Zen Circus foto di Ilaria Magliocchetti Lombi

La fragilità è reale. Intervista agli Zen Circus

Con il nuovo album Il Male, gli Zen Circus – in concerto a Firenze il 5 dicembre – tornano a mettere le mani nel presente. In undici tracce dense e mai superflue, la band attraversa fragilità, nostalgia e responsabilità, senza la pretesa di essere morale. Non è un disco che consola: piuttosto, apre spiragli. E invita a fare pace con il dolore. Ne abbiamo parlato con Massimiliano Schiavelli, soprannominato “Ufo”.

Sono le domande, più che le risposte, l’eredità lasciata dall’ultimo album in studio degli Zen Circus. Un disco che rompe con la narrazione imperante dei media, tradizionali e non: davvero è tutto così perfetto? Che spazio lasciamo al dolore nelle nostre vite e nelle rappresentazioni che ne diamo, ad esempio tramite i social network? Sembra che abbiamo espulso il male dall’immaginario pubblico, a favore di una sublimazione dell’io individualista.

Per continuare ad alimentare dubbi, domande e incertezze, Andrea Appino (voce, chitarra, armonica), Massimiliano Schiavelli (basso, cori) e Karim Qqru (batteria, washboard, cori) hanno pubblicato undici canzoni che compongono l’album chiamato – non a caso – Il Male. Fra i supporti audio c’è anche un vinile nero a tiratura limitata, impreziosito da un’illustrazione di Enzo Sferra, storico disegnatore della rivista satirica omonima.

Un disco autoproclamato

L’album non ha avuto un vero momento d’inizio: «È difficile dire quando abbiamo iniziato a lavorarci, così come per tutti gli altri» – afferma Ufo. «Terminato l’ultimo tour siamo andati in sala prove da Andrea e ci siamo accorti che, alla fine di ogni ritrovo, venivano fuori uno, due brani fatti e finiti.

Abbiamo seguito quell’onda e, dopo quattro o cinque pezzi, ci siamo resi conto che il tema ricorrente era quello del male. È come se il disco si fosse autoproclamato. Visto che il sistema funzionava, abbiamo deciso di registrarlo in modo semplice e basico, per rispecchiare il lavoro fatto in sala prove. È bello scoprire che, arrivati al dodicesimo album, abbiamo ancora qualcosa da dire».

Zen Circus foto di Ilaria Magliocchetti Lombi

Dal personale al collettivo, il male si prende la scena

Se il male viene nascosto, ignorato o trattato come polvere da mettere sotto il tappeto, con approccio anticonformista e anticonvenzionale (addirittura anti-biografico, nel caso del loro romanzo “Andate tutti affanculo”) gli Zen Circus scelgono di ribaltare la narrazione: «L’immagine che diamo di noi, tra vacanze, cene, aperitivi, nasce già negli anni ’80, con il “think pink”, la psicologia spicciola, il pensiero positivo.

Cerchiamo sempre di risolvere tutto nel bene. A furia di delegarlo altrove, adesso il male non solo emerge: vende addirittura molto. Abbiamo voluto prenderlo di petto, per ricordare – e ricordarci – che non ha una provenienza metafisica: ha una radice dentro di noi. Va vista, capita e abbracciata per diventare utile, a noi e agli altri.

Nel disco abbiamo provato a interpretare il male in tutte le sue dimensioni: interiore, relazionale, sociale, mondiale. Dal personale abbiamo cercato di andare, come altre volte, nell’oggettivazione più ampia, sociale: siamo curiosi di sapere i feedback di chi ascolterà le canzoni. Una consapevolezza maggiore di come sono state recepite credo che ce la darà il tour».

Le immagini che ci raccontano

Il Male richiama l’attenzione alla costruzione dell’immaginario mediatico: immagini che invadono le nostre vite e che contribuiscono a definire – o deformare – identità e narrazioni. Immagini che costruiscono e riedificano l’identità di una persona e che plasmano le percezioni. L’ascolto dell’album non è affatto agevole: più che una sequenza lineare, è un corpo che si muove sottopelle. Pubblicare canzoni così scomode può sembrare rischioso: è un atto di coraggio o di responsabilità?«Credo che ci sentiamo come sempre: dei rompicoglioni» – sorride Ufo.

«È giusto che esista la musica consolatoria o d’intrattenimento, ma a noi piace fare i guastafeste. Se ripenso alla nostra carriera, non so quanto ci sia coraggio e quanta incoscienza. Ma una forma di responsabilità c’è: sappiamo che il nostro pubblico ascolta con attenzione, medita, talvolta replica alle nostre canzoni».

“Il Male” è un mosaico che si compone traccia dopo traccia: ogni brano aggiunge sapore e significato all’intera opera. Non è un concept album nel senso tradizionale del termine, ma dal concept trae la struttura organica lungo la quale gli Zen Circus approfondiscono il tema del male nelle sue varie accezioni e articolazioni.

Come se ciascun pezzo risultasse necessario, come se ogni traccia avesse un ruolo: «Di solito in ogni disco c’è sempre un brano che convince meno qualcuno di noi, o che non convince nessuno dei tre. Con questo, invece, non è successo. Se nella nostra carriera abbiamo sbagliato qualche canzone, questa volta siamo contenti di tutto».

Zen Circus foto di Ilaria Magliocchetti Lombi

Fragilità, immagine e giudizio: come si appare è più importante di come si è?

Fra il dolore e l’immagine pubblica che non tollera fragilità, fra l’imperfezione e il giudizio altrui, pesa l’idea di dover apparire impeccabili? «Sicuramente. E i nodi, prima o poi, vengono al pettine. Se allarghiamo il discorso, siamo finiti a rimpiangere il Novecento e a pensare che si stesse meglio. Il secolo scorso ha avuto lati positivi, ma anche tragedie enormi.

C’è un aspetto consolatorio per il quale sembra che sia stato tutto bello; sorrido quando rileggo spunti legati alla new age, al fatto che avremmo dovuto diventare la versione migliori di noi stessi, che però non è arrivata. Anche dopo il Covid avremmo dovuto essere migliori, ma non è successo. Dobbiamo allora aprire una riflessione: visto che il malessere c’è, forse è il caso di abbracciare un processo di elaborazione del dolore, personale e collettivo».

Novecento: il brano manifesto degli Zen Circus

C’è un altro sentimento che ormai ha fatto capolino nei media da diverso tempo, talvolta parente stretto della malinconia: la nostalgia. Fra rievocazioni e rimpianti di un passato in cui si stava meglio quando si stava peggio, il Novecento sembra esercitare un fascino anche su chi non l’ha vissuto.

Siamo sicuri che non sia l’effetto nostalgia di chi rimpiange il tempo andato perché oggi ha sicuramente più anni di quanti ne aveva allora? «Oggi c’è una neo-nostalgia che vivono anche i ventenni» – riflette Ufo. «C’è nostalgia di tutto: il passato si ripropone in tutte le salse. Sembra che ci blocchi la paura di andare avanti, e così rimaniamo ancorati a ciò che è già trascorso».

Non è un caso che una canzone dell’album si chiami proprio Novecento: una riflessione su un secolo che continua a esercitare attrattiva e idealizzazione.

Zen Circus Il Male

A chi consigliano il male gli Zen Circus?

«Forse a chi crede di avere la verità in tasca» – risponde Ufo. «Da allegri fatalisti, siamo convinti che in tanti, prima o poi, dovranno farci i conti con questo male. La speranza è che il disco venga compreso il più possibile».

IL male e il tour degli Zen Circus

Gli Zen Circus si preparano al tour, al via il 28 novembre dall’Hall di Padova, con tappa a Firenze il 5 dicembre al Teatro Cartiere Carrara. Cosa dobbiamo aspettarci? «Dopo un periodo di stop, abbiamo tanta voglia di tornare a fare concerti. Sarà un tour improntato sul valore della band: abbiamo una bella scaletta, non vediamo l’ora di fare un po’ di casino».

Foto: Ilaria Magliocchetti Lombi

Giornalista pubblicista, copywriter e social media manager. Alla costante ricerca di storie da raccontare.