Firenze queer

Firenze queer

Che cos’è il margine? Come può la queerness, in una città come Firenze, proteggere i suoi spazi e allo stesso tempo aprirli e viverli? Un’indagine su linguaggi, immaginari e vissuti di chi si è abituat* a vivere un’identità che non si conforma al concetto di normalità e cerca, quotidianamente, di trovare una propria dimensione sicura.

Vivo a Firenze dal 2008 e nonostante mi sia dovuto allontanare per ben due volte – prima a Bologna, poi a Roma – sono sempre tornato. L’impressione che si è formata col tempo nella mia mente (e parlo di impressione strettamente personale perché se c’è una cosa che ho imparato da questo vivere frammentato è che il vissuto di ogni persona può assomigliarsi senza mai riuscire a essere uno solo) è che a Firenze l’indifferenza con cui ci si tratta l’un l’altro è talmente accentuata che fa il giro e si trasforma in tolleranza, sfiorando quasi l’accettazione.

Da qualche anno, grazie alla pubblicazione del mio primo saggio Canone ambiguo, vado in giro per l’Italia a parlare di queerness – termine inglese impossibile da tradurre in italiano che è arrivato alle orecchie di centinaia di migliaia di italiani e italiane attraverso le parole di Michela Murgia, che ha utilizzato il termine per descrivere la sua famiglia d’elezione. In inglese, queer porta con sé un significato ormai in disuso che è quello di “strambo”, “ambiguo”, “inclassificabile”, “indefinibile”, che è stato ripreso proprio da coloro cui era rivolto come un’offesa – la comunità LGBTQIA+ –  che se ne è riappropriata rivendicandone la natura storta, opposta a quello che può essere considerato straight, “dritto”, “normale” per la società. 

Kristin Kis, Luca Starita

Quella sulla traduzione di queer in italiano è ancora una discussione in atto. Prendiamo ad esempio il romanzo di William Burroughs che si intitola proprio Queer: Nel 1985 la casa editrice Sugarco lo pubblica in traduzione con il titolo Diverso, mentre Adelphi nel 1998 con Checca. Entrambi i tentativi risultano inefficaci, perché, nonostante l’esattezza, nessun termine in italiano riesce, a mio avviso, a esprimere al meglio la natura più profonda del termine, che non solo rappresenta in effetti chi appartiene alla comunità LGBTQIA+, ma anche chi si avverte opposto a una norma sociale unificatrice

Non a caso, la lettera “Q” di queer è inclusa anche nella sigla, proprio per rappresentare chi fa parte della comunità LGBTQIA+ ma non si identifica con nessuna delle lettere proposte (lesbica, gay, bi, trans, intersessuale, asessuale, e così via). Queer è un’identità che rifiuta l’identità, è inafferrabile, mutevole, fluida, che non appartiene a nessuna categoria imposta ma che segue una natura personale in linea con l’espressione anche corporea del sé.

Questa introduzione, questo punto di vista, mi sono necessari per quella che vorrebbe essere una dichiarazione d’intenti. Una delle caratteristiche più importanti della comunità queer è il margine. Vivendo ai margini di una società che non le prevede, le persone queer hanno iniziato a crearsi i propri spazi dove trovarsi, a comporre un proprio linguaggio, una propria politica, fino ad arrivare a proteggerli, questi margini, e renderli quelli che sono a tutti gli effetti: safe spaces

Kristin Kis, Luca Starita

L’intento di questo spazio, per me, è quello di provare a far conoscere la “Firenze storta”, quella che vive nelle bolle che, se portate alla luce, possono rappresentare gli ambienti sicuri per chi, ancora, li sta cercando. Vorrei inoltre dedicare questo spazio a chi ancora fatica a comprendere questa “stortezza”, affinché riesca a capire che, dietro le etichette e le definizioni, esistono le persone.

Chi sono dunque i protagonisti della “Firenze storta”? Le persone queer che hanno deciso di viverci, i luoghi di aggregazione che resistono per costruire un presente in cui la diversità può non fare paura, le culture e gli immaginari terreni fertili di un futuro possibile. Sono convinto, oggi più che mai, che prendersi cura dell’altro significhi farsi conoscere e riconoscersi e in una città come Firenze, dove le strade sembrano appartenere a qualcun altro ogni giorno e sempre di più, farsi conoscere significa sopravvivere.

Foto di Kristinn Kis