandro, a un aperitivo. Mi disse: “Perché non creiamo una sneakers elegante? Una scarpa che si possa mettere anche per uscire la sera, non solo per fare sport.” Quell’idea mi accese subito. E lì, davanti al Capocaccia, il locale che la domenica si affacciava sulla golden hour più suggestiva del Lungarno, disegnai il primo modello su un tovagliolo».
Damiano sorride mentre rievoca il suo ingresso nel gruppo: «Conoscevo solo Emiliano perché lavoravamo insieme. Quando mi hanno spiegato il progetto non c’era un business plan, niente numeri: solo la sensazione fortissima di voler fare qualcosa insieme. E la voglia di farlo con le persone giuste. Io e Emiliano lavoravamo già nel settore calzaturiero come contoterzisti, ma volevamo un nostro marchio. Avevamo voglia di creare qualcosa di nostro, partendo da ciò che sapevamo fare: le scarpe. Ma le sneakers erano un territorio del tutto nuovo».
Tommaso, invece, era il più distante da quel mondo: «Io venivo dalla parte amministrativa e commerciale. Le sneakers, ai tempi, le trovavi solo nei negozi sportivi. Ma ognuno di noi apportava al gruppo qualcosa di diverso: Emiliano era il creativo, Damiano il tecnico, Alessandro aveva studiato marketing e comunicazione. E io chiudevo il cerchio, o meglio: eravamo come quattro lati di un quadrato, che è poi diventato il nostro logo. Diverse competenze, ma una passione in comune».

Il primo traguardo? 700 paia fatte a mano
La prima campagna ordini raccolse 700 paia di scarpe. Non abbastanza per interessare i produttori, ma sufficienti per spingere i quattro a fare tutto da soli. Così nacquero le prime sneakers D.A.T.E., rigorosamente a mano. Erano scarpe con difetti, certo, ma erano le loro. Le nostre. Perché chi le ha indossate in quegli anni, ha sentito di portare qualcosa che raccontava una storia. La loro, ma anche la nostra.
«Il garage del padre di Emiliano, a Lastra a Signa» racconta Damiano, «è dove abbiamo fatto le prime prove. Finivamo di lavorare alle sei di sera, e ci ritrovavamo lì. Tommaso arrivava in giacca e cravatta, io mettevo Celentano a tutto volume. Lavoravamo fino alle tre di notte. È lì che è nata la nostra amicizia».
Tommaso aggiunge un dettaglio fondamentale: «Dopo la prima campagna vendite avevamo raccolto ordini per 700 paia da parte dei negozianti in città. Un numero enorme per noi, ma troppo piccolo per i fornitori. Non volevano produrcele. Quindi ci siamo detti: o le facciamo noi o molliamo subito. E le abbiamo fatte noi! Tutto a mano: taglio, cucitura, montaggio. Per Natale, Capodanno… Ogni momento libero lo passavamo lì. Qualche errore c’era – ci sono uscite anche solo scarpe destre! – ma alla fine ce l’abbiamo fatta».
Poi arrivò Pitti Uomo. In uno stand diviso con un amico, le sneakers D.A.T.E. fecero il tutto esaurito. Da lì, un percorso in salita – e non solo metaforica – che avrebbe portato il brand da Firenze a conquistare boutique in tutta Europa e persino in Giappone.
«Un amico ci offrì un posto nel suo stand di camicie. In tre giorni, in fiera, raccogliemmo oltre 2000 ordini. Quello fu il salto. Ma senza il garage, senza quel tempo e quella fatica condivisa, non saremmo andati da nessuna parte».

Una mappa emotiva, una geografia del cuore
Vent’anni dopo, D.A.T.E. ci racconta la sua storia anche attraverso una mappa: non una mappa commerciale, ma una geografia sentimentale. Ogni punto è un ricordo. Il Capocaccia come scintilla creativa. La casa di Tommy con affaccio sul Mercato Centrale, come prima “sala riunioni”; il lago di Lastra a Signa, dove l’amicizia si saldava tra tuffi e chiacchiere; Trattoria Mario, dove si chiudevano le giornate con una bottiglia di vino e qualche intuizione da mettere in produzione; il club Mud, con i suoi giovedì drum & bass. Ogni luogo è un frammento di identità.
Fino ad arrivare all’headquarter di Empoli e allo store in centro a Firenze, a due passi da Ponte Vecchio, simbolo di un’identità che non ha mai voluto rinunciare alla sua città.
«Molti dopo il successo si spostano. Noi no – dice Tommaso – perché Firenze non è solo dove siamo nati. È dove possiamo fare quello che facciamo. Qui c’è il tessuto artigiano, ci sono i fornitori, c’è il nostro modo di lavorare. Portiamo nel mondo il “saper fare” toscano in una forma nuova, più fresca. Le nostre sneakers sono fatte con materiali di qualità, lavorati come un tempo. Ma con uno stile contemporaneo».
«Quando abbiamo iniziato, qui in Toscana si facevano solo scarpe da donna, scarpe classiche. Noi abbiamo usato gli stessi materiali, la stessa artigianalità, per creare qualcosa di nuovo» commenta Damiano.
«L’artigianalità è il nostro modo di innovare. Non compriamo materiali già pronti, li sviluppiamo insieme alle aziende del territorio. Così possiamo evolvere senza perdere la nostra identità» conclude Emiliano.

Sneakers e cultura urbana: cosa è cambiato?
«Tutto! – dice Tommaso – Oggi le sneakers sono dappertutto. Ma nel 2005 non era così. I nostri genitori non le mettevano, se non per fare jogging. Adesso è normale indossarle in ogni occasione. Noi ci siamo evoluti con questo cambiamento, sempre fedeli a una cosa: la qualità. Oggi il mercato delle sneakers è letteralmente esploso. Ma noi non vogliamo seguire le mode. Vogliamo restare fedeli a noi stessi. C’è una ricerca dietro ogni scarpa che non si vede, ma si sente».
Emiliano aggiunge: «Comfort e materiali non si negoziano. Per noi questo non è cambiato. Cambia il design, cambia il modo di raccontarsi. Ma l’anima è sempre la stessa».
D.A.T.E. oggi: l’artigianato che evolve
Oggi D.A.T.E. è un’azienda strutturata, con decine di modelli, una filiera locale e una distribuzione internazionale. Ma i principi sono rimasti quelli del garage: qualità, amicizia, sperimentazione. Le sneakers non sono più un accessorio prettamente sportivo, ma un manifesto di stile quotidiano. E D.A.T.E., con le sue linee ibride, ha contribuito a cambiare il modo in cui le indossiamo.
Come ci ha detto Tommaso: «Ci rimettiamo in gioco costantemente. Anche una scarpa bianca apparentemente semplice ha magari quattro pellami diversi, trattamenti particolari, cura nei dettagli. Ecco perché per noi ogni scarpa è una piccola rivoluzione».

Vent’anni dopo: ancora insieme
La scomparsa di Alessandro, nel 2006, è stata una ferita che ha inciso profondamente nell’anima del progetto. Ma anche il collante che ha cementato il gruppo, trasformando un’idea in una missione condivisa.
Per Damiano, Emiliano e Tommaso, D.A.T.E. non è un lavoro. È un pezzo di vita, e Tommaso lo dice senza retorica: «D.A.T.E. non è un lavoro. È la nostra famiglia. La morte di Alessandro ci ha unito ancora di più. Il marchio è il nostro modo per sentirlo ancora con noi. Ed è per questo che non pensiamo agli interessi personali: pensiamo al bene del progetto, come si fa con un figlio».
Damiano annuisce: «È il nostro posto. Il nostro spazio. Il nostro tempo. La differenza l’ha fatta il rapporto umano. Il coraggio, la dedizione, la convinzione. Abbiamo affrontato momenti duri, ma non abbiamo mai smesso di crederci. E anche oggi ci reinventiamo, cerchiamo, sperimentiamo».

E per i prossimi vent’anni?
Emiliano sorride: «Con lo stesso spirito. Amicizia, coraggio, e la voglia di fare qualcosa di bello insieme. Come all’inizio. Come allora. Solo con un po’ di esperienza in più».