Super Duper Hats, raw power

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Seguaci della nuova forma di concepire e rispettare la moda, Superduper Hats ci ospita nel loro showroom e laboratorio fiorentino presso Manifattura Tabacchi, per parlare di progetti, ecosostenibilità e compleanni.

Entrare all’interno della base operativa dei ragazzi di Superduper non è una cosa banale. Abbiamo cercato di farvi capire perché.

super duper

Cominciamo con la nuova collezione. Cosa avete voluto esplorare, o portare avanti, rispetto alla stessa stagionale dello scorso anno?

Matteo/ Sicuramente nella collezione autunno-inverno 2020, c’è stata una presa di consapevolezza e di coscienza ulteriore rispetto a quei temi che già da tempo sono diventati fondamentali per Superduper. Più che nelle precedenti stagioni, infatti, siamo riusciti a trovare e tradurre il principio di eco-sostenibilità anche nella funzione estetica. Ovviamente sono gli stimoli che regolano la nostra vita creativa che ci portano verso un oggetto pensato e realizzato in un certo modo, ma soprattutto che abbia una reale sostenibilità. 

In un’epoca dove tutti parlano di green, ma dove poche aziende riescono realmente a farlo, se non attraverso progetti comunicativi che servono più che altro a pulirsi la coscienza, noi che possiamo realmente essere verdi abbiamo deciso di tramutare il concetto in applicazione. Sia dal punto di vista manifatturiero, quindi internalizzando ulteriormente parti di produzione, sia trovando traduzioni estetiche che potessero essere percepite come più ‘raw’ – grezze. Naturalmente imperfette e che evidenziassero il riavvicinamento a un concetto di ‘sporco’, perché più vicino alla terra.

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Illustrazione di Pietro Tatini

Credo che in tutto questo rientri anche un vostro recentissimo progetto di colorazione dei materiali, chiamato DYE. Me ne volete parlare un po’?

Veronica/ Non è l’unico progetto sostenibile e naturale che stiamo facendo, ma solo uno dei tanti! È figlio diretto del nostro 72 hours method, ovvero una politica che ci permette di realizzare un cappello su misura per il cliente nel giro di 72 ore con i materiali già pronti in magazzino. Questo per non avere stock o una sovrapproduzione di capi, che a fine stagione potrebbero rimanere invenduti e svalutarsi, ma soprattutto per non impegnare in lavoro superfluo i nostri collaboratori artigiani, o parte della filiera, alimentando una macchina inutilmente. 

Il DYE si aggiunge a questo metodo. Abbiamo fatto una ricerca approfondita, visto che fino a poco tempo fa per noi era un territorio quasi sconosciuto. Il mondo delle tinture naturali è molto complesso, più vicino alla chimica che ad altro, ma anche molto affascinante. Estratti ed essenze naturali debbono essere dosati secondo specifici passaggi, altrimenti si rischia che esca un colore piuttosto che quello desiderato. 

Scegliamo il top dei tessuti canvas naturali, adatti a essere immersi in queste tinture ecologiche, e li coloriamo con estratti puri dalle piante. Usando aloe, curcuma o rabarbaro ci allacciamo a realtà sul territorio che coltivano questo tipo di piante. Edizioni o tirature limitate saranno più presenti da gennaio del prossimo anno, visto che nel 2021 ricorrerà il decimo anniversario dell’azienda.

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Dieci anni è un anniversario importante. Molte aziende oggi non arrivano a spegnere tante candeline, voi come festeggerete?

M/ Per la nostra storia da indipendenti è davvero un traguardo. Per celebrare e festeggiare l’anniversario abbiamo deciso di realizzare dieci progetti, che presenteremo durante l’arco di tutto il 2021 e che spaziano in diversi campi. Ci vedono a fianco di quelle figure che, nei momenti di maggiore o minore notorietà all’intero del settore, ci hanno sempre supportato e dato fiducia. Da parte nostra sarà un raccontare a tutto tondo quello che è l’universo SuperDuper: dal mondo olfattivo dei profumi e delle essenze, tavole da skateboard e edizioni limitate di vinile con nostri amici musicisti. Cercheremo, in fondo, solo di raccontare il perché e il come siamo arrivati fino a qua, tramite le persone che ci sono state vicine nel tempo e che hanno da sempre avuto la nostra stessa visione, etica ed estetica. In alcuni casi giocheremo in casa invitando amici, in altri usciremo dalla nostra comfort zone e li raggiungeremo.

Come nasce la filosofia che sta alle spalle del ‘Pocket Hat’, tanto presente nelle vostre collezioni?

M/ Il cappello da tasca, o da viaggio, leggero e con un’estetica più ‘sgualcita’, è uno dei nostri cavalli di battaglia e nasce 9 anni fa. Il minimo comun denominatore è l’andare estremamente vicino al concetto di utilizzazione prima del cappello, la sua utilità meccanica: un accessorio, anche tascabile, che protegga dalle intemperie. Queste sono le sue funzioni basiche nelle quali crediamo, al di là di cosa si sia visto sulle passerelle negli ultimi decenni e il modo nel quale spesso, biecamente, sia stato trasformato in mero accessorio-moda da gran parte dell’industria.

Ad affiancare un nostro modello storico come l’Hobo, ispirato all’homeless americano degli inizi del secolo scorso, questa stagione ne compare un altro, il modello ‘Miracolo’.

V/ La suggestione per lo stile del cappello viene dal film del 1951 di De Sica, Miracolo a Milano. In realtà il tutto nasce da una foto presente nel nostro ristorante preferito di Firenze, Cinque e Cinque in piazza della Passera, dove si trova una foto di un frame del film. Nell’immagine ci sono queste persone con cappelli miseri e dimessi, lisi e sfatti dal tempo, minimalisti per esigenza. L’idea nasce tutta da lì. 

Siete riusciti a farvi conoscere e riconoscere, creando spesso strettissime amicizie e collaborazioni con nomi importanti, sia per il grande pubblico che per gli appassionati di musica sia di nicchia, che più generalista. Penso a Ben Harper, Calexico, piuttosto che Jovanotti o Skin. Come ci riuscite?

M/ Credo che essendo tutti artisti di grandissimo rilievo, ed essendo abituati a vivere circondati da fan e ammiratori, quello che ci ha premiato è che in noi hanno visto qualcosa di vero. Non abbiamo mai infatti voluto fare con loro del product placement o una commercializzazione di qualsiasi sorta. Abbiamo sempre mantenuto la loro privacy artistica, nonostante ci abbiano commissionato diversi lavori ad hoc. C’è quindi sempre stata prima di tutto una stima reciproca e una voglia sincera di collaborare, cercando da parte nostra di essere in primis rispettosi, e non degli sciacalli che vogliono utilizzare la loro immagine per aumentare il fatturato. 

Testo di Pietro Tatini / Foto di Francesco Giancaterino

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