L’ultima casa accogliente: viaggio dentro la comunità rom nel post-Poderaccio

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Sono passati pochi mesi da quando le ultime case del campo rom di Firenze sono state demolite. Il processo di smantellamento e di chiusura del “Poderaccio” (nome ereditato dalla zona dell’Isolotto dove era ubicato) è durato circa due anni e ha posto fine all’esperienza del campo rom più grande di tutta la Toscana, che nel 2014 era arrivato a ospitare circa 470 persone.

«Il Campo del Poderaccio è nato nel 1988 come Campo sosta per nomadi con container, roulotte e baracche. Ha attraversato negli anni varie trasformazioni fino alla sostituzione tra il 2004 e il 2005 delle vecchie strutture con moduli abitativi in legno e alla creazione di due villaggi», mi racconta Gilberto Scali (Educatore professionale, Responsabile dell’Area Inclusione sociale e minoranze di CAT Cooperativa sociale) fra i maggiori conoscitori della storia dell’insediamento rom nella città di Firenze. 

campo rom poderaccio

«A metà degli anni ’80 sono arrivati a Firenze, in alcuni casi dopo passaggi in altre città italiane, gruppi familiari rom provenienti dalla Macedonia, dalla Serbia e dalla Bosnia. La ragione di questa migrazione era in buona parte dovuta a problemi di tipo sociale ed economico che stava vivendo la ex Jugoslavia. In seguito sono arrivate persone in fuga da zone di guerra, in particolare dal Kosovo.» Gilberto ha disegnato un quadro della discriminazione verso i rom, di come sia al giorno d’oggi e di come è cambiata nel corso del tempo. 

«L’antiziganismo è una forma di razzismo, pregiudizio e odio generalizzato nei confronti dei popoli Rom, Sinti e di altri gruppi, anche chiamati, per lo più con connotazione negativa, zingari, gitani o zigani e rimane una pietra fondante delle società maggioritarie europee. I suoi elementi di base sono la deumanizzazione e la criminalizzazione», dice Leonardo Piasere. «Nelle suddette società i rom continuano infatti a essere considerati come lo straniero interno per eccellenza. L’antiziganismo non ha ancora conosciuto un approfondimento, una riflessione critica adeguata così come invece è stato per l’antisemitismo. Quante persone, per esempio, conoscono il significato della parola Porrajmos? Eppure nei campi di sterminio nazisti, di rom e sinti ne sono stati assassinati circa 600.000.»

«Attualmente – racconta ancora Gilberto – a Firenze vivono più o meno un migliaio di persone rom. Un terzo circa di queste persone sono diventate cittadini italiani o per naturalizzazione o al compimento del diciottesimo anno di età, se nati in Italia. Salvo alcune eccezioni, e mi riferisco ad alcune famiglie inserite recentemente in alloggi transitori a causa della chiusura del Poderaccio, queste famiglie abitano in alloggi di edilizia pubblica avendo conseguito, nel tempo, tutti i requisiti necessari per presentare domanda e per esserne infine assegnatari. La relazione che generalmente queste famiglie hanno con scuole e servizi è più o meno ordinaria.» Proprio l’istruzione gioca un ruolo chiave nel processo di integrazione. La partecipazione scolastica degli alunni rom a Firenze ha fortunatamente raggiunto risultati significativi rispetto a tutti i gradi scolastici. 

È lecito domandarsi se non sarebbe stato opportuno gestire l’insediamento della comunità rom seguendo un altro percorso, prima che una ferita irrisarcibile si aprisse nel cuore di tutti i fiorentini nel 2017 e costringesse l’amministrazione a procedere forzatamente in questa direzione. Secondo Gilberto «l’accoglienza in Italia poteva essere gestita diversamente qualora si fosse dato maggiore enfasi a certi studi, in particolare a quelli di Leonardo Piasere, di Ana M. Gomes e in seguito di Sabrina Tosi Cambini, Carlotta Saletti Salza, Simona Sidoti, Stefania Pontrandolfo, Luca Bravi, e, soprattutto, coinvolgendo i rom e i sinti già in fase di progettazione degli interventi a loro stessi destinati.» La decisione di chiudere quello che è stato comunemente identificato come un “ghetto” a cielo aperto suona come un’amara certificazione.

Ma quali sono le opportunità e le criticità di lavorare ogni giorno a contatto con i rom? Secondo Letizia Goffi (operatrice sociale), «Le opportunità di lavorare nel sociale sono quelle di avere il dovere di porsi con un atteggiamento poco giudicante e molto aperto verso l’altro. Le difficoltà che riscontro risiedono nel creare una relazione di fiducia, nell’essere credibile ai loro occhi: se perdi la fiducia perdi la loro stima, e questo potrebbe compromettere il rapporto.» Su ciò che si prova a fare questo lavoro si è espresso anche Andrea Ricotti (Direttore accoglienza e housing sociale, Cooperativa Il Girasole): «Devi fare i conti con ciò che desideri, quello che ti viene proposto e riesci a costruire con il progetto e quello che riesci a fare. È un percorso lungo e il nostro è un lavoro lento. Fuorimoda ma estremamente moderno.» 

campo rom poderaccio

A proposito della gestione di un lavoro così variegato e complesso, la classe politica ha delle responsabilità? «Nella narrazione, si teme sempre di essere accusati di aver concesso troppo o di non aver concesso nulla» ha dichiarato ancora Andrea, «di essere accondiscendenti o di essere troppo rigidi. Ci si preoccupa molto delle reazioni delle persone prima ancora di fare qualcosa e di spiegare come. Di sicuro alcune cose potevano essere gestite meglio ma vorrei capire, anche a costo di sembrare polemico, se ci sono davvero tante esperienze come quella di Firenze. Il 13 agosto 2020, giorno della chiusura ufficiale del campo, a Roma facevano uno sgombero di un campo abusivo, ormai formalizzato da tempo. Le persone sono finite tutte in strada senza una soluzione e, dopo pochissimo tempo, le stesse persone si sono trovate un posto dove stare ancora in modo abusivo.» Andrea pensa che il lavoro di integrazione della comunità rom a Firenze sarà ancora destinato a fare i conti con il Poderaccio. «Ieri una famiglia ha trovato una casa accogliente. Sulle loro carte d’identità c’è scritto “via del Poderaccio”. Il locatore gli ha fatto una domanda sulla loro provenienza: abbiamo temuto per il fallimento. Così non è stato. Il campo non c’è più».

A Cristina e Janis, vere ispiratrici di questo lavoro.

Questo reportage è uscito su FUL 43, se vuoi acquistarne una copia segui il link qui

Foto di Chao Li

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Giornalista pubblicista alla costante ricerca di storie da raccontare. Amante della semplicità e animato da un forte spirito di condivisione, mi piace andare alla scoperta di novità che portino curiosità all'interno della mia vita.