Le parole da indossare dei gioielli di Fabio Corsini

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Un orafo, Fabio Corsini, visto da un poeta, Emiliano Cribari. Un incontro all’insegna della poesia e delle parole, da abitare, da navigare, da indossare.

Mani che lavorano

C’è un filo sottile che collega il mare alle parole, la poesia ai boschi, i gioielli alla terra. Incontro Fabio fuori dal suo laboratorio. Mi viene d’istinto chiamarla subito bottega. Sarà che sento forte la presenza di mio nonno: falegname in Santo Spirito, fotografo, collezionista di piccole cose. Viene a trovarmi quello stesso odore di mani che lavorano. Una tavola di legno, la voce di una radio, una luce – fioca – a incandescenza: fotogramma in bianco e nero di una passione, congenita, che scotta.

artigianato gioielli corsini

Indossare parole…

Già quando era bambino, Fabio osservava suo padre – orafo – creare gioielli e immaginava il proprio futuro. Mi siedo e aspetto che si inizi a parlare di tecnica. Di come nasce un gioiello. Invece finiamo per parlare tutto il tempo di poesia. Fabio ama la poesia e scrive versi. Da quando è ragazzo. Per distendere le vene, per sfogarsi. Per sfinire di parole il dolore, la rabbia, la frustrazione. Ne scrive tante, all’inizio. Di getto. Seduto su uno scoglio, davanti al mare. Ma non le fa leggere a nessuno. Poi, con il tempo, le parole iniziano a snellirsi. Ad asciugarsi. Ad addolcirsi, anche. Si disfano di ciò che è superfluo e si sfinano, si alleggeriscono. Perdono peso e acquistano efficacia. Abitano con piacere la metrica circolare dei gioielli. Penetrano, incidono. Le prime parole che Fabio incide sui suoi gioielli sono parole nate al mare. Via di fuga e riposo, approdo.

Fabio ha addosso il tormento visionario di chi è perennemente in viaggio. Dopo l’Istituto d’Arte, iniziò subito a lavorare. I primi tempi come dipendente in un’importante manifattura orafa. Poi il padre aprì un negozio e Fabio lo raggiunse. Consapevole che da lì, in quel contesto intimo e familiare, sarebbe finalmente riuscito a esprimersi, a vibrare, a sperimentare la materia come emanazione di libertà.

Nacquero così le prime mostre. Quelle che Fabio oggi guarda con tenero distacco. Ché la poesia non può stare in gabbia. La poesia vera abita in strada, tra la gente. Serve. E un gioiello, per Fabio, è pura poesia. Non può stare dietro un vetro a specchiarsi dentro gli occhi veneranti della gente. Ha bisogno di uscire. Di gioire di una goccia di pioggia caduta nel museo delle mani. Di camminare. Di tornare all’origine, nella natura. I gioielli di Fabio sono semplici, per tutti. Parlano una lingua spicciola e preziosa, raffinata e popolare. Sono parole da indossare. È questa l’idea, è questa la rivoluzione: prima la scrittura, poi il gioiello. È la scrittura che rende prezioso il gioiello, non il contrario. Cambia la prospettiva, la velocità con la quale si guarda il mondo.

Bracciali di Fabio Corsini

… per una storia da raccontare

Quello di Fabio è un invito a rallentare. A non farsi azzannare dalle fauci ingorde del consumismo. A ritornare alla natura come fonte inesauribile di saggezza. Nella natura c’è tutto. È dentro la natura che va cercato l’equilibrio, individuale e collettivo, fisico e morale. Ed è stata la natura – in questo caso ancora il mare – a dare a Fabio l’idea per la sua ultima linea di gioielli: i frammenti di vetro che il lavoro congiunto del vento, dell’acqua e delle rocce ha faticosamente consegnato al bagnasciuga. Fabio apre un cassetto e me ne mostra decine, centinaia. Li ha raccolti negli anni, per anni, come se quest’idea – di questi vetri che diventano uno sguardo marino sul collo – avesse sempre abitato in lui. Indossare una storia che ha navigato. Che ha viaggiato per mesi, per anni. Chissà da dove. Chissà perché. Fabio ha tra le mani una di queste collane e dà i brividi, pensare che a plasmare questo vetro sia stato l’artigiano del mare. Non l’uomo, ma il mare.

Così ogni vetro è un’avventura, una forma e una misura che non sono replicabili. «A mare», scrive Fabio sulla pelle salata di questi vetri. E i punzoni affondano come scialuppe tra le onde. A mare. La emme scivola sul pavimento bagnato del laboratorio e finisce addosso alla a. Amare. Eccolo, allora, il filo sottile che collega il mare alle parole, la poesia ai boschi, i gioielli alla terra: l’amore. Per la vita quando insegna a sognare, a credere – sempre – in un futuro migliore. Fabio l’ha imparato pazientando, soffrendo. Quando il padre dovette chiudere il negozio e lui fu costretto a sotterrare il proprio estro, la propria creatività. Tornando come dipendente nell’azienda in cui aveva lavorato anni prima.

Il coraggio di crederci

Furono tempi difficili. Di silenzio creativo, di frustrazione. La crisi economica globale travolse anche l’Italia. Le dinamiche lavorative interne all’azienda si fecero sempre più aspre. A Fabio giunse presto la notizia della cassa integrazione. E questa fu la scintilla. L’opportunità segretamente desiderata per riprendere a creare. Ne nacque infatti una linea di gioielli incentrata essenzialmente sulle parole, che tramite un negozio di oreficeria Fabio riuscì a proporre all’interno di una fiera in Francia.

Gli occhi di Fabio si illuminano, al ricordo. Guardano fuori dalla finestra. Quasi si imbarazzano, mentre la voce racconta il momento in cui videro l’ordinativo arrivato dalla Francia. Era il segno che una nuova avventura sarebbe finalmente potuta iniziare. Così Fabio poté licenziarsi dall’azienda e cominciare nuovamente a dare sostanza alle proprie idee. Naturalmente non da solo ma accanto a suo padre. Quando parla di suo padre, Fabio ha negli occhi una gratitudine profonda. Che affiora anche nel tono della sua voce quando racconta delle prime persone che gli dettero fiducia, acquistando i suoi gioielli.

C’è una frase in particolare, tra quelle che si possono far incidere su alcuni gioielli, che cattura la mia attenzione: «con sogni al vento posso volare». La fisso. Ci faccio un giro intorno con la matita. La passo da una parte all’altra della mente. Del cuore. La assaporo. Poi, appunto su un foglio alcune parole: «fiducia», «libertà», «perseveranza», «mare». E infine, ovviamente, «poesia». Ché «a mare» – Fabio lo sa – significa soprattutto navigare, poeticamente, il mondo.

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