Le nostre Star Wars

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In questi giorni di follia collettiva per l’ultimo episodio di Star Wars – Il Risveglio della Forza anche noi abbiamo la nostra recensione. Senza nemmeno l’ombra di uno spoiler, non temete!

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Uccidere il padre o unirsi al lato oscuro della Forza? La trilogia storica di Star Wars altro non è che la rilettura moderna del complesso di Edipo: Luke rinnega il padre e si rifiuta di prenderne il posto. Trenta anni dopo la saga prosegue, e altri figli devono decidere quale strada prendere. Come può fare J.J. Abrams a portarci oltre Guerre Stellari? Come fare ora che il padre, George Lucas, ė ricco, un po’ rimbambito e palesemente inadatto ad accontentare il pubblico del Duemila?

Uccidere il padre, o seguirne l’esempio?

Abrams ė un tipo coraggioso, talmente innovativo da dare vita a veri e propri universi. Sa coniugare estetica retro e mondi futuribili; nessuno meglio di lui può riesumare un mondo ideato quaranta anni fa, conciliando le aspettative dei fan più esigenti e le ansie da prestazione al botteghino. Se qualcuno poteva salvare Guerre Stellari, era lui. E l’ha fatto.

Il Risveglio della forza oscilla tra sequel, omaggio e reboot della saga originale. La trama ricalca l’Episodio IV; c’è tutto quello che ci si aspetta e per cui amiamo Star Wars. Robot ligi agli ordini, truppe d’assalto incapaci di centrare qualsiasi bersaglio, dialoghi eccezionali. Il pubblico vuole l’azione e Abrams non lascia calare l’attenzione neanche per un secondo. La caratterizzazione dei personaggi è più approfondita che mai, perché le vere Guerre Stellari sono i conflitti interiori.

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Sono le microstorie a creare l’Universo: non vogliamo (solo) la distruzione della Morte Nera, vogliamo che Han Solo e Leia si bacino, e che Luke si riconcili con Anakin. Senza quei turbamenti così simili ai nostri Star Wars sarebbe solo l’ennesima lotta per il potere, allegoria di una Guerra fredda o di qualche guerriglia latinoamericana. In fondo, chiediamo sempre la stessa cosa: rendere i personaggi complessi come noi, e farci credere di poter essere come loro.

Perché asettici cloni e non soldati con un flusso di coscienza e un libero arbitrio? Perché non riproporre il collaudato trio cavaliere Jedi, pilota infallibile e individualista pentito? Il gioco funziona, anche e soprattutto a genere invertito. E accanto alle facce nuove, naturalmente, ci sono loro: Han Solo, Leia e Luke. Tra soldati renitenti e Sith in crisi di identità, a farla da protagonista è ancora l’epopea degli Skywalker: ancora bellissimi, con le rughe di chi ha sconfitto l’Impero e gli Anni Ottanta.

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Per rincorrere i figli dei primi fan, la Disney aveva deluso i padri: della più grande saga della storia del cinema puoi sbagliare un prequel, ma non come va a finire. I rischi erano enormi, e se Abrams ha peccato lo ha fatto per troppa fedeltà. Ha scelto di unirsi al padre e seguirne l’esempio: fedele alla linea, forse anche troppo.

Per una volta il padre non viene ucciso. La novità è di facciata, ma poco importa. Abrams ci ha dato esattamente ciò che volevamo. Ora che ha dimostrato di meritare la nostra fiducia, può uccidere il padre: poi, finalmente, potremo uscire dal cinema e tornare a combattere le nostre personalissime Guerre Stellari.

Certi che tanto tempo fa, in una galassia lontana, le abbiamo stravinte.

Alessandro Bezzi

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