Il mondo di Roberto Casamonti, collezionista e fondatore di Tornabuoni Arte
Lo studio di Ottone Rosai, in Via San Leonardo, profumava di trielina. Era il solvente che il pittore usava per mescolare i colori, e quel profumo è rimasto impresso nella memoria di un ragazzetto che accompagnava il padre a farsi ritrarre. Quel ragazzetto era Roberto Casamonti, e quello fu il primo incontro con un mondo che sarebbe diventato la sua vita. «Rosai era un uomo grosso e robusto, anche poeta», ricorda Casamonti. «Finito il ritratto, mio padre gli disse: “Non mi hai fatto neanche tanto somigliante…” e Rosai gli rispose di averci impresso l’anima, non la somiglianza fisica».
Abbiamo incontrato Roberto Casamonti all’Hotel Savoy di Firenze: fondatore di Tornabuoni Arte – galleria di arte moderna e contemporanea con sede a Firenze, Roma, Milano, Forte dei Marmi, Crans-Montana e Parigi – e Collezione Casamonti: una delle realtà più prestigiose del contemporaneo a Firenze, custodisce forse una delle più importanti collezioni private al mondo con opere di Fattori, Balla, Boccioni, de Chirico, Sironi, Campigli, Fontana, Boetti, Dorazio, Penone, fino ad Anish Kapoor, Bill Viola, Marina Abramović, Basquiat, Antoni Tàpies e Andy Warhol… un catalogo imprescindibile; per lui, ogni opera ha un significato preciso.
«Tutti i nomi che ha citato li ho vissuti, li ho acquisiti nella mia vita sempre con affetto e con amore» confessa. «Non dico che nella mia collezione c’è il più bel Picasso del mondo perché non sarebbe vero, ma quello, come gli altri del resto, sono tutti quadri che hanno segnato la mia vita. Sono una persona che preferisce acquisire e conservare quando trova un quadro che lo coinvolge, piuttosto che vendere. Quando vendo è sempre un po’ un dolore, quando acquisto viceversa è sempre una bella cosa, una conquista».

Passione e intuizione
L’arte è entrata nel sangue di Casamonti intorno ai diciotto anni, quando comprò i primi quadri da Borgianni, lo ricorda con un sorriso… Ma la svolta arrivò dopo quarant’anni impiegati nel lavoro di famiglia: settore tappezzeria. «Mi sono chiesto perché non cambiare», racconta così il suo essere stato precursore per Firenze, soprattutto per la Firenze dell’epoca. «Ero in ospedale, ho letto su un quotidiano un annuncio di vendita e ho acquistato la galleria in via Tornabuoni 5, che c’è tuttora!». Era il 1981. L’esordio non fu dei migliori: un Picasso acquistato per cento milioni di lire, fatto valutare dall’Accademia di Francia in Piazza Ognissanti, risultò falso. «Una fregatura» ammette simpaticamente. Ma non si arrese.
«Ho vissuto parecchi momenti difficili, non ultima l’alluvione del ’66, avevo 26 anni, poi c’è stato il dopoguerra… Ma sono una persona fattiva, uno che ha voglia di fare. Cerco di arrabbiarmi il meno possibile, cerco piuttosto di darmi da fare il più possibile. Il lavoro è qualcosa che sento, che mi viene dal profondo e sono felice di questo».
L’arte di collezionare
Elio Grazioli, critico d’arte e docente di Storia dell’Arte Contemporanea, ha scritto che il collezionista è un artista che si esprime tramite immagini dotate di un forte potere simbolico, creando un insieme organico che assume lo statuto di opera d’arte. Casamonti condivide questa visione.
«Quella del collezionista è quasi una malattia, cercare, raccogliere per migliorare una ricerca continua… Il collezionista è un artista in qualche modo, sì, perché ci mette il suo occhio e la sua collezione ha una cifra sempre personale. Per me, il quadro deve suscitare emozioni».
Fu questa consapevolezza a spingerlo a creare la Collezione Roberto Casamonti. «Mi chiedevo perché a Firenze, dove si viene per godere di meraviglie, gli autori del contemporaneo non ci fossero. Ho preso l’iniziativa di aprire questo percorso espositivo, che museo non è, è la mia raccolta di quadri, di quei pezzi da cui sono stato folgorato, in cui credo, che sento miei e che ho pensato di condividere con Firenze».

Il Direttore della Collezione Roberto Casamonti è Jonathan Paonetti, persona di grandissima preparazione e perfetta gentilezza, seduto tra il pubblico in sala riunito in questa cornice preziosa fiorentina, siamo in Piazza della Repubblica, a due passi da locali simbolo come Le Giubbe Rosse, dove artisti e scrittori del primo Novecento facevano a pugni!
Portare l’arte italiana nel mondo
Molte gallerie private stanno diventando protagoniste della scena culturale portando l’arte italiana oltre confine. Come è nata questa sua visione internazionale?
«Ho aperto alcune gallerie a Parigi ma non sono andato lì per rivaleggiare con le gallerie parigine proponendo i loro artisti, che sarebbe stato più facile: sono andato a portare l’arte italiana e tutte le nostre mostre sono state apprezzate. Così facendo, credo di aver contribuito a portare l’arte italiana nel mondo».
Uno dei suoi cavalli di battaglia è stato Lucio Fontana, che comprava «quando lo volevano in pochissimi, perché dicevano: cos’è un taglio?». Oggi Casamonti è uno dei maggiori collezionisti di Fontana al mondo.

Gli incontri che restano
Tra i ricordi più cari, quello di Emilio Vedova nelle calli veneziane, perduti nel buio della notte. «Aveva in mano un pennarello. A un certo punto girammo un angolo e vedemmo un manifesto della Bohème alla Fenice. Cominciò improvvisamente a disegnare sul muro. Mi è rimasto vivo il ricordo di come quest’uomo, trascinato dalla passione per il suo lavoro, non potesse fare a meno di trascrivere qualcosa. Si spiegava a me attraverso i suoi schizzi: questo è Vedova. E poi Piero Dorazio, che mi ha raccontato del periodo Romano con Accardi, Turcato, Forma 1 negli anni 1952 – 1954. Per me è stato un insegnamento profondo».
«In arte bisogna essere avanti. Se assomigli a qualcuno del passato, sei fermo».
Il futuro
Quali caratteristiche rendono un’opera d’arte significativa?
Per Casamonti la risposta è chiara: «L’arte va collocata nel suo tempo, ma è del tutto soggettiva. Se parla al cuore vuol dire che ha dato qualcosa. In assoluto: in arte bisogna essere avanti. Se assomigli a qualcuno del passato, sei fermo. Bisogna conoscere profondamente il passato, vedere musei, fiere, gallerie… E trovare una propria strada, senza somigliare a nessuno. Altrimenti non ci sarebbero stati Fontana con i tagli, Burri con la fiamma ossidrica, Pistoletto con gli specchi… Occorre essere innovativi e non similari».

Quanto al punto culminante della sua carriera, Casamonti sorride: «Ancora deve arrivare, lo spero». I progetti non mancano: nelle vecchie scuderie Serristori, insieme al figlio Marco, architetto, inaugurerà nel corso del 2026 un nuovo spazio che conterrà l’intera raccolta riunita, dalla fine dell’Ottocento fino ai giorni nostri. Un percorso attraverso più di un secolo d’arte, raccontato attraverso lo sguardo di chi l’ha vissuta, amata e custodita con la passione di chi sa che collezionare è, in fondo, un’altra forma di creare.
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