Prato e la moda in crisi, un impero in declino
Lavoro nero, criminalità cinese, amministrazione cittadina commissariata e smaltimento illegale di rifiuti tessili su tutto il territorio pratese. Nella capitale italiana del tessile – e primo distretto industriale della Toscana – la crisi del settore moda assume contorni ancora più complessi.
Nel 2024 in Italia il settore tessile abbigliamento e pelli ha visto un calo della produzione del 10,8% sullo stesso periodo dell’anno precedente e la Toscana è l’epicentro della crisi. L’analisi dell’Istat (dati settembre 2024) aveva confermato quello che nella nostra regione, dove il comparto moda dà lavoro a 130mila addetti, si sapeva da tempo. E analizzando i tassi di crescita dei settori economici a due cifre della classificazione Ateco delle attività economiche emerge, nel triennio 2022 – 2024, un calo ancora più accentuato pari al -25%.
Le tensioni internazionali, unite ad una spirale inflattiva ed alle speculazioni sui costi dell’energia, hanno portato alla forte riduzione della domanda. Il tutto in un settore che vede l’Italia leader in Europa sia per numero di imprese che operano nel sistema moda che per fatturato generato, e dove tutti i principali marchi italiani e stranieri producono direttamente o indirettamente in Toscana, con un valore aggiunto di 5,5 miliardi di euro.
Intervistato dal quotidiano la Repubblica lo scorso 5 marzo, Patrizio Bertelli, il presidente del gruppo Prada, ha inserito tra le cause della crisi anche una peculiarità tutta italiana del settore, formato da “troppe aziende troppo piccole” a fronte di un processo di concentrazione e consolidamento già presente in altri Paesi, in un mercato che negli ultimi 25 anni si è allargato molto.

La crisi della maggior parte dei segmenti produttivi (tessile, abbigliamento, conceria, calzature, pelletteria, accessori, gioielleria), ha portato la Regione Toscana a chiedere più volte al governo l’attivazione di ammortizzatori sociali specifici e a richiamare l’attenzione sul fronte del credito. Molte aziende hanno rischiano di esaurire ogni possibilità di ricorso a forme di integrazione salariale – come ha dichiarato il governatore Eugenio Giani – con il rischio di licenziamenti e la necessità di urgenti interventi nazionali.
La “policrisi” di Prato
In questo scenario si inserisce il caso di Prato. Capitale italiana del tessile e distretto industriale che da solo vale circa un terzo della produzione nazionale, qui la crisi assume contorni ancora più complessi. La flessione della domanda si intreccia con fragilità strutturali del territorio, dove nuove dinamiche criminali rischiano di trovare terreno fertile in una fase di “spaesamento” generale seguita al commissariamento politico e istituzionale del Comune.
Il distretto pratese, che negli anni del boom era un modello di sviluppo fondato sulla piccola e media impresa familiare e sull’export, si trova oggi schiacciato tra l’aumento dei costi, la contrazione delle commesse internazionali e una competizione esasperata sul prezzo. Proprio in questo contesto si è accesa la cosiddetta “guerra delle grucce”: un conflitto sotterraneo, ma con ricadute pesantissime sul tessuto economico locale, che vede contrapposte le imprese italiane e quelle della comunità cinese, sempre più radicata e dominante in alcuni segmenti della filiera.

Secondo le ricostruzioni della magistratura e delle forze dell’ordine, dietro a quella che potrebbe sembrare una semplice disputa commerciale per il controllo della distribuzione di grucce e accessori per l’abbigliamento si nasconde un sistema di gestione monopolistica e di pratiche illegali: prezzi imposti, riciclaggio di denaro, sfruttamento del lavoro nero.
Il commissariamento del Comune, avvenuto a luglio dopo inchieste che ipotizzano connivenze e opacità amministrative, ha aggravato la percezione di una città lasciata sola a fronteggiare una doppia emergenza, economica e criminale. Anzi, tripla, perché c’è una terza emergenza: quella dello smaltimento illegale dei rifiuti tessili.
Come riportato da La Nazione non si tratta di episodi isolati: una ditta è stata sequestrata perché aveva gestito in modo professionale e continuativo uno smaltimento illecito di scarti tessili, praticato con l’obiettivo di risparmiare sui costi a scapito della collettività e dell’ambiente. Esiste pure una “terra dei fuochi” pratese, cumuli di rifiuti che sono stati incendiati illegalmente decine di volte in bracieri rinvenuti a ridosso del torrente Filimortula. Un traffico di rifiuti scoperto dai carabinieri che ha assunto proporzioni inquietanti come ha denunciato a giugno la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Prato: nel 2024 sono state accertate 819 tonnellate di rifiuti trattati illegalmente e nei primi quattro mesi del 2025 sono già 252 tonnellate.
Il risultato di queste emergenze è un territorio spaccato: da un lato le aziende storiche che cercano di resistere puntando sulla qualità e sull’innovazione, dall’altro una concorrenza spietata basata sul ribasso dei costi, spesso fuori dalle regole. Una dinamica che rischia di produrre fallimenti a catena, perdita di posti di lavoro e un crescente senso di sfiducia tra imprenditori e cittadini.
Cover: Pratotown by Urbancopyleft*