Femminicidio, la questione politica che non vogliamo vedere
Il 3 settembre Federico Vella, dopo aver sequestrato Lorena Isceri, averla legata e infilata nel bagagliaio della sua auto, ha imboccato l’autostrada in direzione Bologna. Lei, 45 anni, è riuscita a chiamare il 112 e a restare al telefono con la polizia per farsi geolocalizzare, mentre lui guidava verso il cavalcavia all’altezza di Barberino del Mugello da cui l’ha scaraventata nel vuoto per poi buttarsi a sua volta. Quando le pattuglie sono arrivate, la tragedia si era appena consumata.
Un meccanismo che ha un nome
Il femminicidio ha sempre una responsabilità individuale precisa. È l’epilogo di un meccanismo di controllo che sfocia nella violenza estrema e che si produce quando una donna cerca di liberarsi, con una separazione o la rottura di una relazione. Nasce dall’idea di possesso e dalla volontà di decidere della vita di un’altra persona. Chiamarlo “femminicidio” serve a interrompere la narrazione che spesso lo accompagna: una donna non viene uccisa perché è stata amata troppo, ma perché ha rivendicato il diritto di non appartenere più a chi pretendeva di possederla. Il fatto che lo stesso schema si ripeta lo rende anche un fatto sociale, perché quelle morti non possono essere considerate tragedie isolate, ma vanno riconosciute come un fenomeno che nel gesto riguarda il singolo, mentre nella sua ricorrenza riguarda la collettività.
Infine, il modo in cui le istituzioni intervengono su questo rapporto di potere con nuove leggi non è mai un fatto neutro. Gli strumenti che si adottano, il modo in cui li si applica, gli obiettivi che si perseguono: tutto questo costituisce una precisa risposta politica. Di fronte a certe dichiarazioni in cui un femminicidio viene derubricato a raptus e la violenza ridotta a gelosia, viene spontaneo pensare che chi parla non capisca la società contemporanea, che sia rimasto in un’altra epoca. Ma non si tratta di un problema di comprensione. È, di fatto, una scelta. Riconoscere la natura strutturale della violenza avrebbe un costo: in welfare da finanziare e in consenso da perdere presso chi in quell’ordine si riconosce ancora.

La rivoluzione incompiuta
Nell’ultimo secolo le donne sono state protagoniste di una delle più profonde trasformazioni sociali della storia recente. Hanno conquistato istruzione, lavoro, indipendenza economica, libertà sessuale, accesso alle professioni, diritto all’aborto e alla separazione. Dagli anni Sessanta in poi, la loro vita è stata sempre meno definita dalla famiglia e dai figli.
È stata una rivoluzione rapida e profonda, alla quale una parte consistente degli uomini non ha saputo adeguarsi, mostrandosi incapace di accettare la perdita di possesso e di controllo che la nuova indipendenza delle donne comportava. Il femminicidio si colloca dentro questa frattura storica: da una parte un’autonomia femminile ormai irreversibile, dall’altra la resistenza di chi continua a concepire la relazione come un diritto inalienabile sulla vita dell’altra persona. Non è dunque il residuo remoto di un mondo scomparso.
È una reazione presente a un cambiamento presente.
Lo Stato e la famiglia intoccabile
A questa resistenza si è accompagnata, soprattutto in Italia, la lentezza che le istituzioni hanno mostrato nel riconoscere la donna come soggetto pienamente autonomo. Fino alla riforma del diritto di famiglia del 1975, il marito ne era il capo.
Il delitto d’onore e il matrimonio riparatore sono stati aboliti soltanto nel 1981, e fino al 1996 la violenza sessuale era un reato contro la moralità pubblica e il buon costume, non contro la persona.

Ed è proprio qui che emerge la questione politica. Non si trattava soltanto di ritardi legislativi: quelle norme riflettevano un preciso ordine sociale, fondato sull’autorità dell’uomo e sul lavoro della donna, alla quale spettava la cura dei figli, della casa, degli anziani, dei malati e dello stesso marito. La famiglia era una struttura economica e gerarchica che le leggi e la narrazione dominante contribuivano a preservare, e il compito di tenerla insieme, lavorando e sopportando, era quasi interamente demandato alle donne. «La famiglia», si diceva, «la fa la donna».
Questo modello aveva anche una precisa funzione economica, ovvero il lavoro gratuito delle donne riduceva considerevolmente quanto lo Stato avrebbe altrimenti dovuto fornire e finanziare attraverso il welfare. È questo un modello che qualcuno vorrebbe oggi riproporre, e che viene sostenuto anche dalla narrazione dei media. Giornalisti e opinionisti continuano a romanticizzare le storie delle donne uccise, a confondere la gelosia con l’amore, la persecuzione con un corteggiamento insistentemente proposto, la violenza con il semplice conflitto di coppia, e persino il femminicidio con il raptus di un povero uomo tradito o ferito.
Il negazionismo di comodo
Oggi nessuna forza politica potrebbe sostenere apertamente la subordinazione femminile. La resistenza passa quindi più accortamente attraverso la negazione: si nega il persistere di disuguaglianze e di dinamiche patriarcali, si cerca di isolare ogni caso come il prodotto della follia o della disperazione di un singolo uomo, disconoscendo che il femminicidio sia un fenomeno sociale. Si enfatizzano i casi in cui a uccidere è uno straniero, con lo scopo di ricondurre ogni forma di sopraffazione femminile a religioni e culture altrui, negando che l’Italia abbia una storia lunga secoli nello stesso segno.
Il controllo, il rifiuto dell’autonomia femminile, l’incapacità di accettare la separazione, la pretesa che una donna continui a essere disponibile anche quando ha scelto di andarsene: sono questi gli elementi che compongono la matrice comune del femminicidio. Eliminarla significa ridurli a inadeguatezze individuali, cancellandone l’origine sociale. L’obiettivo della politica conservatrice è preservare l’ordine familiare e sociale tradizionale. Riconoscere la natura strutturale della violenza comporterebbe una lunga serie di interventi: lo scardinamento di questo stereotipo attraverso una seria educazione socio-affettiva, la formazione adeguata delle forze dell’ordine, dei magistrati e dei servizi sociali, il finanziamento stabile dei centri antiviolenza. In sostanza, una trasformazione profonda della mentalità e dei rapporti di potere quotidiani.
Il prezzo nascosto del welfare
La difesa della famiglia tradizionale non risponde soltanto a una visione morale. Ha una funzione economica molto concreta. Lo Stato italiano continua ad affidare alla famiglia una parte enorme dell’assistenza che dovrebbe essere garantita dai servizi pubblici. Sono soprattutto le donne a occuparsi gratuitamente dei bambini, degli anziani, dei malati, delle persone non autosufficienti e degli uomini adulti. Il loro lavoro colma ogni giorno le lacune del sistema.
Una donna economicamente autonoma, libera di separarsi e non obbligata a sostenere da sola il peso della cura, richiede uno Stato più presente: asili, assistenza domiciliare, servizi per la disabilità, sostegni al reddito, abitazioni accessibili, strutture protette, una giustizia capace di intervenire rapidamente. Tutto questo ha un costo pubblico. Mantenere la donna all’interno della famiglia, renderla la principale responsabile della cura, permette invece di risparmiare risorse e di presentare come amore, dedizione o naturale vocazione femminile ciò che in sostanza è lavoro gratuito.
Per questo la dipendenza economica non è un aspetto secondario della violenza. Una donna priva di reddito, di una casa e di una rete di servizi possiede formalmente il diritto di andarsene, ma non i mezzi per esercitarlo. Se lo Stato le riconosce la libertà senza darle le condizioni materiali per usarla, quella libertà rimane incompleta.
Anche la mancanza di risorse, dunque, è una scelta politica.
Un bilancio pubblico rivela sempre quali libertà, e quali vite, si è deciso di proteggere davvero.
Punire senza cambiare
Di fronte al femminicidio, la risposta della politica resta quasi sempre quella penale: aumentare le pene, introdurre nuovi reati, invocare la tolleranza zero. Sono provvedimenti che trasmettono forza e raccolgono consenso, ma agiscono a valle, non a monte.
Il compagno o l’ex-compagno il più delle volte viene punito quando la donna è già stata uccisa. Rimangono invece insufficienti la prevenzione, l’educazione dei giovani, l’indipendenza economica, le case protette, la capacità delle istituzioni di riconoscere tempestivamente il controllo coercitivo.
A posteriori, la politica commemora la vittima senza chiedersi perché non sia stata creduta, protetta, messa nelle condizioni di salvarsi. Può proclamarsi inflessibile contro la violenza e continuare, allo stesso tempo, a rifiutarne la spiegazione.
Una guerra ideologica su misura
La politica conservatrice utilizza anche lo strumento dello stigma, trasformando la questione in uno scontro ideologico. Parlare di “ideologia gender”, di eccessi del femminismo o di criminalizzazione degli uomini consente di presentare qualsiasi iniziativa culturale come un attacco alla famiglia, alla maternità, all’identità nazionale. Il tentativo di combattere la violenza strutturale, talvolta insita nel rapporto tra i sessi, viene speciosamente trasformato in un’accusa indiscriminata contro tutti gli uomini, invece di essere riconosciuto come difesa della libertà di tutte le donne.
Riconoscere che molte donne vengono uccise proprio quando decidono di andarsene significherebbe ammettere che i diritti conquistati non hanno cancellato, in una parte degli uomini, l’idea di poter ancora decidere della loro vita, del loro corpo, del loro lavoro. Vorrebbe dire ammettere ciò che si cerca di negare, ovvero che l’emancipazione femminile non è completa e che il femminicidio non è una battaglia vinta.
Il femminicidio non è estraneo all’ordine sociale: matura spesso all’interno della sua istituzione più celebrata, la famiglia, ed è un fatto politico la decisione che la sua conservazione sia più importante della libertà e della vita di chi ne fa parte. Lorena Isceri aveva chiamato il 112. Aveva fatto esattamente quello che viene chiesto di fare: cercare aiuto, fidarsi delle istituzioni, provare a salvarsi. Ma tutto ciò non è bastato. E non basterà, finché la politica continuerà a guardare soltanto all’ultimo gesto e non a tutto ciò che lo ha reso possibile. Il vero banco di prova non è la fermezza mostrata dopo la tragedia, ma il coraggio di intervenire prima: quando ancora si può scegliere se una donna abbia davvero, e non solo sulla carta, il diritto di andarsene.
Articolo a cura della Dott.ssa Elisabetta Digiugno
Foto cover: Depositphotos
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