Matteo Grimaldi: identità, scuola e cultura
Incontro con lo scrittore e insegnante Matteo Grimaldi, autore del romanzo per bambini “Alias”.
Per Matteo Grimaldi, scrittore e insegnante, lo spazio sicuro è fatto di voci bambine, risate, domande improvvise e silenzi che sanno ascoltare. Nato a L’Aquila, vive e scrive a Firenze da dodici anni e la sua è una scrittura che parte dall’esperienza personale e si rivolge a chi, nella fase più fragile della vita, ha bisogno di riconoscersi e sentirsi accolto. Attraverso romanzi per bambini e adolescenti come Alias, Tutta colpa del buio, Il violino di Filo e La famiglia X, Grimaldi racconta storie che parlano di identità, amicizia, perdita e diritti.
Il trasferimento a Firenze è avvenuto per necessità e per legami affettivi. Dopo il terremoto che nel 2009 ha colpito la sua città natale, due suoi amici stretti si erano già trasferiti nel capoluogo toscano. Finita l’università Matteo ha deciso di raggiungerli. «Non avevo un lavoro, non avevo certezze, ma sentivo che dovevo spostarmi. Firenze mi dava una sensazione diversa, come se mi aspettasse qualcosa di nuovo, anche se non sapevo cosa». Da allora sono passati dodici anni, in cui ha trovato casa, lavoro e un orizzonte creativo.

«Io quando chiudo la porta della mia aula, sento di entrare in un posto vero. È lo spazio più autentico che ho. Tutto il resto, la società, i social, l’apparire, mi sembra una costruzione artificiale. In classe con i bambini tutto questo svanisce, i bambini sono autentici perché difficilmente riescono a fingere, infatti se sentono che sei artefatto non si fidano, ma se ti vedono per quello che sei si aprono e si raccontano. E questa relazione vera è lo spazio più sicuro che conosco».
Lo spazio sicuro non è tanto un luogo fisico, ma una condizione dell’essere. Nonostante esperienze di discriminazione subite online, tanto da dover agire per vie legali, in città Grimaldi non ha mai vissuto situazioni in cui si sia sentito in pericolo. «La mia è una vita molto ritmata: lavoro, casa, scrittura. Non cerco visibilità queer, non cerco luoghi in cui essere riconosciuto per forza. Cerco spazi veri, sinceri, dove non ci sia bisogno di performance». Firenze, in questo senso, ha rappresentato un paradosso: «Con un amico la chiamavamo “la roccaforte” come se certi atteggiamenti violenti, razzisti, omofobi, qui non riuscissero ad attecchire davvero. È una città che ti lascia in pace, anche se non ti accoglie fino in fondo. Come mi è successo per esempio a Londra, a Firenze sento che è possibile sentirsi inosservati, liberi di essere chi si è, senza il bisogno costante di spiegarsi. È vero però che a volte non ci si sente nemmeno abbracciati».
In questa tensione tra distanza e libertà, Matteo ha costruito un modo personale di abitare la città: «Non c’è un punto di convergenza, come a Bologna o a Roma. Qui sembra che ognuno sia una piccola isola, con i suoi codici, ma proprio per questo, se non cerchi di farti notare, puoi semplicemente essere. E per me, che ho sempre vissuto con una certa riservatezza, è anche una forma di libertà». La scrittura come la scuola è una forma di relazione. Alias è il suo ultimo romanzo, pubblicato da Giunti Editore (2024), e si rivolge agli adolescenti, affrontando il tema dell’identità di genere con delicatezza e forza. Ian, Gea, Chloe e Pietro sono ragazzi e ragazze che devono fare i conti con se stessi, con la società, con l’imperativo di “essere” qualcosa che spesso non coincide con ciò che sono davvero.
«Ho scritto Alias perché credo che in Italia siamo molto indietro su questi temi. Solo 400 scuole in tutto il paese hanno attivato la carriera alias, eppure ci sono tanti studenti e tante studentesse che non vivono serenamente la propria identità. La scuola, e soprattutto chi ci lavora, ha la responsabilità di creare ambienti protetti e informati, serve conoscenza, empatia, ma anche la volontà di stare accanto senza giudicare». L’identità, per Matteo, non è una casella, ma una struttura portante. «L’identità è una forza. È come ci vediamo, ciò che ci rappresenta. Non solo l’identità sessuale, ma tutta l’immagine di sé. La scuola deve aiutare i bambini a sviluppare sicurezza in questo, a sentirsi riconosciuti e al sicuro, perché è da lì che parte tutto».
Nei suoi libri, le storie diventano strumenti per costruire empatia: Il violino di Filo, per esempio, è ambientato in una città colpita da un terremoto, un chiaro riferimento a L’Aquila 2009. Tutta colpa del buio racconta un’estate rovente e l’incontro con un uomo misterioso, tra paure e nuove consapevolezze. La famiglia X invece racconta la storia di Michael, ragazzo affidato a una coppia di papà. In ognuna di queste opere, Grimaldi inserisce frammenti della propria esperienza, ma li trasforma in materia viva, universale.
«Penso che ogni ragazzo e ogni ragazza debba entrare in contatto con storie diverse dalle proprie. Solo così si impara a comprendere l’altro. Attraverso libri, film, storie, queste sensibilità circolano più liberamente. La narrazione è uno strumento potente di trasformazione».

Proprio mentre il discorso pubblico sembra polarizzarsi, la scuola resta un baluardo di concretezza. «Quando sono in classe, non devo preoccuparmi di dimostrare qualcosa perché i bambini non chiedono spiegazioni ideologiche, vogliono sapere se sei sincero. E se lo sei ti seguono. Se sei arrabbiato lo capiscono, se sei felice lo sentono. Non ci sentiamo giudicati da nessuno: è questo il rapporto che si deve creare».
Per Matteo, la scrittura per ragazzi non è un genere minore. «Scrivo per l’infanzia perché credo che lì si giochi tutto. I bambini sono lettori attenti, onesti, non puoi barare, è proprio quando siamo piccoli che si forma il modo in cui si guarda il mondo. Se riusciamo a farli entrare in contatto con la diversità, con il dubbio e con la fragilità, allora abbiamo già costruito qualcosa».
Guardando Firenze da questa prospettiva, si entra in contatto con una città che diventa un teatro silenzioso, non ha il calore di altre metropoli, ma offre spazi laterali, percorsi possibili. Firenze può sembrare a tratti un luogo che non accoglie, ma anche uno che non respinge, ha un suo equilibrio storto, fatto di distanza, rispetto e crescita.
Illustrazione “David” di Juliet Boom