Indipendenza, storie e nuovi inizi: Scarda, cantautore fuori moda (in senso buono)
Dagli album pubblicati ai nuovi progetti, dal vecchio al nuovo indie, intervista a Domenico Scardamaglio, in arte “Scarda”.
Fra una tappa e l’altra del tour estivo, arricchito di un’appendice autunnale, Scarda è passato dalla Toscana, precisamente da Monteriggioni. No, non ci siamo incontrati in uno scenario da palazzine gialle, ma in un contesto naturale, dove cerca spesso ispirazione per scrivere: «Sto scrivendo nuovi brani. Prima di questa intervista, sono uscito a camminare nei boschi: mi aiuta a mettere a fuoco le idee, ho infatti pensato al completamento di una canzone. Ho già qualche brano in cantiere e continuo a lavorare senza fretta».
Le origini e i primi passi
Ma come comincia questa storia che porterà al quarto album in studio? Con la condivisone di alcune canzoni in rete. Internet, e in particolare i social network, svolgono un ruolo fondamentale nella crescita della sua popolarità: dopo le prime pubblicazioni la voce si sparge, le visualizzazioni su YouTube aumentano e quelle canzoni registrate in casa superano presto i confini delle mura domestiche per arrivare a un pubblico che, a Vibo Valentia, diventa sempre più numeroso.
«Quando hai capito» – chiedo a Scarda – «che avresti potuto fare il cantante di professione? Te lo aspettavi?» «L’ho capito nello stesso momento in cui me lo sono chiesto» – risponde Domenico. «È successo tutto molto velocemente: ho iniziato a caricare su YouTube le mie prime canzoni, fatte in modo artigianale, e ho ricevuto subito un riscontro positivo, soprattutto dalle persone della città in cui abitavo allora, Vibo Valentia. All’inizio non è scontato: chi vive in provincia può reagire in due modi, o ti critica o ti sostiene. Nel mio caso mi hanno sostenuto e in tanti — amici, amici di amici — hanno iniziato a condividere le mie canzoni su Facebook, che allora era il social principale. Così ho cominciato a essere seguito anche da persone che non conoscevo, e da lì ho iniziato a crederci davvero». YouTube è stato un acceleratore: «Mettere i brani lì è stata una scelta spontanea, forse un po’ ingenua, ma ha funzionato».

Dopo alcuni brani condivisi in rete, la grande occasione, d’origine cinematografica: arriva infatti la chiamata per comporre la colonna sonora del film Smetto Quando Voglio. «Frequentavo spesso serate open mic, e in una di queste — che poi sarebbe diventata Spaghetti Unplugged — ho conosciuto la ragazza del regista. Mi ha registrato durante un’esibizione e ha fatto vedere il video al compagno. Poco dopo mi ha contattato per la title track. È stato un colpo di fortuna, e anche un momento di svolta: da lì è partito tutto». Dopo la colonna sonora, è il momento del primo album, I piedi sul cruscotto.
Il primo disco, l’ascesa e il boom con “Tormentone”
Tre sono gli album in studio pubblicati finora: I piedi sul cruscotto (2014), Tormentone (2018) e Bomboniere (2021). Tre tappe che segnano altrettanti snodi della crescita del cantautore di origini napoletane, lungo le quali non si presenta mai come la volta prima. «Come sei cambiato nel corso di questi tre album?» – chiedo. «C’è stata una crescita naturale fino a Tormentone, che considero l’apice di quella fase. Seguiva la scia dell’indie italiano — Dente, Brunori Sas, Vasco Brondi — che per me è stata un’enorme fonte d’ispirazione. Grazie a loro ho capito che potevo scrivere anch’io con quel tipo di linguaggio. Poi il movimento è esploso: artisti come Calcutta, I Cani, I Giornalisti hanno portato l’indie al grande pubblico, e io mi sono trovato dentro quella corrente».

È un aspetto significativo: quanti dischi hanno avuto successo anche perché il genere, in quel momento, godeva di notorietà? Se quelle stesse parole e quegli stessi accordi fossero usciti dieci anni prima o cinque anni dopo, l’impatto sarebbe stato lo stesso? Difficile dirlo. Fatto sta che Tormentone arriva in un momento di prosperità del genere: «C’era una grande energia: i locali erano pieni, il pubblico cantava sempre di più. È stato un periodo bellissimo. Dopo quell’album ci si aspettava il “grande salto” con Bomboniere, ma le cose sono andate diversamente».
Bomboniere e la fase di riflessione
«Bomboniere è stato un progetto un po’ fallimentare. È uscito in pieno Covid, e questo ha influito, ma la verità è che non ero lucido. Mi sono fatto trascinare dall’idea di dover diventare più pop, forse per emulare altri artisti che avevano avuto successo. Ho provato a rendere il suono più radiofonico, anche su consiglio di chi lavorava con me e delle major interessate. Ma questo ha snaturato il progetto: invece di dargli forza, lo ha indebolito. È stata una frenata nel mio percorso, anche se non una chiusura. Oggi sento di essermi rimesso a fuoco e di avere materiale interessante in cantiere».

Che bello quando gli artisti si mettono a nudo e si assumono la responsabilità di quelli che considerano i propri insuccessi. In effetti, Bomboniere allontana Scarda dalle atmosfere dei primi due dischi. Non per naturale evoluzione artistica, ma per un approccio studiato a tavolino. E il nuovo target, andava raggiunto con quello strumento che ha ancora una notevole influenza non solo nel far conoscere le canzoni, ma anche nel posizionarle: la radio. Cambiano struttura, musicalità e anche un po’ il linguaggio, ma il progetto non decolla.
Gli ortodossi fedeli alle origini, che non accettano il cambiamento artistico neanche quando è sinonimo di evoluzione, lo avranno schernito. Altri potrebbero invece aver conosciuto e apprezzato Scarda proprio con Bomboniere ed essere rimasti straniti quando hanno approfondito la discografia del cantante, conosciuto i primi due album e notato uno stile differente. Ma se è vero che l’artista fa musica soprattutto per sé stesso, per una necessità personale, è da riconoscere a Scarda la lucida presa di consapevolezza di quello che considera un album sbagliato. E allora, per il prossimo disco, non ci aspetteremo tanto un lavoro necessariamente simile ai primi due album, quanto un progetto inevitabilmente diverso da Bomboniere. L’approccio commerciale non sempre paga: si torna all’indie più autentico, quindi a casa.
“Sorriso” e il valore delle canzoni secondo Scarda
Le canzoni di Scarda mi ricordano quadri dipinti osservando il mondo. Ci sono cieli attraversati da nuvole, palazzine, persone che bevono un caffè e guardano serie in streaming. Sono affreschi quotidiani che cercano profondità nella leggerezza, e viceversa. In questi ritratti così variopinti, chiedo se c’è una canzone alla quale sia più legato:«Direi Sorriso» – afferma il cantante. «Non pensavo fosse il brano più forte dell’album: l’avevo messo al sesto posto, quasi come riempitivo. Poi, appena Tormentone è uscito, ho capito che era speciale. È diventata la mia canzone più ascoltata».

C’è tanto di cantautoriale nel testo: affronta con leggerezza un tema complesso come la morte, che pare addolcita da un ritmo lineare. E, mentre parla della morte, inneggia alla vita. «Mi piace perché parla di un tema difficile, la morte, ma lo fa in modo pop. Ho cercato di rendere “popolare” un argomento universale. E il pubblico l’ha capita: la ascoltano persone di età e gusti molto diversi. È ispirata a una storia vera, ma romanzata. È dedicata a una persona che ho conosciuto quando avevo sedici anni e che poi è morta, non nelle modalità descritte nella canzone. Il messaggio non è “sei morta”, ma “diciamo le cose in tempo”. Il testo parla infatti di quanto ci sentiamo sempre in tempo per dire ciò che proviamo, finché non è troppo tardi. In fondo è un inno alla vita, più che una canzone sulla morte».
Essere un artista indipendente oggi
È il turno dell’industria discografica. Scarda ha pubblicato con etichette indipendenti, frequenta poco i media e, Bomboniere a parte, resta lontano dalle dinamiche acchiappa-pubblico. Un artista indie nell’accezione originaria. «Cosa significa, al giorno d’oggi, essere artisti indipendenti – nel senso più autentico?»
«Oggi è molto diverso rispetto a dieci anni fa. Allora le piccole etichette erano esplose grazie al passaparola, dopo un lungo periodo di vuoto musicale e di dominio dei talent show. C’era fame di autenticità e i social non erano saturi; la gente si appassionava davvero a ciò che scopriva. Poi le major hanno capito che quel mondo funzionava, hanno investito nell’indie e lo hanno reso grande. Ora però il meccanismo si è raffreddato: le grandi aziende discografiche, che hanno in mano il mercato, seguono l’algoritmo dei social. Oggi per crescere servono live, festival, community. Ma è un ambiente meno democratico di prima: se infatti non entri in certi circuiti è difficile emergere. Ma senza buone canzoni, nessuna strategia funziona. Credo che oggi servano contenuti solidi, non solo estetica».
Il ruolo del cantastorie
Scarda, attraverso i testi, racconta storie. Gli chiedo che cosa significa per lui essere un “cantastorie” e quanto sia importante che le storie abbiano a che fare direttamente con la sua vita: «Essere un cantastorie oggi significa portare avanti la tradizione dei cantautori classici, da De André in poi, con una sensibilità contemporanea» – afferma Scarda.
«Mi piace raccontare quello che vedo, filtrandolo con il mio sguardo. Le esperienze personali contano: più vivi, più osservi, più hai qualcosa da dire. Se ti chiudi in una bolla, la fantasia si spegne. Io scrivo meglio quando vivo intensamente, anche nei momenti difficili. È vero: spesso dal dolore nascono le canzoni più sincere. Anche se non sempre è così: penso a Jovanotti, che riesce a scrivere della felicità in modo credibile e luminoso. È raro, ma bellissimo».

I riferimenti e le influenze di Scarda
A proposito di De André e dei cantautori classici, chiedo a Domenico quali siano i suoi punti di riferimento musicali, di solito decisivi nella crescita di un artista: «Come molti adolescenti sono partito dal rock classico: Pink Floyd, The Doors, Rolling Stones, Beatles, ma anche Nirvana e Radiohead. Poi, con gli anni, mi sono avvicinato al cantautorato. De André e Battisti sono i miei fari. De André, in particolare, mi ha influenzato nel linguaggio e nella costruzione dei testi: la rima baciata, che uso spesso, nasce da lì. E poi ci sono Dalla, Battiato e Guccini: mi emozionano ogni volta che li ascolto».
Social network e creatività
Uno degli aspetti interessanti della carriera di Scarda riguarda il ruolo fondamentale che hanno giocato i social network, nel favorire la conoscenza delle sue canzoni.Che i social media siano ormai parte integrante dell’attività di comunicazione di un’artista è risaputo: se un tempo gli uffici stampa curavano i rapporti con i media tradizionali, oggi hanno anche il compito di presidiare e gestire la presenza online del cantante o band di turno. In certi casi, non se ne occupa neanche l’ufficio stampa: tocca alle agenzie di marketing e comunicazione.
Un segno dei tempi di come la visibilità online sia sempre più strutturata e al centro della cura dell’immagine dell’artista. E se è vero che molti artisti e gruppi promuovono, con campagne pubblicitarie ad hoc, i loro album e le loro tournée, nel caso di Scarda mi sembra significativo il fatto che la diffusione (le agenzie di comunicazione parlerebbero di “viralità”) delle sue canzoni (il marketing parlerebbe di “contenuti”) sia avvenuta attraverso condivisioni spontanee degli utenti sui social (processo che la sociologia definirebbe “dal basso”). In altre parole: Scarda ha pubblicato delle canzoni che sono piaciute, e che sono state a loro volta condivise in modo spontaneo e destrutturato. Non ha inseguito nessun gusto musicale, non ha cercato di compiacere l’algoritmo: il web ha premiato la farina del suo sacco.

Ma è sempre possibile adottare un approccio così genuino e lineare? E il modo in cui oggi le major gestiscono gli artisti, dentro e fuori i social network, limita la loro creatività? «Sì, assolutamente. I social hanno democratizzato la musica: chiunque può farsi conoscere. Ma ora c’è troppa offerta e la domanda non sa più cosa vuole. Tutto ruota intorno all’algoritmo: nelle riunioni delle major si parla di trend, claim virali, TikTok. Si ragiona in termini di numeri, non di valore artistico. Si finanziano dieci progetti nella speranza che cinque funzionino, anche senza un’identità precisa.
Il risultato è l’omologazione: stessi testi, stesse melodie. Eppure, le regole del marketing suggeriscono il contrario: una cosa funziona quando si distingue, non quando si uniforma. Ma manca il coraggio di rischiare. Anche perché, chi si prende questa responsabilità, rischia grosso: il guadagno, quando non addirittura il posto».
Progetti futuri
Alla fine della chiacchierata, chiedo quali siano i progetti futuri: «Continuerò a suonare dal vivo, anche per sostenere economicamente il progetto. Se troverò un’etichetta che mi lasci libertà, bene. Altrimenti farò da solo. Magari nel 2026, o al più tardi nel 2027, ci sarà un nuovo album. E stavolta, spero, davvero mio».
Foto: Lorenzo Nardi