Il Chianti alla prova del cambiamento climatico

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Intervista all’agronomo Gherardo Betti su come il settore vitivinicolo locale stia affrontando l’emergenza clima.

Quando si parla di vino Chianti bisogna fare attenzione a non confondere le due denominazioni. Abbiamo il Classico – riferimento geografico “tradizionale” – tra le provincie di Firenze e Siena, e il Chianti, che rappresenta un’area più vasta all’interno della Toscana. Quest’ultimo si divide in otto sotto zone in base all’indicazione territoriale, ad esempio Colli Aretini, o il Colline Pisane e ancora il Montespertoli o il Colli Fiorentini. Solo due produzioni si trovano a nord di Firenze: il Chianti Rufina e il Chianti Montalbano (l’ex Putto). In ogni caso, per tutti vale la fatidica domanda: i cambiamenti climatici rischiano di alterare il gusto del vino simbolo della Toscana?

Ed è proprio nelle terre che furono del “Chianti Putto”, tra Vinci e Pistoia, ospite della Fattoria Betti, che abbiamo cercato di scoprire se il cambiamento climatico stia influenzando anche la vinificazione. Qui, in una cantina sorta ai primi del ‘900 – circondato da vigne di Sangiovese, Cabernet, Trebbiano, Canaiolo nero e Merlot – ne abbiamo parlato con l’agronomo Gherardo Betti. Gherardo, insieme al fratello Guido, gestisce questa azienda agricola dalla struttura curiosamente in stile liberty nella campagna di Quarrata.

Fattoria Betti
Fattoria Betti a Quarrata

<<Negli ultimi anni abbiamo assistito a vari cambiamenti: da stagioni dove piove di continuo e non si riesce ad avere la maturazione completa delle uve, ad altre non piove mai o peggio la pioggia arriva tutta nelle poche ore di un temporale estivo. È un gran problema perché fino alla fine non sappiamo mai se sarà una buona annata, disastrosa o addirittura ottima>> – esordisce Gherardo – <<Ovviamente tutti abbiamo percepito che le piogge sono sempre più ridotte e le grandi aziende si stanno attrezzando con i laghi interni, ormai la costante sembra essere quella di avere un inverno secco, una primavera sostanzialmente umida, poi il caldo immediato e infine burrasche improvvise a luglio o agosto che rischiano di distruggere tutto>>. 

Dal 1999 gli eventi estremi sono duplicati in Europa e triplicati in Italia, il nostro Paese per la sua posizione geografica è un vero “hot spot” dei cambiamenti climatici nel continente. E le viti ne sono anch’esse influenzate. Viene quindi da chiedere cosa un agronomo e un’azienda agricola può fare?

<<Le piante hanno una loro carica di acqua interna, ma quando arriva il caldo tutto insieme vanno in scompenso, cosa che è successa anche quest’anno. La situazione di stress per l’uva ne blocca la maturazione – ci spiega l’agronomo – Noi come Fattoria Betti abbiamo fatto è acquistare una stazione meteo. Con il pluviometro calcoliamo quante piogge ci sono state nell’arco dell’anno e le temperature medie, così decidiamo il momento esatto quando fare i trattamenti alle piante>>. 

Quindi non più in base alla tempistica della Natura come era da sempre in agricoltura ma intervenendo in maniera scientifica.

<<Questa è l’unica cosa che possiamo fare perché la nostra zona non è ricca di acqua e non si possono adottare metodi per irrigare le piante. Poi si lavora in maniera agronomica per stimolare la pianta ad andare a cercarsi l’acqua in profondità>>.

Questi sbalzi di temperature caldo-umido ricorrenti, hanno finito per cambiare il calendario della vendemmia.

<<La vendemmia è sempre più anticipata, noi iniziamo intorno al venti di agosto, quando fino a 20 anni fa se ne parlava a settembre per poi vendemmiare effettivamente a ottobre. Questo è uno dei segni del cambiamento climatico perché a ottobre cominciavano le prime piogge autunnali, fenomeno a cui difficilmente assistiamo negli ultimi anni. Anche la raccolta delle olive ne è influenzata, oggi vediamo che pure questa lavorazione viene anticipata, quando in passato prima di novembre nessuno raccoglieva perché le olive non erano ancora mature>>.

Ma nel lungo periodo, con l’aumento costante delle temperature che caratterizza la nostra epoca, finiremo per produrre in Toscana vini tipici di regioni ben più aride e assolate, c’è il rischio di perdere il gusto tipico del Chianti.

Gherardo Betti - Fattoria Betti
l’agronomo Gherardo Betti

<<Il guaio è proprio quello! – conclude Betti – Il clima influisce sul vino ed è un fattore che non possiamo né regolare né controllare, bisogna agire diversamente lavorando bene sulle piante e poi nella fase in cantina, cercando di tenere i vini non troppo corposi come invece tipico di quelli di Puglia o Sicilia. Si lavora di più in campagna per arrivare in cantina con uve “perfette”, ovvero con buona acidità per compensare la possibile maggior presenza di alcool all’interno dell’uva dovuto all’aumento delle temperature. Ma pur con tutte le attenzioni, per fare sempre un ottimo Chianti, il surriscaldamento climatico sembra irreversibile e ci preoccupa molto>>. 

Articolo e intervista di Francesco Sani

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Francesco Sani

Classe 1979, è giornalista pubblicista. Sopravvissuto agli anni Novanta, a quel decennio resta culturalmente e irrimediabilmente legato. Sono note le sue passioni per la musica rock, il calcio e ha velleità da fotografo.

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