Intervista a Bruno Casini, direttore artistico del Florence Queer Festival

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FLORENCE QUEER FESTIVAL, IL DIRETTORE ARTISTICO CASINI: «FACCIAMO CONTROINFORMAZIONE ED È FONDAMENTALE»

 

Nel 2002 – al teatro Puccini – andava in scena per la prima volta il Florence Queer Festival, evento che ogni anno porta alla luce piccole e grandi perle del cinema e della cultura Lgbt che altrimenti sarebbero probabilmente rimaste nascoste agli occhi del grande pubblico.

Uno degli ideatori di quello storico evento era Bruno Casini, scrittore e artista fiorentino che ora – 16 anni dopo quella prima edizione – è ancora il direttore artistico (insieme a Roberta Vannucci) della rassegna arcobaleno di Firenze.
Dal 2 al 7 ottobre – con tre eventi speciali successivi il 10, 13 e 19 ottobre – il Queer Festival è tornato nella città del giglio ed è stato proprio Bruno Casini a raccontarci l’importanza di questa manifestazione nel panorama storico e politico attuale.

Bruno Casini, prima di tutti sciogliamo un dilemma: cosa vuol dire esattamente Queer?

«Inizialmente era un termine che veniva usato in inglese in modo dispregiativo, poi all’inizio anni duemila è avvenuta una vera e propria riappropriazione del termine, che è diventato sinonimo di tutto ciò che non è eterosessuale: è sostanzialmente un termine ombrello che comprende omosessualità, bisessualità, transessualità, asessualità, intersessualità e transgenderismo. Uno dei primi ad usare la parola “queer” in questa declinazione fu lo scrittore William Burroughs».

In questo momento storico e politico, quanto è importante continuare a divulgare una cultura Lgbt?

«È molto importante ed è quello che proviamo a fare ormai diversi anni con il Florence Queer Festival: il 90 per cento del programma si concentra sul cinema, ma in tutte le nostre attività cerchiamo di fare intrattenimento e informazione allo stesso tempo. Vogliamo divertire, ma contemporaneamente è anche molto importante lanciare messaggi ben chiari».

Come nasce il Florence Queer Festival?

«È nato 16 anni fa sull’onda di altri eventi simili, come il Lovers Film Festival di Torino che quest’anno è arrivata alla trentatreesina edizione. Abbiamo iniziato al Puccini con alcune con alcune rassegne un po’ “carbonare”, a cui partecipavano solamente gli appartenenti al mondo Lgbt, poi di anno in anno ci siamo ampliati sempre più e siamo passati prima all’Odeon e ora a La Compagnia. La volontà è sempre stata quella di fare informazione e intrattenimento veicolando i temi a noi cari, ovvero quelli della cultura Lgbt».

Ora la partecipazione si è ampliata anche ad un pubblico non appartenente alla comunità Lgbt?

«Negli anni abbiamo notato una sempre maggiore affluenza di pubblico eterosessuale e oggi possiamo dire che un buon 30-35% del nostro bacino di utenza non appartenga alla comunità Lgbt. Siamo davvero molto soddisfatti dell’affluenza di questa edizione: basti pensare anche giovedì alle 15, con una giornata caldissima, c’erano in sala più di 150 persone. Bisogna inoltre aggiungere che l’ingresso non è libero, dunque questi numeri contano maggiormente e chi viene a vedere le nostre proiezioni lo fa con lo spirito di sostenerci e scoprire qualcosa di nuovo su questa cultura».

Quali sono stati i temi più discussi di questa edizione?

«L’emarginazione in tutti i suoi aspetti. Si parlerà del problema dell’Hiv con il bellissimo “1985” e poi si discuterà di omofobia, che purtroppo è sempre un tema ricorrente».

Un film tra quelli proiettati che consiglierebbe di recuperare ad ogni costo?

«Credo sia il docu-film “Calciatore invisibile” del regista italiano Matteo Tortora, (ve ne abbiamo parlato qui che parla dell’omofobia nel calcio attraverso la voce di personaggi importanti in questo settore come Alessandro Costacurta e Cesare Prandelli. Verrà presentato proprio al Florence Queer Festival e ne siamo molto orgogliosi. Inoltre siamo molto soddisfatti delle mostre che siamo riusciti a portare al festival, ovvero “Viva la libertà” di Pia Ranzotto e “La Rivoluzione da sfogliare” di Luca Locati Luciani».

In Italia ogni anno nascono nuovi eventi come il Florence Queer Festival. Sembra che finalmente sia esploso l’esigenza di divulgare la cultura Lgbt.

«È vero, oltre quelli storici di Torino, Milano, Palermo e Firenze, stanno nascendo molti altri festival Lgbt come quelli di Napoli, L’Aquila e Padova. Il clima culturale è in fermento, però purtroppo la produzione italiana di film Lgbt scarseggia: in programma abbiamo film dalla Spagna, dal Portogallo, anche dalla Grecia, ma nel nostro Paese fatichiamo a trovare opere sull’argomento».

Per quanto riguarda Firenze invece, che clima si respira?

«È una città che dà grande supporto al nostro movimento. Ci sono anche tante associazioni Lgbt, come ad esempio Ireos, che ci aiuta e sostiene il nostro Festival».

Nonostante il tanto lavoro fatto in questi anni si sentono ancora frasi come quelle pronunciate dal ministro Fontana, che ha dichiarato che le famiglie arcobaleno non esistono. La scoraggiano affermazioni simili?
«Non mi scoraggiano, ma mi spaventano perché è impensabile che nel 2018 un politico dica certe cose: basta essere un po’ attenti all’attualità per sapere che in Italia le famiglie arcobaleno sono migliaia. Proprio per questa ragione il nostro lavoro è così utile: è fondamentale continuare a fare informazione e contro-informazione per affermare la nostra esistenza».

Testo a cura di Federica Berlanda

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