FLINTA* Open Mic: un palco per le voci marginalizzate
Come nasce, come funziona e perché il progetto FLINTA* cambia le regole della scena artistica fiorentina
In Germania è un termine consolidato, in Italia ancora poco conosciuto e spesso discusso. FLINTA* significa donne, lesbiche, persone intersex, non binarie, trans e agender, mentre l’asterisco è aggiunto per indicare un gruppo più ampio di persone la cui identità di genere non è specificamente menzionata, ma che sono comunque incluse. Un acronimo usato per indicare quindi un gruppo di persone che non sono uomini cisgender, e che sono spesso oppressə, marginalizzatə e limitatə dal patriarcato, specialmente nei contesti artistici e sociali.
A Firenze, da qualche mese, queste voci hanno trovato uno spazio dedicato: il FLINTA* Open Mic, un palco libero dove la regola principale è l’ascolto.
L’idea nasce dall’esperienza di Teresa, Laura e Tao, che hanno trasformato anni da spettatricə e frequentatricə di open mic, fiorentini e non, in un progetto collettivo. «Non c’è stato un episodio solo», racconta Teresa. «È stato un susseguirsi di serate, soprattutto musicali. A Berlino avevo frequentato diversi open mic e serate FLINTA* e, tornatə a Firenze, mi sono accortə di quanto mancasse qui uno spazio simile, che nei palchi che frequentavamo ci fosse poca rappresentazione queer o femminile. Così con Laura abbiamo deciso di fare qualcosa. Tao è arrivat* poco dopo e ha portato entusiasmo e nuove energie.»
Laura aggiunge: «Abbiamo passato anni a frequentare open mic e concerti, osservando, dal pubblico, cosa veniva proposto. Questa esperienza ci ha fatto capire ancora di più l’importanza e l’urgenza di uno spazio che desse voce a chi solitamente resta ai margini».

Come funziona una serata FLINTA*
La formula è semplice ma curata in ogni dettaglio. «Cerchiamo spazi che possano ospitare l’open mic in maniera gratuita», spiega Teresa. «Per noi è importante che la partecipazione resti accessibile. Apriamo una call su Instagram e raccogliamo le adesioni di chi vuole portare musica, poesia, monologhi teatrali, performance drag, live painting: ogni proposta artistica è ben accetta! Cerchiamo di dare la priorità a chi non si è ancora esibit*, ma notiamo anche che molte persone tornano: segno che si sono sentitə bene durante le nostre serate».
L’organizzazione prevede una scaletta, che spesso cambia nel corso della serata, «perché c’è spesso chi si aggiunge all’ultimo. Ed è proprio questo il bello della diretta», dicono. «Chiediamo sempre i pronomi di chi si vuole esibire, per presentarlo o presentarla, oltre a una breve descrizione da leggere sul palco. Non è solo presentare, è creare un contesto accogliente, uno spazio sicuro.»

Ascolto, rappresentazione e difficoltà
Fuori da questi spazi, le difficoltà sono ancora forti. «Il problema non è solo salire sul palco», spiega Teresa. «Spesso manca la sensazione che dall’altra parte ci sia un pubblico pronto ad ascoltare davvero, c’è la paura di non trovarsi in un contesto safe.»
Laura insiste sul valore dell’atmosfera: «Quello che si nota al FLINTA* open mic è il silenzio, l’ascolto. In tante altre serate non esiste. Qui, invece, si crea un’attenzione reciproca che incoraggia chi normalmente, in contesti artistici, non si sentirebbe rappresentat*. La rappresentazione permette di riconoscersi in qualcosa, e questo fa venire voglia di esporti. Abbiamo visto persone sentirsi finalmente a proprio agio e farsi avanti.»
Un episodio resta per loro emblematico: «Al nostro secondo open mic, al Bookstage», racconta Laura, «una ragazza mi disse che, dopo aver assistito allo spettacolo, le era venuta voglia di scrivere. La condivisione allarga la partecipazione: quello che succede sul palco diventa ispirazione per chi ascolta».

Inclusione vs esclusione: il dibattito sull’acronimo FLINTA*
L’acronimo FLINTA* è stato ultimamente al centro di polemiche. Non tutti lo considerano davvero inclusivo: c’è chi sottolinea che lasci fuori persone ugualmente marginalizzate, come uomini gay o bisessuali.
«Ce lo siamo chiestə anche noi prima di iniziare», dice Teresa. «All’inizio avevamo pensato a un open mic queer in generale. Sappiamo che la sigla non è esaustiva, ma l’asterisco apre ad altre definizioni. Noi non vogliamo fare la “polizia delle identità”: spieghiamo il senso del progetto e poi sta a ciascunə decidere se partecipare o meno. Per noi significa dare spazio a chi ne ha meno, non toglierlo ad altri. Quello che proponiamo è un contributo che si inserisce in un tessuto sociale dove c’è tanto altro, e ciò non vuol dire assolutamente che non esistano altre esperienze di discriminazione e di disagio.»
Dall’esistenza stessa dell’acronimo FLINTA* sorgono tuttavia confronti che, come spiega Laura, altrimenti non esisterebbero. «Lo spazio dedicato crea dialogo. Ci sono maschi cis etero che ci hanno chiesto informazioni, e nel momento in cui questo confronto avviene, spesso si genera rispetto. È un’occasione di educazione reciproca.»

Dall’8 marzo a Berlino: la questione degli spazi riservati
La questione non riguarda solo Firenze. All’ultima manifestazione dell’8 marzo, Non Una di Meno ha riservato la testa del corteo a FLINTA*, una scelta che ha diviso. «Non ho una risposta definitiva», riflette Teresa. «Ma credo che concentrare tutte le energie nel criticare quella decisione sia un errore. È più utile chiedersi cosa si può fare per contribuire, anche se non si condivide fino in fondo la scelta. Gli spazi separati a volte servono, anche solo per ridurre i danni dopo episodi di violenza vissuti nei cortei.»
Intanto, a Berlino, una petizione ha raccolto oltre 15mila firme per creare vagoni FLINTA* nei trasporti pubblici. «Gli spazi riservati non bastano», dice Teresa. «Il problema è culturale: la risposta deve essere collettiva. Gli spazi safer possono ridurre i rischi, ma l’obiettivo è che un giorno non ce ne sia più bisogno».
Laura aggiunge: «Il fatto stesso che servano è un segnale grave. Però gli spazi condivisi tra chi ha vissuti simili ti insegnano molto: è lo spazio stesso a educare».
Costruire una rete FLINTA*: pratiche future e visione condivisa
Nonostante i dibattiti, Teresa e Laura non hanno dubbi: il futuro di FLINTA* Open Mic è quello creare di una realtà sempre più collettiva. «Non vogliamo essere un gruppo chiuso in cui entri solo se ci conosci», sottolineano. «A settembre abbiamo organizzato la nostra prima assemblea a Lumen ed è stata molto partecipata. L’obiettivo è continuare a fare rete, includere chiunque voglia portare il proprio contributo e organizzare sempre nuovi eventi. Siamo apert* a qualsiasi persona che voglia entrare e voglia aiutarci in questo progetto.»
Il FLINTA* Open Mic non è solo un palco libero: è un laboratorio politico e culturale, che porta a Firenze una domanda urgente. Cosa significa, oggi, costruire spazi che siano davvero sicuri, accoglienti e trasformativi?